Addio a Carl Andre, gigante del Minimalismo

Salito alla ribalta nel mondo dell’arte newyorkese degli anni Sessanta, è stato una figura totemica e controversa, nota per le sue sculture materiche. L’ombra dell’omicidio della moglie, l’artista Ana Mendieta

Carl Andre (1935-2024)
Wallace Ludel |  | New York

È morto a 88 anni Carl Andre, lo scultore americano che ha contribuito a definire il movimento minimalista e il cui lavoro quieto e materico ha cambiato per sempre il lessico della scultura contemporanea. Andre si è spento il 24 gennaio in una residenza sanitaria a Manhattan e la sua morte è stata confermata dalla Paula Cooper Gallery, con cui l’artista collaborava dal 1964. «Carl Andre ha ridefinito i parametri della scultura e della poesia mediante l’uso di materiali industriali inalterati e un approccio innovativo al linguaggio», si legge nel comunicato con cui la galleria ha annunciato la morte dell’artista. «Nel corso dei suoi quasi 70 anni di carriera ha creato oltre duemila sculture e altrettante poesie, guidate da un impegno verso la materia pura in lucide composizioni geometriche».

Era nato nel 1935 a Quincy, nel Massachusetts. Il padre, George Andre, emigrato negli Stati Uniti dalla Svezia con la famiglia quando aveva 10 anni, progettava impianti idraulici di acqua dolce per le navi. Secondo un profilo di Andre pubblicato da Calvin Tomkins sul «New Yorker» nel 2011, quel tipo di impianti idraulici navali era molto richiesto durante la seconda guerra mondiale e i guadagni del padre di Andre aumentarono a tal punto che la madre, Margaret Johnson, poté lasciare il lavoro. Il padre di Andre si dilettava anche con la falegnameria e il laboratorio allestito nel seminterrato della casa di famiglia fu un aspetto formativo dell’infanzia di Carl, così come l’amore del padre per la poesia e la sua propensione a leggerla ad alta voce ai figli. (Oltre che come artista visivo, Andre si sarebbe affermato  come poeta).

Frequentata la Phillips Academy di Andover, Massachusetts, grazie a una borsa di studio, Andre s’iscrive in seguito al Kenyon College, ma frequenta per soli due mesi. Nel 1954, durante questo periodo, si reca nel Regno Unito da una zia; in seguito parlerà della visita a Stonehenge durante quel viaggio come un punto di svolta nella sua decisione di dedicarsi alla scultura. Dopo un anno di servizio militare nell’esercito, seguì un breve periodo alla Northeastern University; abbandonati gli studi, nel 1957 si trasferì a New York.

L’anno successivo, grazie a un conoscente comune, Andre incontra l’artista Frank Stella. I due diventano amici e quando Andre cerca di realizzare una scultura con del legno di recupero, troppo grande per il suo spazio di lavoro, Stella (che all’epoca è un pittore emergente) gli concede il permesso di usare il suo studio quando lui non lo usa. L’accordo andò avanti e nel 1960 Andre iniziò la serie «Element», in cui pezzi di legno pretagliati venivano disposti in schemi e forme ritmiche, segnando il suo passaggio dall’impulso di manipolare la materia al desiderio di riconfigurarla e ricontestualizzarla. «Quello che volevo era una scultura libera da associazioni umane, una scultura che permettesse alla materia di parlare da sola, dichiarò all’«Economist» nel 2000. Qualcosa di quasi neolitico».

Alla fine degli anni Sessanta Andre dà avvio alle serie di opere «Plains» e «Squares», composte da sottili lastre di metallo accostate sul pavimento per creare schemi rettangolari a scacchiera su cui gli spettatori erano invitati a camminare. Opere visivamente semplici che sarebbero state le serie più comunemente associate all’opera di Andre. Il lavoro di Andre consiste sovente in forme fabbricate industrialmente con materiali semplici e grezzi, come metallo, granito, legno e mattoni, disposte in modelli indipendenti, alcuni dei quali erano installati sul pavimento, con l’effetto che lo spettatore potesse camminare sull’opera e interagire con essa in un modo non convenzionale, a differenza di quanto poteva accadere in un museo o in una galleria.

«Rassicuro sempre le persone sul fatto che sotto quei piatti non ci sono idee nascoste, sono solo piatti di metallo», ha dichiarato Andre in un’intervista del 2014 condotta dalla Tate, sfatando l’idea che quelle opere fossero radicate in una sorta di rigoroso concettualismo. «Se ne stanno sul pavimento a farsi gli affari loro. Non pensano; sono liberi da idee, ed è solo un’esperienza».

Nel 1970, dopo poco più di un decennio di permanenza a New York, per Andre arriva il momento della sua prima importante mostra in un museo, il Guggenheim. Nella sua recensione per il «New York Times», il critico d’arte Peter Schjeldahl scrisse: «Andre non è molto divertente. Puritanamente severo, il suo lavoro ricompensa la lettura sensibile con alcuni effetti superficiali piacevoli e una certa sensazione di disagio». Schjeldahl aggiungeva poi che l’opera «si presenta allo spettatore con un’aggressiva aria di completezza e finalità, come se ognuna fosse l’unica, o comunque l’ultima, opera d’arte al mondo».

Nel 1985 Andre fu arrestato e accusato di omicidio per la morte della sua terza moglie, l’artista cubana Ana Mendieta (era nata all’Avana nel 1948), che aveva sposato otto mesi prima. L’8 settembre Mendieta era precipitata dal 34mo piano dell’appartamento della coppia in Mercer Street (dove Andre continuò a vivere per il resto della sua vita) nel Greenwich Village. Andre negò con forza il suo coinvolgimento nella morte della moglie. In una telefonata al 911 fatta la notte in cui Ana morì disse che «lei era andata in camera da letto e io l’avevo seguita; poi è saltata dalla finestra».  In seguito cambiò in parte il suo resoconto degli eventi, affermando che Mendieta era andata a letto da sola e che lui si era accorto della sua scomparsa entrando in camera da letto e trovando la finestra aperta.

Nel 1988 Andre fu assolto, ma la controversia sulla morte di Mendieta influì pesantemente sulla sua carriera, rallentandone l’ascesa. Per decenni l’artista si appartò, trascorrendo molto tempo all’estero ed esponendo con minore frequenza. (Proprio l’anno scorso, la curatrice Helen Molesworth ha pubblicato una sorta di podcast, «Morte di un’artista», che si proponeva di riesaminare il caso).

Per il resto della sua carriera,  che comprende innumerevoli mostre in gallerie e musei, oltre a un’importante retrospettiva del 2014 iniziata al Dia Beacon e proseguita al Museum of Contemporary Art di Los Angeles, le sue mostre sono state spesso prese di mira da manifestanti che ritenevano Andre responsabile della morte di Mendieta. «Non ha cambiato la mia visione del mondo o del mio lavoro, ma mi ha cambiato, come tutte le tragedie», dichiarò in un’intervista del 2011 con il «New York Times», rispondendo a una domanda su quel tragico evento. Un raro esempio di disponibilità a discutere pubblicamente su un argomento scomodo.

Nonostante il suo lavoro sia stato ampiamente celebrato, gli ultimi anni della vita di Andre sono stati relativamente tranquilli: ha continuato a vestire con la sua caratteristica tuta blu, è rimasto a vivere nell’appartamento di Mercer Street e ha seguitato a trovare di cattivo gusto il mondo dell’arte, argomento sul quale si era espresso apertamente fin dal suo primo successo negli anni Sessanta. Gli sopravvive la quarta moglie, l’artista Melissa Kretschmer.

«Penso che l’arte sia espressiva, ma che sia espressiva di ciò che non può essere espresso in altro modo», disse Andre in un’intervista del 1970 ad «Artforum». «Trovo che la mia più grande difficoltà e la parte davvero più dolorosa e difficile del mio lavoro sia quella di svuotare e liberare la mente da quel fardello di significati che ho assorbito attraverso la cultura, cose che sembrano avere a che fare con l’arte, ma che invece con l’arte non hanno proprio nulla da spartire».

© Riproduzione riservata Carl Andre con le sculture «Radial Arm Saw-Cut», 1959-60. © 2024 Carl Andre / Artists Rights Society (ARS), New York. Photo: Hollis Frampton
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