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Bufale archeologiche

Alessandro Magno immerso nel miele

Chiarezza sul ritrovamento della «tomba» del Macedone ad Alessandria d'Egitto

La testa maschile in alabastro ritrovata presso il sarcofago nero rinvenuto ad Alessandria d'Egitto

Durante il periodo preCovid si sono andate rafforzando notizie e considerazioni (già riportate tra il 2018-19 da varie testate giornalistiche come «Daily Express» o «Identity Cairo»), che il sarcofago di granito nero di Assuan ritrovato tra scavi fognari di Alessandria d’Egitto sia la tomba di Alessandro Magno il Macedone. Tesi rinvigorita, secondo gli archeologi egiziani, dal ritrovamento nelle vicinanze di una testa maschile in alabastro che assomiglierebbe al grande condottiero. Vediamo di fare chiarezza.

1. La testa rinvenuta non è di alabastro ma semmai di gesso alabastrino o salgemma e non somiglia affatto ad Alessandro il Grande.

2. Il sarcofago di granito nero sembra di fattura dinastica e ha un design «retrò» che un re macedone non avrebbe mai usato.

3. Nel suddetto sarcofago sono stati rinvenuti tre scheletri affiancati di uomini adulti e per quanto fondato sia il pettegolezzo che Alessandro fosse gay, non credo che i suoi generali Tolomeo I Sotere, Seleuco Nicatore e Perdicca, abbiano mai pensato di seppellire il loro immortale eroe assieme a due dei suoi «soldati amanti» o «preferiti».

4. Lo storico Svetonio scrive che Ottaviano Augusto si recò in Egitto a far visita al sepolcro di Alessandro nel 30 a.C. (subito dopo la vittoria di Azio e il suicidio di Cleopatra e di Marcantonio) e depose una corona laureata d’oro sul suo capo, dunque il corpo era ancora in buono stato di conservazione e Stazio riporta che la tomba di Alessandro era piena di miele, «perfusus Hyblaeo nectare».

5. Strabone poi nel 24 a.C. compie un viaggio in Egitto e descrive con precisione la città di Alessandria, redigendone una vera e propria topografia e racconta di aver visitato il «Soma», cioè il recinto per le tombe dei re tolomei, posizionandolo in un’area ben circoscritta.

Per fortuna negli anni 1936-38 il nostro grande archeologo Achille Adriani identificò e restaurò, nell’area del cosiddetto Cimitero Latino di Alessandria, i resti di un enorme (questo sì, grande) monumento sepolcrale formato da enormi blocchi monolitici di alabastro egiziano (oggi sappiamo proveniente dalle antiche cave di el-Qawatir presso el-Minya), marmo pregiato descritto da Plinio nella Naturalis Historia come «Lapis Melleus» cioè «pietra di miele».

Da subito Adriani ipotizzò l’identificazione di questi straordinari resti con la tomba di Alessandro, anche perché l’area del Cimitero Latino corrisponderebbe all’area del Soma descritta e posizionata da Strabone. La struttura, il design architettonico della porta e l’essenzialità del sepolcro mi rimandano a un solo modello, quello macedone. Nei secoli (ma già solo dopo Caracalla) il Soma andò perduto a seguito di stravolgimenti bellici e urbanistici della città. Ciclicamente nei secoli (compreso il XX) si sono cimentati e accapigliati storici e archeologi in nuove e curiose identificazioni della tomba di Alessandro, tutte bufale archeologiche…

Negli anni Cinquanta il sepolcro fu indicato in Turchia, negli anni Settanta in Macedonia, negli anni Novanta un’archeologa greca cercò di dimostrare molto debolmente che il Soma si trovava nell’oasi di Siwa, dove l’eroe macedone, qualche anno prima di morire, si recò al fine di identificarsi con Giove Ammone e quasi ci lasciò le penne lungo il viaggio nel deserto.

Per concludere, direi di lasciare lì dove Adriani lo ha trovato il sepolcro del grande condottiero che conquistò il mondo conosciuto di allora e che morì a soli 33 anni forse a causa di un Coronavirus dell’epoca, dal momento che spirò per un arresto respiratorio dopo 10 giorni di febbre sulla strada di ritorno dalle conquiste in Oriente. Per avvalorare la tesi di Adriani credo che andrebbe reinterpretato il passo di Stazio nel quale le parole dello storico descrivono lo stato in cui si trovava il corpo dell’eroe: «immerso nel miele».

Se Augusto ha veramente dichiarato di aver visto il corpo e addirittura ha creduto di aver rotto il naso della salma, mi chiedo come può essere stato possibile, dal momento che solo dopo poche decine di anni il miele scurisce e si ossida fino a diventare quasi nero e nel nostro caso sono trascorsi ben 300 anni dalla morte del Macedone!

Se invece torniamo al nome «Lapis Melleus», che Plinio riporta per indicare l’alabastro egiziano, e ipotizziamo che Stazio, come spesso succede in latino nelle descrizioni colloquiali, abbia omesso il generico lapis (visto che questo alabastro era molto famoso in quell’epoca, il sostantivo era sottinteso), ecco che si chiarisce tutto e le parole «immerso nel miele» («perfusus Hyblaeo nectare») non assumono più il significato di una pratica di imbalsamazione aiutata dalle api (come erroneamente ipotizzato da alcuni storici), ma si tratterebbe della descrizione del tipo di marmo nel quale il nostro eroe fu «immerso» per l’eternità, dentro enormi blocchi di alabastro melleo.

Per info o per segnalazioni: bufalearcheologiche@gmail.com

Dario Del Bufalo, da Il Giornale dell'Arte numero 409, luglio 2020


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