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Installation view 0171Water Flow», Muse.

Credits Matteo De Stefano.

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Installation view 0171Water Flow», Muse.

Credits Matteo De Stefano.

Water Flow, quando l’arte incontra la scienza per ripensare l’acqua

Oltre 120 opere di 32 artisti, dai maestri del Novecento alle ricerche contemporanee, raccontano il rapporto tra acqua, ambiente e umanità. Al Palazzo delle Albere di Trento, la collaborazione tra Mart e MUSE dà vita a un percorso espositivo in cui arte, tecnologia e ricerca scientifica si intrecciano per cambiare il nostro sguardo su una risorsa essenziale per la vita

«Water Flow» che ha aperto a Palazzo delle Albere a Trento è una mostra che segna una pietra miliare nella storia espositiva italiana e non solo. Prima di tutto perché si tratta di una mostra in collaborazione tra un museo d’arte moderna e contemporanea, il Mart diretto da Micol Forti, e un museo delle scienze, il MUSE diretto da Massimo Bernardi, segnando un unicum in questo momento e, probabilmente, un esempio pionieristico. Poi perché espone non solo una selezione tematica di opere dall’Ottocento a oggi, ma anche perché include una serie di quelli che sono chiamati «prototipi», ossia opere spesso cinetiche ad alto tasso di tecnologia, create nell’ambito del macro progetto europeo S+T+ARTS (Science, Technology and the Arts). In particolare lo spunto per la mostra è venuto dalla partecipazione di MUSE alla sezione «Aqua Motion» di S+T+ARTS, visto che fa parte del network internazionale dei musei dell’acqua WAMU-NET. Il team curatoriale risponde a questa impostazione ed è composto da due curatori del Mart, Margherita de Pilati e Denis Isaia, e due del MUSE, Judith Inglavaga e Stefano Cagol. Proprio da parte del MUSE viene l’avvio negli ultimi cinque anni di un percorso di esplorazione di terreni condivisi. Il Museo delle Scienze di Trento ha intrapreso un programma su scienza e umanità attraverso progetti come la piattaforma We Are the Flood (Noi siamo il diluvio) ideata proprio da Stefano Cagol, e, ancora con la sua curatela, la creazione della nuova Collezione Antropocene, prima collezione d’arte contemporanea di un museo scientifico (grazie al supporto del Piano Arte Contemporanea del MiC).

Questo percorso lungo e approfondito ha portato a un risultato espositivo esemplare per vastità – oltre 120 opere di 32 artisti – e qualità – da Alberto Savinio a Bill Viola e i Superflex, passando per Jan Dibbets, Ettore Spalletti, Francesco Jodice e Richard Allen Morris. Si presenta così come una tappa imprescindibile, difficile da perdere anche perché – la maturità si rivela anche in questo – dura come una biennale: fino al 6 giugno dell’anno prossimo. Il sottotitolo è «Acqua, arte, scienza e umanità» e lo sviluppo è tematico e arriva fino all’«Aqua Furens», riflettendo sul rapporto tra essere umano e ambiente. Come ci riesce? Stravolgendo il punto di vista. La mostra apre con le opere fotografiche di Asako Narahashi, sguardi dall’acqua verso la terraferma, e chiude con l’opera video «All is Water» del collettivo danese Superflex, che cerca di raccontare i pensieri di un pesce che incontra manufatti umani. Quest’opera dei Superflex, scelta da Stefano Cagol, è stata realizzata grazie alla collaborazione tra gli artisti e un gruppo di scienziati. Questo è l’approccio dei dieci artisti che fanno parte della selezione S+T+ARTS. Tre di loro, David Rickard, Micol Grazioli e Salomé Bazin, hanno lavorato con i ricercatori del MUSE. Altri artisti che hanno creato le loro opere con il supporto di S+T+ARTS e di istituzioni europee come Inova e Waag Futurelab sono Kerrie O’Leary, a Palazzo delle Albere con un’opera cinetica capace di riprendere il movimento di un antico mulino a Viana do Castelo e l’allineamento tra essere umano, acqua e luna, oppure ancora Paula Nishijima, che fa «cantare» l’acqua come se avesse corde vocali «pizzicate» dalla vicinanza del pubblico. Questo suono traduce i dati di vent’anni di alluvioni e aridità raccolte da un laboratorio scientifico viennese. In generale fatichiamo ad ascoltare dati, ma l’arte può aggiungere empatia. Esemplari le due opere la cui produzione è stata seguita proprio dal network internazionale dei musei dell’acqua WAMU-NET. Quella di Lukas Taido è un excursus nella storia della salubrità dell’acqua, con una goccia che idealmente attraversa un cocciopesto naturale proveniente dall’antica Piscina Mirabilis, la più grande cisterna romana d’acqua potabile, e un tossico agglomerato plastico dell’oggi. Poi c’è l’opera video di Sara Bonaventura che guarda con magia alle acque profonde e alle teorie scientifiche della genesi della vita. «Fondamentale è avere presente che l’acqua non è una risorsa, scrive Stefano Cagol, è vita».

Redazione, 14 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Water Flow, quando l’arte incontra la scienza per ripensare l’acqua | Redazione

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