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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliSussurrare all’orecchio in arabo si dice «washwasha». Una parola di uso quotidiano, derivata dalla radice onomatopeica w-sh-w-sh, che riproduce il suono del parlare a bassa voce, spesso in prossimità fisica e in riservatezza. È una modalità universale del linguaggio: dire senza esporre, far circolare senza formalizzare. Il suo significato è legato anche all’idea di una trasmissione non lineare, non ufficiale, fatta di passaggi, stratificazioni e relazioni. Non una voce che domina, ma una voce che circola. «Washwasha» è il titolo scelto per la mostra collettiva del Padiglione degli Emirati Arabi Uniti, curata da Bana Kattan con video, performance, dipinti, fotografie, sculture e installazioni di Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash e Taus Makhacheva, artisti di generazioni e provenienze diverse, le cui pratiche affrontano il paesaggio sonoro degli Emirati Arabi come un luogo stratificato, fatto di migrazioni, mobilità e rapide trasformazioni. Il suono qui non è un elemento accessorio, ma una struttura portante: dalle tradizioni orali ai circoli poetici, fino alle prime esperienze radiofoniche, si configura come uno spazio di costruzione e trasmissione dell’identità collettiva. La mostra si muove lungo questa continuità, mettendo in relazione pratiche storiche e condizioni contemporanee, tra presenza diretta dell’ascolto e dispositivi tecnologici che ne ridefiniscono forme e circolazione. Il progetto curatoriale evita letture statiche del contesto emiratino, letto come uno spazio attraversato da flussi e relazioni, dove terra e mare sono reti di scambio e le identità si formano nel movimento. In questo contesto, il suono diventa uno strumento per leggere le trasformazioni sociali, urbane, storiche, architettoniche e culturali. L’allestimento, progettato dallo studio Büro Koray Duman, traduce questi temi in un’esperienza fisica: una sequenza di ambienti che accompagna il visitatore da situazioni di ascolto concentrato a zone in cui i suoni si sovrappongono e si accumulano. Più che sul suono in sé, Washwasha si concentra sulle condizioni dell’ascolto: una modalità di trasmissione dove la voce passa tra corpi, linguaggi e dispositivi, lasciando tracce anche nei contesti più instabili.
2026. Washwasha. Curated by Bana Kattan. Image Courtesy of National Pavilion-UAE – La Biennale di Venezia.Photo by Nino Consorte of Seeing Things--2
2026.Washwasha.Farah Al Qasimi. The Curse. Image courtesy of National Pavilion UAE –-La Biennale di Venezia. Photo by Ismail Noor of Seeing Things--2
2026. Washwasha. Curated by Bana Kattan. Image Courtesy of National Pavilion-UAE – La Biennale di Venezia.Photo by Nino Consorte of Seeing Things--2
2026. Washwasha. Curated by Bana Kattan. Image Courtesy of National Pavilion-UAE – La Biennale di Venezia.Photo by Nino Consorte of Seeing Things--2