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Fotografia

Al Brooklyn Museum Winogrand a colori

Per la prima volta una mostra sulla sua produzione policroma

«Untitled (New York)» (1960) di Garry Winogrand. Collection of the Center for Creative Photography, The University of Arizona. © The Estate of Garry Winogrand. Cortesia della Fraenkel Gallery, San Francisco

New York. Sembra impossibile pensare a Garry Winogrand (1928-84) senza identificarlo con il bianco e nero nel quale ha ripreso la vita delle città americane, prima fra tutte la sua New York, dal secondo dopoguerra fino alla prematura scomparsa.

Anche per questo è preziosa l’occasione offerta da «Garry Winogrand: Color», la rassegna aperta dal 3 maggio al Brooklyn Museum, dove per la prima volta viene presentata la produzione a colori, in una selezione che è punto di arrivo del più ampio studio svolto fino ad oggi su questa parte del suo lascito.

Frutto della collaborazione con il Garry Winogrand Archive conservato al Center for Creative Photography di Tucson, e curata da Drew Sawyer (qui al suo primo incarico in veste di Philip Leonian and Edith Rosenbaum Leonian Photography Curator, nuova posizione istituita dal museo per sviluppare il settore fotografico) con Michael Almereyda e Susan Kismaric, la mostra attinge a un tesoro di quasi 45mila slide a colori realizzate tra i primi anni ’50 e gli ultimi ’60, 450 delle quali sono presentate qui in un’installazione composta da 17 diaproiezioni.

Si tratta della «grande opportunità, secondo il curatore, di ripensare non solo il lavoro di un artista influente ma anche la storia della fotografia a colori e dei modi di essere presentata prima del 1970». Tanto che una delle proiezioni è l’ipotetica ricostruzione di quella che Winogrand aveva probabilmente preparato per «New Documents», leggendaria collettiva che nel 1967 lo vede al MoMA con Diane Arbus e Lee Friedlander, e dove il suo previsto slideshow viene subito rimosso per un problema tecnico, senza che ne resti traccia nei documenti.

Del resto il suo obiettivo instancabile e bulimico, «anticipando le pratiche fotografiche contemporanee, ha fotografato quasi ogni cosa», lasciandosi alle spalle centinaia di migliaia di scatti e persino 6mila rullini non ancora sviluppati, un patrimonio ancora ben lontano dall’essere compiutamente esplorato, tanto esteso quanto problematico anche per lo scarso interesse dell’autore per il lavoro di editing e di documentazione.

La rassegna ci trasporta nel caotico fluire quotidiano dove ogni cosa è fotografabile, per scoprire i colori di Coney Island della Fifth Avenue e di Manhattan, in una miriade di ritratti e di schegge di vita ordinaria riprese sullo sfondo del traffico urbano, dei parchi e dei sobborghi; compresa la sua attenzione per le donne e il loro ruolo nella società del boom economico. Unica concessione al suo storico bianco e nero, 25 stampe dove spiccano capolavori come «World’s Fair, New York City», e «Zoo, New York City».

Chiara Coronelli, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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