ANNO ZERI | Federico Zeri secondo Giuliano Briganti

Lo storico dell'arte raccontava nel 1992 l'amicizia lunga 50 anni per capire l'origine profonda del suo metodo e della sua cultura

Federico Zeri a Milano davanti al Cenacolo
Giuliano Briganti |

Da quanti anni ci conosciamo? Più di quaranta certamente, forse quarantacinque. La mia percezione del tempo non è mai stata molto precisa ma ricordo benissimo che lui si era laureato da poco ed io non avevo ancora trent'anni. Fu infatti per mostrarmi alcuni risultati della sua tesi su Jacopino del Conte che mi venne a trovare la prima volta, forse perché io mi ero occupato di Manierismo, e fui subito colpito dall'estrema concretezza visiva delle sue osservazioni.

Uno dei temi di quel nostro primo colloquio furono «Le tre Parche» di Pitti (è sintomatico che lo ricordi ancora così chiaramente dopo tanto tempo) e mi catturò quel suo modo molto semplice ma estremamente efficace, soprattutto rapido, rapido come un lampo di flash, con cui metteva in evidenza assonanze formali precise e inconfutabili tra quel dipinto, prima attribuito al Salviati, e altre opere certe di Jacopino.

Cresciuto all'ombra di Longhi ero assuefatto a quel tipo di illuminanti analisi formali, ma mi incantò ritrovarle in Zeri così efficaci e agguerrite, affidate all'evidenza della pura percezione visiva, quasi fossero i primi risultati di uno strumento messo a punto per affrontare un lungo lavoro di revisione. Che «Le tre Parche» fossero di Jacopino mi apparve subito chiarissimo, elementare: ma intanto, mi dicevo, io non l'avevo pensato.

In quanto scolaro di Longhi mi era familiare, evidentemente, quel modo di cogliere con tanta rapida penetrazione la morfologia essenziale di un'opera, ma la specifica conferma che me ne offriva Zeri rafforzava in me la rassicurante sensazione di procedere su di un terreno solido, e sentivo che era proprio quello di cui la storia dell'arte, viste le pericolose lusinghe cui la nostra generazione andava incontro, aveva bisogno.

Mi accorsi subito così che non avrei potuto esercitare con Zeri, anche se aveva tre anni meno di me, quel ruolo lievemente protettivo e didattico che esercitavo, invece, in quegli anni, su quei giovanissimi studiosi che volevano avvicinarsi attraverso di me al mondo longhiano del quale ero allora giovane esponente di punta; fedele ai principi, sì, ma devo dire a mio modo. Con Zeri capii subito che avevo più che altro da imparare, almeno o soprattutto in campo filologico, un campo che forse avevo cominciato a trascurare più del dovuto. Non mi restava quindi che presentarlo a Longhi e così feci.

L'incontro con Longhi fu per Zeri l'inizio di uno straordinario periodo di lavoro: il suo periodo giovanile lo definirei, per usare un termine familiare ai nostri studi. Uno «Zeri giovane» insomma, che ben ricordo: spinoso come un istrice ma anche, se si rilasciava, romanescamente bonario e accomodante, irrequieto, anzi perennemete in allarme, con misteriose allusioni a conoscenze esoteriche e extrasensoriali, prolifico inventore di impossibili avventure, affascinante narratore di segreti episodi della Storia, ingegnoso tessitore di complicati «scherzi», avido e ossessivo cacciatore di fotografie.

Ma soprattutto studioso guidato da una assoluta indipendenza, come dimostrò in quella prima serie di contributi brevi, secchi, precisi, a chiarimento di problemi per lo più trecenteschi e quattrocenteschi, nei ricchi e ancor male esplorati territori delle scuole locali italiane: nuove attribuzioni incontestabili, inediti, ricostruzioni di personalità artistiche minori (Longhi aveva aperto la strada al «genio degli anonimi»), opere smembrate ricomposte con il reperimento dei pezzi ancora separati dispersi nei luoghi più disparati, osservazioni iconografìche curiose e illuminanti, ma anche notevoli accrescimenti del corpus di artisti maggiori.

Quei contributi, che arricchirono precisandone molte giunture e riempiendo molti vuoti il tessuto complesso dell'arte italiana particolarmente del Quattrocento, furono pubblicati per lo più, in quei primi anni, nelle riviste di Longhi e lo resero subito noto soprattutto all'estero dove cominciò a diffondersi quella sua fama di conoscitore che crebbe col tempo.

Quasi mezzo secolo è passato dal nostro primo incontro, poco meno da quei suoi primi articoli nudi, asciutti, precisi come bollettini di guerra. Nel corso di tutti questi anni la nostra amicizia è rimasta inalterata, senza ombre, nutrita di una stima che credo reciproca, anche se per lunghi tempi siamo stati lontani. E così oggi, dopo aver attraversato le tempeste e i terremoti che hanno sconvolto il mondo dalle fondamenta (la Roma dove passeggiavamo nei primi anni della nostra amicizia mi sembra una lontana isola di pace) ci ritroviamo ancora insieme, sommersi nell'era televisiva, in un Paese sostanzialmente ostile all'arte e alle sue testimonianze storiche, pericolosamente insidiate dall'ignoranza, uniti dalla stessa esasperazione e dalla stessa indignazione per le sorti del nostro patrimonio artistico, dalla stessa disperazione nel constatare l'impossibilità di fare andare le cose come dovrebbero (e non sarebbe poi così diffìcile), dallo stesso ironico disprezzo per i falsi campioni che si proclamano difensori dei tanto conclamati «beni culturali» e poi lasciano che si esponga la Chimera d'Arezzo nella vetrina di un antiquario. Per non dire altro.

Per me quei lunghi anni trascorsi se sono stati anni di proficuo lavoro sono stati anche anni di dispersione, di errori, di vani inseguimenti dietro immagini non dissimili per consistenza da quelle che inseguivano i paladini nel castello d'Atlante. Non voglio apparire diverso da quello che sono. Ma per Zeri sono stati certamente anni di intenso, di duro lavoro. Non sarebbe spiegabile altrimenti l'enorme patrimonio di conoscenze visive immagazzinate (mi si perdoni il termine merceologico) nelle vaste riserve della sua memoria.

La sua vita privata, soprattutto dopo i primi anni di tirocinio, è stata indubbiamente ricca di felici occasioni, di incontri determinanti, di varie e singolari esperienze, ma resta il fatto che Zeri non ha mai allentato la tensione che sosteneva la continuità del suo lavoro, perfezionando quella che potrei chiamare una ricchissima banca dati delle immagini dell'arte italiana di almeno tre secoli e che fa parte del suo organizzatissimo patrimonio mnemonico visivo.

A riguardarlo ora, quel suo lungo e mai interrotto lavoro, ora che il tempo ha collocato nella sua giusta prospettiva tanti fatti della nostra vita e tanti altri ne ha fatti dileguare nelle ombre del nulla, a riguardarlo oggi, voglio dire, che tante illusioni intellettuali e culturali penetrate anche nel campo dei nostri studi sono tramontate più o meno ingloriosamente lasciando sul terreno più che altro rovine; ora, dico, non posso scorgerne che la sua natura positiva, concreta, costruttiva: un lavoro che lascia l'immagine della nostra storia dell'arte diversa da quella che era prima. Di quanti storici si può dire altrettanto?

Ma davvero non vorrei si pensasse, da quanto ho detto, che Zeri sia soltanto una sorta di eccezionale, magari unico, schedario vivente, pronto per la consultazione. La professione del conoscitore non è fatta soltanto di memoria visiva. Ho seguito fin dagli inizi il lavoro di Federico Zeri, ho seguito vorrei dire le forme e i modi di sviluppo della sua varia e complessa cultura. E l'ho seguito non soltanto attraverso i suoi numerosi scritti ma anche giovandomi di un'amicizia che, come ho detto, seppur con lunghi periodi di distacco, è durata quasi cinquant'anni.

So bene che non è facile definire la natura del suo sapere; non è facile soprattutto visto il breve spazio e il brevissimo tempo che in questa occasione mi è stato concesso, ma penso di conoscere abbastanza Federico per azzardarmi a individuare la natura intima, vorrei dire la radice psicologica della sua cultura. Devo premettere una mia convinzione profonda: credo che quel tipo di visione della vita, che quel senso della realtà che un uomo abbraccia sui suoi venti anni resti, col passare del tempo, sostanzialnmente immutato: che sia cioè la base di ogni altra esperienza successiva il nucleo che sempre ci accompagna e sul quale si formano, per via di aggregazione, di arricchimento, i pensieri e le idee che costituiscono la nostra personalità intellettuale.

Si dice che si cambia perché si appare diversi in quanto motivati da pensieri e da esperienze nuove, da consapevolezze che prima ci mancavano, ma in realtà nel profondo si è sempre gli stessi. Quel nucleo originale, quella prima nostra visione della vita, ha attirato, come una calamita, quei pensieri, quelle esperienze, persino quegli avvenimenti che più le sono congeniali: è come il centro gravitazionale di quell'insieme che è il nostro destino.

Zeri può apparire molto cambiato da quei primi anni che erano caratterizzati da una ricca messe di secchi, essenziali contributi, che impropriamente si chiamano filologici. La semplice attività di «conoscitore» e attribuzionista sembra anzi oggi annoiarlo profondamente. La sua cultura si è enormemente arricchita, sia in senso orizzontale che verticale, sconfinando largamente al di là del campo specifico dell'analisi formale e stilistica, arrivando nei territori più impensati, più lontani dalla base, apparentemente più impropri. Ma proprio perché mi ricordo molto bene com'era al tempo delle nostre frequentazioni giovanili, posso dire che il suo vasto sapere, tutt'altro che professorale, affonda le sue radici in quel nucleo centrale originario dal quale sono germinati i suoi primi studi.

Si può individuare quel nucleo in una inesauribile curiosità? Sarebbe troppo generico se non si definisse la particolare natura di quella curiosità che ci riporta del resto all'iniziale versione della vita che era alla base anche dei suoi primissi-mi secchi, specialistici studi e che poi si apre e si sviluppa nel suo primo volume Arte e Controriforma.

Una curiosità mirata direi, perché sempre alla ricerca dell'inedito, sempre ansiosa di trovare un punto di vista che sia diverso, possibilmente diametralmente opposto al punto di vista consueto e che si affaccia quindi su prospettive che portino a costruire un quadro della realtà complessivamente diverso da quello convenzionale. Un quadro scoperto per vie segrete ad altri ancora sconosciute e che riveli quindi rapporti che erano sfuggiti con altre realtà.

«Le cose non stanno affatto come sembra e come si crede: c'è sotto un fatto che ne cambia fondamentalmente il significato» questo sembra il significato più ambito di ogni sua ricerca. Come se la realtà fosse stata sempre nascosta, fosse una cripto realtà da scoprire solo mediante il possesso di una chiave, la chiave offerta da una cultura della storia, vasta, onnicomprensiva, ma nello stesso tempo sempre particolare, singolare, individuale. Una chiave che apre una porta segreta nel muro della cultura convenzionale e ci indica quello che c'è dietro.

Il suo libro Dietro l'immagine, trascrizione di cinque lezioni tenute all'Università Cattolica di Milano è un chiaro esempio di questo suo metodo di ricerca. Non è certo qui il senso degli scritti di Zeri: ho voluto però accennare a questa sua particolare visione della realtà perché penso che in essa consista molto del fascino del pensiero di Zeri, dell'attesa del «come va a finire» che provocano tanti suoi lavori. Si può dissentire, anche in molte cose con Zeri: può accadere talvolta anche a me che pur son legato a lui da un sincero e profondo affetto e da un'enorme stima; può accadere se non altro perché sono diverso. Ma il tessuto ricchissimo, così posseduto con tanta padronanza della sua cultura è un'impareggiabile guida per condurci nel perenne e mai completamente definito corso della storia.

L'articolo che segue è stato originariamente pubblicato in un'edizione speciale di «Vernissage» allegata al n. 100 de «Il Giornale dell'Arte», maggio 1992

© Riproduzione riservata Federico Zeri nella sua biblioteca a Mentana Ritratto di Federico Zeri
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