Veduta di «Progetto per fontana e altre figure» (2023) di Flavio Fanelli presso la galleria Francesca Minini. Cortesia di Francesca Minini, Milano. Foto di Lorenzo Palmieri

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Veduta di «Progetto per fontana e altre figure» (2023) di Flavio Fanelli presso la galleria Francesca Minini. Cortesia di Francesca Minini, Milano. Foto di Lorenzo Palmieri

Poliedrico Favelli

La personale da Francesca Minini, una casa costruita interamente da lui e uno spazio-cenacolo di artisti, addetti ai lavori e art lover: ci racconta tutto l’artista fiorentino

L’incontro con Flavio Favelli avviene in uno spazio che è stato tra i più visitati durante i giorni di Arte Fiera a Bologna. Lo si trova in un interno cortile di via Silvani, di fianco a un ristorante cinese, alle spalle del Mambo. Scesa una piccola rampa d’asfalto, si scorge una fettina di luce che scappa dal portone di quello che sembra un garage. Qua dentro c’è il mondo di Flavio Favelli. Una serie di ambienti comunicanti dalle pareti in cartongesso, in alto lunghi neon che corrono e illuminano dal soffitto. Le opere si dispongono come se non fossero esposte ma a casa loro.

Non è una mostra ma un racconto permanente di vent’anni di lavoro, dove le prime opere risalgono al 2002, per seguire poi un ordine non cronologico. Lo spazio di chiama Jugopetrol, Favelli lo apre su appuntamento, ci si possono trovare studenti, curatori, direttrici di musei e collezionisti, appassionati. Chiacchieriamo con lui di vari progetti che lo stanno coinvolgendo, a partire dalla personale in corso da Francesca Minini a Milano, «Progetto per Fontana e altre figure», visitabile sino all’11 marzo.

Come mai questo titolo per la sua mostra milanese?
Perché sto costruendo una casa in forma di opera d’arte a Montepastore, vicino a Bologna, la costruisco da zero, una casa fatta da me dalle fondamenta, con un giardino che ho battezzato Radicale. Sono riuscito a farmi approvare il progetto, e sono felice perché ho un accordo con il Comune per ospitare due volte all’anno eventi, cosa che riconosce la casa come spazio pubblico, culturale.

Ci andrà a vivere?
Sì, certo.

Torniamo alla fontana.
Nel giardino ci saranno delle mie opere e anche una fontana, sappiamo che le fontane costituiscono una grande tradizione italiana, ma oggi invece non si fanno più. Penso a Firenze e a Bologna, le città dove sono nato e vivo, che hanno delle fontane di Nettuno. E io faccio nel mio piccolo una fontana, disegnandola con l’architetto che mi segue da un anno e mezzo nella costruzione della casa. Mi ha chiesto come la volessi, e io, invece che fargli un disegno, ho iniziato ad assemblare delle cassette dell’acqua (una serie di opere di Favelli sono casse per le bottiglie d’acqua trasformate in «mobili», con piani d’appoggio realizzati in materiali diversi, Ndr), realizzando una sorta di maquette in scala 1:1 con le cassette impilate. Ora la stanno realizzando in cemento e marmo, ma la maquette/scultura originaria l’ho portata da Francesca Minini.

Le altre figure del titolo quali sono?
Ho messo insieme altre cose che non hanno relazione tra di loro se non essere quelle a cui sto lavorando in questo momento. Ci sono degli specchi astratti, poi un cartello stradale giallo, dei collage che sto facendo ultimamente e alla fine, in una stanza, appaiono due lampadari, assemblaggi di lampadari di Murano, di quelli che cerco sempre in giro. All’entrata, invece, c’è l’immagine di un grande francobollo ingrandito a parete. Sono andato molto libero nella composizione di questa mostra.
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Una libertà che si respira anche in questo suo spazio bolognese, dove c’è un dialogo tra i lavori che sembra il diario dei suoi ultimi anni di ricerca.
Ci sono aspetti diversi, da opere con un sapore minimale, astratto e materico, a un mondo che è quello dei loghi, delle etichette, dei francobolli, fino ai titoli dei giornali e ai manifesti dei film hard, le pubblicità. Sono i miei due grandi ambiti, che mi appartengono profondamente, costituiscono quello che ho sempre vissuto e sviluppato.

Perché ha chiamato questo spazio Jugopetrol?
Quando ho fatto una mostra in Montenegro due anni fa («Balkan» alla Moderna Galerija di Podgorica, Ndr), avevo trovato dismessa in un magazzino una grande insegna verde, tutta impolverata, della Jugopetrol, una volta la più importante compagnia petrolifera del paese. L’avevo chiesta, mi piaceva molto perché dentro c’era il nome della Jugoslavia e insieme il logo Jpk mi ricordava quello di un partito curdo, ma alla fine non me l’avevano data. Così ho pensato di dare quel nome allo spazio. C’ero rimasto male. Però forse quella delusione mi ha portato fortuna perché pochi mesi fa mi hanno detto che me la regalano.
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Intanto in questi giorni parte una nuova «avventura» che vedrà Favelli condurre un workshop con gli studenti della scuola in carcere dell’Iiss Keynes detenuti presso la Casa Circondariale Rocco d’Amato di Bologna, un progetto a cui ha aderito con grande generosità, coordinato dalla critica e storica Serena Carbone.

Una delle opere di Flavio Favelli allestite nello spazio di Bologna

Flavio Favelli alla galleria Francesca Minini. Cortesia di Francesca Minini, Milano. Foto di Lorenzo Palmieri

Olga Gambari, 14 febbraio 2023 | © Riproduzione riservata

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Poliedrico Favelli | Olga Gambari

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