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Bartolomeo Pietromarchi
Leggi i suoi articoliHo incontrato Valie Export (Linz, 1940) in occasione della mostra «Valie Export & Ketty La Rocca. Body Sign», aperta fino al 28 febbraio da Thaddaeus Ropac, un progetto, a cura di Andrea Maurer e Alberto Salvadori, che mette in dialogo due artiste che, pur operando entrambe a partire dalla metà degli anni ’60 e affrontando urgenze comuni, non si sono mai incontrate. Eppure, il confronto tra le loro opere rivela una corrispondenza sorprendente e precisa: due ricerche nate in contesti diversi, Vienna e Firenze, ma accomunate dalla necessità di ripensare il corpo come luogo di linguaggio, di potere, di resistenza che attraversa femminismo, media e identità e che ancora oggi si percepisce come attuale e necessario.
Dopo tutti questi anni di lotte, con la tua opera, con il femminismo, con il sistema dell’arte, come ti senti oggi e a che punto siamo?
Oggi sto bene. Ma devo dire che, nonostante tutto quello che è cambiato, per me è ancora una lotta. Non combatto solo per me stessa o per la mia arte: continuo a lottare per una rappresentazione reale, autentica delle donne. Donne che lavorano, donne a casa, giovani, anziane. Esistono molte immagini di donne e tutte devono essere viste, riconosciute, accettate.
Quindi senti che questa battaglia non è affatto conclusa.
No, non lo è. Qualcosa è certamente cambiato, soprattutto nel contesto europeo e occidentale. C’è maggiore consapevolezza: si parla di disparità salariali, di diritti, di riconoscimento. Il divario esiste ancora, ma oggi è visibile, ed è una responsabilità politica affrontarlo. Questo, di per sé, è già un progresso.
E nel sistema dell’arte? Come artista donna, percepisci un cambiamento rispetto a quando hai iniziato?
Sì, senza dubbio. Oggi è più chiaro che esistono artiste e che devono essere trattate semplicemente come artisti, senza categorie secondarie. Anche le istituzioni e i governi hanno iniziato a riconoscerlo. Alcune delle utopie che immaginavamo allora si sono almeno in parte realizzate. E le utopie sono fondamentali: senza di esse non si va da nessuna parte.
Negli anni Sessanta, soprattutto in Austria, il contesto sociale era molto conservatore.
Estremamente conservatore. La presenza e l’eredità del nazismo erano ancora fortissime: molte persone che avevano lavorato nel regime erano state reintegrate nel sistema e continuavano a esercitare potere e influenza. Questo ha avuto conseguenze profonde sulla società. Negli anni Settanta, però, con figure politiche come Bruno Kreisky e Johanna Dohnal, qualcosa è cambiato: si è iniziato finalmente ad affrontare il passato in modo critico, senza negarlo. Oggi però stiamo assistendo alla rifioritura di quei semi tossici che purtroppo non sono mai stati estirpati del tutto.
Il corpo è stato centrale nel tuo lavoro sin dall’inizio. Come nasce questa attenzione?
Il corpo come segno è stato per me uno strumento di negazione e di affermazione insieme. In «Body Configurations», ad esempio, esposti qui in mostra, mi interessava mettere il corpo in relazione con il potere, con l’architettura, con il monumento. L’architettura è un linguaggio di potere: parla attraverso lo spazio urbano, ci forma, ci condiziona. Queste opere sono nate proprio da questa relazione tra corpo, spazio, ideologia e linguaggio.
Il corpo che si contorce, che reagisce, sia nello spazio urbano che nella natura.
Esatto. Anche la natura è cultura. L’architettura nasce spesso da materiali naturali: pietra, terra. Dove finisce la natura e dove comincia la civiltà? Le configurazioni del corpo mostrano come questi spazi, urbani o naturali, ci plasmino, anche quando crediamo di essere liberi. Le restrizioni spesso le portiamo dentro di noi.
E poi il corpo in relazione ai media e all’estensione tecnologica. Come percepisci oggi questo rapporto avendone vissuto da vicino l’evoluzione dagli anni Sessanta?
Il rapporto con i media è sempre stato centrale nel mio lavoro. Sin dall’inizio mi era chiaro che il soggetto sarebbe stato sempre più mediato, tecnologicamente esteso. Corpo, politica, tecnologia sono inseparabili. Quello che oggi chiamiamo biopolitica era già presente. Il mio lavoro cerca di rendere visibile questa condizione, di pensarla criticamente, di abitarla senza subirla.
In questa mostra il tuo lavoro è messo in dialogo con quello di Ketty La Rocca. Pur non essendovi mai incontrate, emerge una sintonia sorprendente. Come percepisci questa vicinanza?
Sì, è vero, è una corrispondenza molto precisa. Quello che mi colpisce di Ketty La Rocca è la radicalità con cui ha affrontato il linguaggio partendo dal corpo. In un certo senso lavoravamo nella stessa direzione, anche se con strategie diverse. Entrambe sentivamo che il linguaggio dominante non ci apparteneva, che era un sistema ostile, e che doveva essere smontato, attraversato, riportato a una dimensione fisica, incarnata. Vedere oggi questi lavori insieme rende evidente che non si trattava di posizioni isolate, ma di una necessità storica condivisa.
Ketty La Rocca, «Autoritratto», 1975. © Archivio Ketty La Rocca | Michelangelo Vasta Courtesy Thaddaeus Ropac gallery London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul