Ad Arles, il riconoscimento delle donne fotografe

Se l’anno scorso la rassegna aveva rivisitato i codici della virilità con la mostra «Masculinités» ora il festival punta sulla «femminilità»

«Ahmedabad, Gujarat, India» (1981) di Mitch Epstein
Luana De Micco |  | Arles

Dal 4 luglio al 25 settembre Arles torna a essere la capitale della fotografia. Dopo l’edizione del 2021, ancora alle prese con i protocolli sanitari e in formato ridotto, quest’anno il festival «Les Rencontres d’Arles», numero 53, ritrova il suo formato classico, come prima della pandemia, con una quarantina di mostre, monografiche e collettive, che coinvolgono diversi luoghi della città.

Se l’anno scorso la rassegna aveva rivisitato i codici della virilità con la mostra «Masculinités» ora il festival punta sulle donne. Lo ha spiegato Christian Wiesner, direttore della rassegna: «La creazione fotografica, sismografo della nostra esistenza nella sua diversità, non è sempre stata il riflesso dell’incredibile diversità degli artisti. Un lungo processo di riconoscimento delle donne fotografe è iniziato una quarantina d’anni fa. E quest’anno, anche Les Rencontres aprono molti luoghi alla creatività di figure storiche e alla scoperta di artiste dimenticate o sconosciute, fino all’emergenza di nuovi talenti».

Certo quarant’anni sono tanti e solo fino a poco tempo fa ancora si rimproverava anche ad Arles di non dare abbastanza spazio alle fotografe. Si recupera il tempo perso con «Un’avanguardia femminista degli anni ’70», una mostra che allestisce, per la prima volta in Francia, 200 scatti della collezione austriaca Verbund, incentrata sugli anni ’70. Sono selezionati i lavori di 72 artiste, da Judy Chicago a Gina Pane, da Suzanne Santoro a Cindy Sherman, da Esther Ferrer a Francesca Woodman, portavoce di un’immagine nuova della donna, denunciando il sessismo, le disuguaglianze sociali e il potere patriarcale.
«Billy & Minzly, I can’t stand to see you cry» (2020) di Rahim Fortune. Cortesia Sasha Wolf Projects e l’artista.
La rassegna presenta anche i lavori di Babette Mangolte, premio Women in Motion 2022, che da anni documenta la scena coreografica di New York, e di Susan Meiselas & Marta Gentilucci che in «Cartographie du corps», tracciano una mappa della pelle e dei gesti delle donne. L’Espace Van Gogh propone una rilettura del lavoro di Lee Miller, di volta in volta fotografa di moda o reporter di guerra tra il 1932 e il 1945.

Viene inoltre proposta la prima monografica dedicata a Bettina Grossman, scomparsa lo scorso novembre. Tra le altre numerose mostre, al Palais de l’Archevêché è allestita «Un mondo da guarire», frutto di due anni di lavori negli archivi del Museo internazionale della Croce Rossa, una collezione di più di seicento immagini dal 1850 a oggi, scattate da grandi fotografi dell’Agenzia Magnum, ma anche dagli stessi operatori umanitari.

La mostra «Ritual Inhabitual» allerta invece sullo sfruttamento delle foreste in Cile per alimentare l’industria della carta, mentre in «I guardiani dell’acqua» Bruno Serralongue testimonia la battaglia degli indiani Sioux della riserva Standing Rock, nel Nord Dakota. Tra gli altri artisti presentati, Frida Orupado denuncia la brutalità della rappresentazione pittorica dei corpi neri nella storia, mentre Pierfrancesco Celada, premio Photo Folio Review 2021, documenta da sette anni la società di Hong Kong, passando per la rivoluzione degli ombrelli del 2014 e le manifestazioni del 2019. I dieci progetti candidati al Prix Roederer 2022 sono presentati nell’Eglise des Frères-Prêcheurs.

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