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Mostre

4 pareti per 40 anni di MoCA

Il museo che ha trasformato la città si racconta nel suo compleanno

Un particolare dell’allestimento della memorabile mostra «Helter Skelter: L.A. Art in the 1990s». Courtesy The Museum of Contemporary Art, Los Angeles. Foto Paula Goldman

Los Angeles (Stati Uniti). Nel 1986 Chris Burden realizzò l’oggi celeberrima installazione «Exposing the Foundation of the Museum»: tre fossati scavati a fianco del muro esterno del Museum of Contemporary Art (MoCA) di Los Angeles, all’interno dei quali i visitatori potevano scendere per ispezionare le fondamenta in cemento armato dell’edificio. Le cavità erano state effettivamente scavate sotto la Temporary Contemporary, attualmente una dépendance del MoCA (nel 1996 rinominata Geffen Contemporary dopo una donazione da parte del produttore di Hollywood David Geffen).

L’ex deposito per i veicoli della polizia era stato concepito come sede provvisoria, tra la fondazione del MoCA, nel 1979, e l’apertura della sua sede principale sette anni dopo. La Geffen resta un elemento fondamentale dell’identità del MoCA, che celebra quest’anno il quarantesimo anniversario con una serie di mostre incentrate sulla collezione permanente, a cominciare da un’esposizione multimediale di documenti d’archivio intitolata «40 anni per LA», allestita dal 14 aprile al 16 settembre.

Quarant’anni sono tanti, soprattutto in una città relativamente giovane come Los Angeles, ma per molti versi il MoCA si vede ancora come un’istituzione in via di definizione. La mostra, spiega Bryan Barcena, che la cura insieme ad Amanda Hunt, si propone di contribuire a raccontare la storia del museo, forse con una leggera strizzatina d’occhi a Burden, attraverso «le cose concrete che danno un’identità all’istituzione».

Per quanti disaccordi possano esserci stati in passato, in seno al consiglio o all’organico, prosegue Barcena, quattro cose sono rimaste essenziali per il MoCA e ognuna di esse occupa una parete della mostra. Il primo aspetto sono le sue sedi: la Geffen Contemporary, uno dei primi edifici industriali a essere ripensato come centro artistico sotto la guida di Frank Gehry, e l’edificio in arenaria rossa sulla Grand Avenue, progettato da Arata Isozaki, vincitore quest’anno del Pritzker Prize.

Il secondo aspetto è l’impressionante programma espositivo del museo, che viene rappresentato da un grafico cronologico che spazia dal 1983 al 2019 mettendo in evidenza le mostre più influenti del MoCA, come «Helter Skelter» di Paul Schimmel nel 1992 e «WACK! Art and the Feminist Revolution» di Connie Butler nel 2007.

Un’altra parete è dedicata ai fondatori del museo, le cui vicende s’intrecciarono, con esiti determinanti per il futuro del MoCA, con quelle della collezione Giuseppe Panza di Biumo, che nel 1984 vendette al MoCA per 11 milioni di dollari di allora 80 opere di arte espressionista astratta e pop, con il nascente Museo d’arte contemporanea del Castello di Rivoli che restava, tra le polemiche, alla finestra. infine, viene ricordato ogni artista le cui opere siano presenti nella collezione del MoCA, o che nel museo abbia tenuto una personale. «Il MoCA esisteva prima che LA fosse considerata un luogo per l’arte», sottolinea Barcena. Merita credito per il suo contributo all’attuale successo artistico della città.

Jonathan Griffin, da Il Giornale dell'Arte numero 396, aprile 2019


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