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Mostre

A Palazzo Massari il lascito di Franco Farina

La collezione nata dalla sua attività di direttore delle Civiche Gallerie d’Arte Moderna

Luigi Veronesi, «Tensione no 3. Variazione 1», 1974. Ferrara, Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, collezione Franco Farina. Donazione Franco Farina e Lola Bonora

Ferrara. Per raccontare tutto quello che è successo intorno alla figura di Franco Farina tra gli anni Sessanta e Novanta a Ferrara ci vorrebbe un libro dedicato, forse un romanzo. Per trent’anni alla direzione delle Civiche Gallerie d’Arte Moderna, con la sua curiosità per ogni forma di espressione artistica espressa da un’instancabile attività espositiva (quasi mille eventi), con Lola Bonora, direttrice del Centro Video Arte, Farina ha portato la città all’interno dei circuiti della ricerca, facendone l’importante vetrina internazionale che ancora oggi, nonostante i cambiamenti avvenuti, riesce a essere.

Quella stagione ora trova una nuova sintesi narrativa in una mostra «La collezione Franco Farina. Arte e avanguardia a Ferrara 1963/1993» allestita fino al 15 marzo nel Padiglione d’Arte Contemporanea-Palazzo Massari che per la prima volta studia e fa conoscere al pubblico la collezione di opere contemporanee nata dalla sua attività di direttore, e «restituita ai cittadini» dopo la sua scomparsa.

«Donando al comune questa raccolta ho seguito letteralmente la volontà di Franco, ricorda Lola Bonora, a lui molto legata, una volontà più volte espressa pubblicamente prima della sua scomparsa, nel 2018. Essendo un uomo generoso, infatti, lui ha sempre affermato che queste opere, in gran parte donategli dagli artisti in segno di amicizia e stima, dovessero un giorno appartenere ai ferraresi, perché era grazie a Ferrara che aveva potuto fare quegli incontri straordinari e seguire la sua passione per l’arte».

La raccolta, davvero molto corposa, è dunque un tesoro dal doppio valore: una preziosa memoria personale e la ricostruzione della straordinaria stagione culturale di cui Farina è stato motore. Quasi tutte le opere, infatti, hanno un corrispettivo in quelle che gli artisti donarono alla Galleria d’Arte Moderna, e consentono di mettere in relazione temi e idee su un doppio binario, ripercorrendo la storia personale e quella dell’istituzione, nell’intreccio di personaggi, mostre e frequentazioni importanti.

Lo sottolinea Maria Luisa Pacelli, curatrice della mostra in collaborazione con Ada Patrizia Fiorillo, docente dell’Università di Ferrara, e con Massimo Marchetti, Lorenza Roversi e Chiara Vorrasi. Un pool di curatori per un percorso articolato, che propone un allestimento per nuclei tematici con numerose integrazioni documentarie, tra cui spicca un corposo epistolario.

Qualche nome? Franco Solmi, Maurizio Calvesi e Janus tra i teorici, Giovanni Boldini, Carlo Carrà, Felice Casorati, Mario Sironi, Aroldo Bonzagni, Filippo de Pisis, Emilio Vedova, André Masson, Man Ray, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Jim Dine, Giuseppe Capogrossi, Afro Basaldella, Renato Guttuso, Sebastian Matta, Enrico Baj, Luigi Veronesi, Tancredi, Getulio Alviani, Gianni Colombo, Sergio Zanni, Maurizo Camerani e davvero tanti altri autori, per opere intime e ben selezionate. Compreso quel disegno di Giorgio de Chirico, che ci ricorda di quando il maestro della Metafisica si sedeva a chiacchierare su una particolare poltrona nello studio del maestro Farina.

Valeria Tassinari, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020


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