Al Rubell Museum il «giovane diavolo» Alexandre Diop

L’artista franco-senegalese è l’ultima scoperta in ordine di tempo dell’«artist manager» viennese Amir Shariat, catalizzatore di talenti

«L’Incroyable Traversée d’Abdoulaye Le Grand, Troisième de la Lignée» (2022) di Alexandre Diop (particolare). © Cortesia Rubell Museum
Maria Sancho-Arroyo |  | Miami

Il Rubell Museum di Miami si è affermato come trampolino di lancio per gli artisti emergenti attraverso il programma di residenza a loro dedicato. E che si concretizza in una mostra stellare in concomitanza con Art Basel Miami Beach in dicembre, dando il via a molte carriere nel mondo dell’arte. L’ultima storia di successo è quella dell’artista franco-senegalese Alexandre Diop (Parigi, 1995), la cui permanenza creativa nel 2022 è sfociata in un’interessante mostra nella sede del Rubell a Washington. Diop si unisce alle schiere di artisti come Kennedy Yanko e Amoako Boafo, le cui carriere hanno preso il volo dopo il loro periodo a Miami.

Questi artisti condividono un legame che va oltre la residenza al Rubell: tutti hanno collaborato con il riconosciuto «artist manager» viennese Amir Shariat, catalizzatore di talenti, che ha svolto un ruolo cruciale nel lancio della loro carriera. La mostra «Alexandre Diop: Jooba Jubba, l’Art du Defi, The Art of Challenge» (aperta fino a ottobre 2024) mette in luce la sua inventiva e profonda connessione con le sue radici. I Diop o «Giobbe», originari della dinastia Dorobé, nobile famiglia del potente Regno di Cayor (1549-1886), sono noti per la loro storica resistenza agli invasori coloniali. Il totem della loro famiglia, la gru crestata, ha dato vita all’espressione in lingua wolof «Jooba Jubba», che significa «Diop dai capelli a ciuffi».

L’immagine parla da sola a chiunque abbia contemplato le figure allungate e dai capelli lunghi che popolano i dipinti e le sculture del «giovane diavolo», così lo chiamano i suoi amici. Possiamo immaginare che i pionieri delle spedizioni coloniali lo usassero per designare i Tiedos (o Ceddos), pericolosi guerrieri in lotta contro i colonialisti per così tanto tempo da farsi crescere i capelli raccolti in treccine («dreadlock»).

Come loro, il giovane artista combatte l’irriverenza con la dialettica del caos. Le opere di Diop si confrontano con l’eredità pesante del colonialismo e della diaspora. I suoi dipinti evocano l’intensità grezza di Jean-Michel Basquiat e attingono anche ai giganti della storia dell’arte come Goya, Manet e Picasso, mettendo però in luce il suo spirito inventivo. Le sue opere sono un collage di materiali raccolti per le strade di Miami che narrano storie di ascendenza e resilienza.

Consideriamo ad esempio «L’Incroyable Traversée d’Abdoulaye Le Grand, Troisième de la Lignée» (2022), che si estende per oltre 8 metri in lunghezza e quasi 4 in altezza, manifestazione tangibile delle ambizioni di Diop che ha iniziato a cimentarsi con opere di vasta scala durante il suo periodo di residenza a Miami, ispirandosi ad altre prestigiose opere della collezione Rubell, tra cui l’imponente «Sleep» di Kehinde Wiley, che occupava a Washington lo spazio ora dedicato alle creazioni di Diop. Il mondo dell’arte attende le sue future mosse: grazie al suo racconto avvincente, al carisma e all’appoggio del suo manager e della famiglia Rubell, Diop sta per ottenere riconoscimenti sempre maggiori.

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