«Il poeta Cechov» (1921-22) di Arturo Martini, Rovereto, Mart

© Archivio fotografico e Mediateca Mart

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«Il poeta Cechov» (1921-22) di Arturo Martini, Rovereto, Mart

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I capolavori collezionati da Pallini

A Villa Necchi Campiglio sono riuniti una trentina di pezzi dell’affascinante collezione del sarto milanese amico degli artisti

L’atelier di Adriano Pallini era, nei primi anni milanesi, in via dell’Orso a Brera, il quartiere degli artisti. I suoi clienti, presto anche amici, si chiamavano Giorgio de Chirico, Mario Sironi, Massimo Campigli (forse il più caro di tutti, compagno di tante vacanze a Forte dei Marmi), Piero Marussig, Arturo Martini, Achille Funi, Pompeo Borra, Lucio Fontana e Antonio Corpora. Inevitabile che, come spesso accadeva allora, almeno all’inizio le sue impeccabili creazioni sartoriali fossero pagate con dipinti e sculture. Fu così che le prime opere d’arte entrarono in casa di Adriano Pallini (Teramo, 1897), ma presto fu lui ad andare in cerca dei loro migliori lavori, finendo per dar vita, sin dal 1925, a una collezione di assoluto rilievo. Oggi molte di quelle opere, vendute dopo la sua scomparsa prematura nel 1955, sono conservate in musei, come il «Ritratto di Paul Guillaume» (1916) di Amedeo Modigliani del Museo del Novecento di Milano, o «Le figlie di Loth», capolavoro di Carlo Carrà del 1919 ora al Mart di Rovereto, al pari di «Il poeta Cechov» (1921-22) di Arturo Martini, uno dei vertici della sua produzione.

Quest’opera magnifica è esposta, con una trentina di altri lavori, nella mostra «Adriano Pallini. Una collezione di famiglia» (dal 24 maggio all’8 ottobre, catalogo Skira, con introduzione di Elena Pontiggia), promossa dal Fai-Fondo per l’Ambiente Italiano nella Villa Necchi Campiglio, e curata da Paolo Campiglio, Roberto Dulio e Nicoletta Pallini Clemente, figlia del collezionista e studiosa d’arte, che al Fai, proprio per la Villa milanese, ha donato il «Ritratto di Adriano Pallini» (1934) di Massimo Campigli, che apre il percorso. Vicina nel gusto e nelle scelte alla preziosa collezione donata al Fai (proprio per questo suo bene) dalla studiosa e gallerista Claudia Gian Ferrari, la mostra si dipana lungo i tre piani della villa progettata da Piero Portaluppi, in dialogo stretto con le opere Gian Ferrari.

Con quelle citate, ci sono opere storiche di Piero Marussig e Fortunato Depero, di Giorgio de Chirico e Filippo de Pisis, l’inedito ritratto del collezionista dipinto da Achille Funi, esposto alla Biennale nel 1940, e il famoso bozzetto in bronzo per il Monumento al Duca d’Aosta di Torino (poi realizzato da Eugenio Baroni), opera di Martini, artista molto amato da Adriano Pallini non meno che dalla figlia Nicoletta, che oggi ricorda come lei, bambina, giocando salisse a cavalcioni del magnifico bronzo della «Pisana», nell’ingresso di casa. Infine, le opere più recenti, come la ceramica di Lucio Fontana («Busto oro e nero», 1938), una «Natura morta» di Mario Raciti e l’ultimo dipinto da lui acquistato, un «Albero» del 1955 di Corrado Cagli. All’ultimo piano, la figura di Pallini è riletta nella veste professionale grazie al libro delle misure (ci sono tutti gli artisti amici), al frac uscito dal suo atelier, agli strumenti di lavoro e ai libri, cui si aggiunge un documentario di Daniela Annaro per «memoMi-webTV», sulla vita milanese nel dopoguerra.

Ada Masoero, 04 agosto 2023 | © Riproduzione riservata

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