Jean (Hans) Arp, «Human Concretion», 1934. Chrysler Museum of Art, Norfolk, Virginia. © 2019 Artists Rights Society (ARS), New York/VG Bild-Kunst, Bonn / © Jean Arp, by SIAE 2019. Foto: Ed Pollard/Chrysler Museum of Art

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Jean (Hans) Arp, «Human Concretion», 1934. Chrysler Museum of Art, Norfolk, Virginia. © 2019 Artists Rights Society (ARS), New York/VG Bild-Kunst, Bonn / © Jean Arp, by SIAE 2019. Foto: Ed Pollard/Chrysler Museum of Art

Peggy e Arp: quel colpo di fulmine

Alla Collezione Guggenheim 70 opere dello scultore che convertì l’ereditiera all’arte moderna

Dal 13 aprile al 2 settembre una mostra presso la Collezione Peggy Guggenheim intitolata «La natura di Arp» presenta opere di tutti i periodi di un artista tra i più legati alla collezionista e gallerista americana. In mostra 70 opere realizzate tra il 1916 e i primi anni ’60, provenienti da collezioni americane ed europee, tra sculture in gesso, legno, bronzo e pietra, oltre a rilievi in legno dipinto (tra cui «Pianta-martello (forme terrestri)», del ’16, opera della stagione dadaista), e poi collage, disegni, tessuti e libri illustrati.

A testimonianza dell’unione umana e artistica con Sophie Taeuber, in mostra figura anche «Scultura coniugale», realizzata a quattro mani dalla coppia nel 1937. Sette delle settanta opere sono quelle comprate direttamente da Peggy Guggenheim. Tra esse, quella che determinò, nel 1933, il suo destino di collezionista: «La prima cosa che comprai per la collezione», racconta la mecenate nella sua autobiografia Una vita per l’arte, «fu un bronzo di Jean Arp, “Tête et coquille”. Lui mi portò alla fonderia dove era stato fuso e me ne innamorai tanto che chiesi di poterlo tenere tra le mani: nello stesso istante in cui lo sentii volli esserne la proprietaria».

Arp espose poi diverse volte nelle gallerie fondate dalla collezionista a Londra nel ’38 (Guggenheim Jeune) e a New York nel ‘42 (Art of this century). E si innamorò, non meno che dell’amica americana, di Venezia, dove i due si sono frequentati in numerose occasioni.

Nel 1954 lo scultore vinse il Gran Premio per la scultura alla XXVII Biennale di Venezia. Era il coronamento di un percorso che aprì la scultura del secolo alle forme biomorfe e dalle superfici curve e levigate, di ispirazione organica e d’effetto sensuale, anche se con risvolti ludici a cui Arp fu sensibile tutta la vita: in mostra, infatti, sono anche presenti le opere a più pezzi dei primi anni Trenta nella quali l’artista rinuncia al piedistallo e invita lo spettatore a farsi attivo partecipe della creazione, modificandone l’assetto. Ne sono esempi «Scultura da perdere nella foresta» e «Tre oggetti fastidiosi su un volto».

Un senso ludico e paradossale affiora spesso nei titoli dell’artista che pure conobbe le tragedie del secolo: le due guerre mondiali videro contrapposte le due parti dell’anima di Jean Arp, il quale nasce col nome di Hans (con cui pure firmò per tutta la vita), perché nasce tedesco in un’Alsazia contesa dalle due potenze, passando da una all’altra. Lui si sentiva artista e basta, e strinse amicizia con artisti di tutta Europa, tra i quali alcuni in mostra: i tedeschi Ernst e Schwitters, il francese Hélion, l’olandese Van Doesburg.

Jean (Hans) Arp, «Human Concretion», 1934. Chrysler Museum of Art, Norfolk, Virginia. © 2019 Artists Rights Society (ARS), New York/VG Bild-Kunst, Bonn / © Jean Arp, by SIAE 2019. Foto: Ed Pollard/Chrysler Museum of Art

Guglielmo Gigliotti, 12 aprile 2019 | © Riproduzione riservata

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