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Nippofobia

Isamu Noguchi tra i deportati di guerra in Arizona

Nell’inverno del 1942, l’artista e designer Isamu Noguchi (Los Angeles, 1904-New York, 1988) viveva nella guesthouse di Ginger Rogers a Hollywood, mentre lavorava su un busto di marmo dell’attrice che è ora nella collezione della National Portrait Gallery di Washington. Ma quando il governo statunitense iniziò a internare i nippoamericani dopo l’attacco di Pearl Harbour, Noguchi dovette abbandonare questa vita agiata. In quanto residente a New York, l’artista, nato da madre bianca americana e da padre giapponese e cresciuto tra i due Paesi, non fu obbligato a «traslocare». Ma scelse volontariamente di entrare nel campo di detenzione di Poston in Arizona, sperando di migliorarne le condizioni di vita costruendo strutture come piscine e occupandosi della progettazione di giardini. «Cercò di usare la sua autorità morale perché a quell’epoca era un personaggio noto», spiega Dakin Hart, senior curator del Noguchi Museum nel Queens, a New York. Come disse l’artista al tempo: «In questo modo diventerò parte dell’umanità sradicata». Noguchi finì col non ricevere alcun sostegno dal governo per realizzare i suoi progetti e dovette restare nel campo per diciassette mesi. Questo periodo della sua vita è il soggetto della mostra «Self-interned, 1942: Noguchi in Poston war relocation center», aperta al Noguchi Museum dal 18 gennaio al 7 gennaio 2018, poco prima del 75mo anniversario della firma dell’Executive Order 9066, che autorizzò l’internamento.

La mostra, curata da Hart, non vuole offrire ai visitatori una profonda prospettiva storica sull’internamento dei nippoamericani durante la seconda guerra mondiale, ma intene spiegare come quel momento storico influenzò Noguchi, a livello umano e professionale. «È davvero molto importante capire che l’esperienza di Noguchi non è rappresentativa della vicenda dell’internamento dei nippoamericani perché lui poteva scegliere, spiega Hart. Il nostro focus è su Noguchi, la sua esperienza, le sue parole. La mostra vuole essere il complemento di una storia più ampia».

Il museo presenta materiale d’archivio e circa 25 opere dalla sua collezione, presentate cronologicamente, a partire da un busto del 1941 dell’attrice teatrale Lily Zietz, per concludersi con due sculture di Noguchi della metà degli anni Cinquanta e Ottanta, «Deserts» e «Gateways», che dimostrano come il periodo passato dall’artista a Poston lo abbia influenzato per tutta la vita. «Noguchi diventò esperto nella realizzazione di opere che sono come le scarpette rosse di Dorothy, possono portarti altrove, sono capaci di un transfert psicologico», afferma Hart a proposito delle opere della serie «Gateways», con forme che ricordano «portali» vuoti e ingressi. I titoli di alcune di queste opere del tempo di guerra, come «The World is a Foxhole» (1942-43) e «This Tortured Earth» (1942-43), testimoniano del suo stato d’animo in quel periodo, mentre altre, tra cui una scultura in legno trasportato a riva dall’acqua del 1943, sono senza titolo.

La commovente opera in onice «Mother and child» (1944-45), invece, «rappresenta il ritorno a qualcosa di semplice, basico, solido, un’affermazione della vita», spiega il curatore. L’autointernamento è un tema particolarmente opportuno visto l’insediamento il 20 gennaio del nuovo presidente Donald Trump. In un’intervista su «Fox News» lo scorso novembre il celebre sostenitore di Trump, Carl Higbie ha definito l’Executive order 9066 un «precedente» per la proposta di un registro nazionale dei musulmani negli Stati Uniti. Anche se la mostra non è stata organizzata in previsione di questo contesto, Hart afferma: «Se Noguchi fosse vivo oggi tutti avrebbero voluto sapere che cosa pensava di questo argomento».

Victoria Stapley-Brown, 15 gennaio 2017 | © Riproduzione riservata

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Nippofobia | Victoria Stapley-Brown

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