Thao Nguyen Phan. Foto: Alexandra Bertels

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Thao Nguyen Phan. Foto: Alexandra Bertels

La prima di Nguyen Phan al Pirelli HangarBicocca

Dopo la partecipazione all’ultima Biennale di Venezia l’artista vietnamita torna in Italia e presenta una nuova videoinstallazione che dà il titolo alla mostra

All’ultima Biennale di Venezia, invitata da Cecilia Alemani a far parte della mostra «Il latte dei sogni», l’artista vietnamita Thao Nguyen Phan ha presentato l’installazione video «First Rain, Brise-Soleil» (2021, in corso), un’indagine su un tema bruciante come l’effetto dell’imperialismo degli Stati Uniti sulla cultura vietnamita che tuttavia, pur nella durezza della denuncia, assume un andamento fiabesco, in bilico tra realtà contemporanea, folklore e antiche leggende.

Questo emozionante lavoro è riproposto nella mostra presentata fino al 14 gennaio nello Shed di Pirelli HangarBicocca, prima sua personale in Italia, per la quale Phan (artista acclamata, nata nel 1987 a Ho Chi Minh City, un tempo Saigon, dove tuttora vive e lavora, ma di formazione internazionale) ha realizzato la nuova videoinstallazione «Reincarnations of Shadows».

Commissionato da Pirelli HangarBicocca e coprodotto da In Between Art Film, questo lavoro dà il titolo all’intera mostra, che è realizzata con la Kunsthal Charlottenborg di Copenaghen dove giungerà dal prossimo marzo ed è curata da Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli.

L’artista definisce quel video «moving-image-poem», una poesia d’immagini in movimento (e spiega: «Più lavoro con le immagini in movimento, più sento come queste immagini, o comunque l’arte in generale, possiedano il dono di reincarnare»), e ancora una volta affonda le mani, con forza e delicatezza al tempo stesso, negli effetti perversi del colonialismo: s’interroga infatti sulle possibilità di reincarnazione e ri-significazione di simboli, gesti e rituali rimasti lungamente nell’ombra, e al tempo stesso riflette qui sui rapporti tra artiste all’interno di culture postcoloniali, facendo riferimento a Diem Phung Thi (Vietnam, 1920-2002), pioniera della scultura modernista, che visse e lavorò tra il Vietnam e la Francia di cui il suo Paese, con il Laos e la Cambogia, fu lungamente colonia (l’Indocina francese). E della scultrice espone alcune opere degli anni tra i Settanta e i Novanta, in dialogo con il suo video.

Seconda e ultima parte del percorso (sia pure fluido, permeabile e libero) della mostra, questa videoinstallazione è preceduta, nella prima sezione, anche da lavori pittorici: l’artista si è infatti formata come pittrice ma ha poi incontrato il linguaggio filmico con il regista giapponese Yasujirō Ozu (1903-63), con il filmmaker thailandese Apichatpong Weerasethakul (1970) e con Joan Jonas (1936), pioniera del video e della performance.

I suoi sono delicati dipinti su seta, che prendono vita nei video e che con i loro toni sognanti affrontano temi urgenti come lo sfruttamento delle risorse naturali, specie nel bacino del Mekong, il fiume dal forte portato economico, sociale e simbolico per l’intera regione che è l’oggetto di «Becoming Alluvium» (2019, in corso), un lavoro in cui i dipinti si sommano a un video fondato sul credo buddhista, a lei così caro, della reincarnazione, qui letta attraverso le vicende di due fratelli e delle loro successive rinascite.

A congiungere la prima e la seconda parte della mostra è la potente installazione «No Jute Clothes for the Bones» (2019, in corso), dove una cortina di steli di iuta grezza, accompagnata dal video a tre canali «Mute Grain» (2019), evoca la Grande Carestia causata dall’occupazione giapponese dell’Indocina nel 1940-45, quando gli occupanti trasformarono le risaie in piantagioni di iuta, condannando la popolazione alla morte per fame.

Thao Nguyen Phan. Foto: Alexandra Bertels

«No Jute Cloth for the Bones» (2019), di Thao Nguyen Phan

Ada Masoero, 18 agosto 2023 | © Riproduzione riservata

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La prima di Nguyen Phan al Pirelli HangarBicocca | Ada Masoero

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