Un particolare di «Mirabelle Bloody Nose» (2018) di Yelena Yemchuk. Cortesia dell’artista

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Un particolare di «Mirabelle Bloody Nose» (2018) di Yelena Yemchuk. Cortesia dell’artista

Ironia e disincanto nelle immagini di Yelena Yemchuk a Milano

La curatrice Marcella Manni racconta il lavoro dell’artista ucraina in mostra da NonostanteMarras

A Milano, in occasione della settima edizione di PhotoVogue Festival 2022, negli spazi di NonostanteMarras, ricavati da un’ex officina e trasformati da Antonio Marras in un concept store, un po’ spazio espositivo e un po' luogo di incontri, ha inaugurato «Characters», la mostra personale, che resterà aperta fino all’8 gennaio 2023, di Yelena Yemchuk.

Nata a Kiev, classe 1970, è immigrata con la famiglia a New York all’età di undici anni, dove ancora oggi vive e lavora con il marito e le sue due figlie. Regista dei video del gruppo musicale Smashing Pumpinks, ha studiato arte alla Parsons di New York ed è approdata alla fotografia nel 1997. Influenzata dalle opere di Diane Arbus e di Cindy Sherman, conosciuta per i suoi scatti surreali, per questa mostra ha presentato due serie di lavori, temporalmente molto distanti da loro, sapientemente allestiti da Marcella Manni.

Laureata in filosofia, curatrice alla Galleria d’Arte moderna di Bologna e al Mar di Ravenna (Mar), la curatrice, nel 2008, ha avviato a Modena Metronom, un’organizzazione che promuove progetti di ricerca e di approfondimento sulla cultura visiva, come quello pensato oggi per gli spazi di NonostanteMarras e che per dirla alla Christian Boltanski, «non è un insieme di opere: è un’opera unica, un percorso».

Forte di una collaborazione con i Marras che dura dal 2016, Marcella Manni è riuscita a costruire una mostra divisa in più spazi lasciando che un filo invisibile guidi lo spettatore alla scoperta delle opere in armonioso dialogo con il magico mondo Marras che le circonda. «Questa mostra, come racconta la curatrice, è frutto di una serie di fortunati eventi. Qualche tempo fa ho sfogliato due dei progetti realizzati da Yelena e, in vista di questo evento, ne ho parlato con i Marras scoprendo che già la conoscevano. Antonio infatti, molti anni prima aveva avuto la possibilità di fare con lei uno shooting estemporaneo ad Alghero, utilizzando abiti da lui disegnati e facendo un casting molto libero e una serie di fotografie che poi sono state stampate anche in grandi dimensioni ed esposte a Torino in Fondazione Sandretto Re Rebaudengo nel 2007».
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Fotografie in bianco e nero, montate con cornici di recupero, dove, sullo sfondo di spiagge e campagne sarde, si muovono ballerine e spose perfettamente in armonia con una natura selvaggia, vestite di abiti e cappelli talvolta maestosi, talvolta leggeri tanto da sembrare fluttuare nell’aria. I volti vengono abbagliati da una luce che non è chiaro da dove provenga e che pare uscire dalle cornici per rimbalzare nei numerosi specchi che occupano alcune delle pareti della sala a loro dedicata.

«L’idea della mostra è stata quella di provare a liberare queste fotografie disperse in un magazzino ad Alghero e contestualmente lavorare su qualcosa di nuovo, anche perché l’idea dell’archivio era trasversale al progetto del nuovo libro di Yelena УYY». Acronimo di Україна Yelena Yemchuk, la parola slava che significa «Ucraina» seguita dal nome dell’artista, che un lettore disattento potrebbe leggere come Why-Why-Why (data l’ingannevole somiglianza delle lettere), pubblicato da Départ Pour l’Image e candidato al premio «Libro dell’Anno» del Paris Photo-Aperture PhotoBook Award, il libro è formato da fotografie e dipinti che si presentano come «una sorta di carotaggio, di prelievi dall’archivio dell’artista. Non una serie di lavori realizzati con uno specifico interesse, ma diversi progetti mescolati per libere associazioni e accostamenti» mi spiega Manni.

L’artista, attraverso queste immagini, pare invitarci ad uscire dai confini per abbandonarci alla vertigine della memoria, alla ricerca di un dialogo interiore e intimo con lei. «Per l’allestimento, ho fatto personalmente una selezione delle immagini fotografiche all’interno del libro, prosegue la curatrice, decidendo di lavorare per delle costanti, facendomi guidare dai dipinti. In quelli, ho visto il filo conduttore della sua ricerca, della sua sensibilità, del suo modo di esprimersi. Questa ironia, questo disincanto, che non è un voler sorvolare sulle cose, ma un andare oltre analizzandone la complessità, cercando di suggerire al lettore una chiave di lettura che si allontana dallo stereotipo della comunicazione o del linguaggio prevalente dei giorni nostri. sguardo. Ho letto nei suoi lavori, anche ad un solo primo sguardo, una coerenza, una propria forza e identità nell’esprimersi.»
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La mostra si presenta così come un viaggio, un corteo di personaggi umani e animali caratterizzati da numerosi dettagli: il rossetto sbavato portato sopra il velo, le mani rotte di un manichino, il sangue che cola dal naso di una giovane fanciulla, marinai, uomini travestiti da orsi, bambine con le trecce, donne che danzano dove l’elemento comune, che riesce ad iscrivere ogni personaggio nello stesso grande romanzo, è la fantasia surreale, è il potere di mostrarci attraverso i suoi scatti una storia che può essere conservata e raccontata grazie alla macchina fotografica. Saluto Marcella Manni con la domanda che ha accompagnato PhotoVogue Festival 2022 «Cosa direbbe Susan Sontag della tua mostra?». «Sarei curiosa di saperlo». Io penso sia una mostra da non perdere.

«House of Stranger» (2009) di Yelena Yemchuk. Cortesia dell’artista

«Ana and Triss, Kiev» (20199) di Yelena Yemchuk. Cortesia dell’artista

Rischa Paterlini, 30 novembre 2022 | © Riproduzione riservata

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