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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliLa fine, a volte, è solo una questione di materiali. Di sostanze che smettono di essere prodotte, di gesti che non possono più essere ripetuti. «The Last Dyes», la mostra di William Eggleston (Memphis, Stati Uniti, 1939) allestita da David Zwirner a New York dal 15 gennaio al 21 febbraio, parte esattamente da qui: dall’ultimo respiro fisico di un processo fotografico e dalla consapevolezza, quasi malinconica, che con esso si chiude un’epoca.
Il rapporto tra Eggleston e il dye-transfer non è mai stato nostalgico, né sentimentale. È stato un patto di precisione. Negli anni Settanta, mentre il colore faticava ancora a essere riconosciuto come linguaggio artistico, Eggleston lo usa come strumento analitico, quasi chirurgico. Non per abbellire il mondo, ma per renderlo irriducibile. Nel 1972 individua nel dye-transfer, tecnica nata per la moda e la fotografia commerciale, la possibilità di ottenere quella saturazione estrema e quella profondità tonale che stava cercando.
Oggi quel processo non esiste più. Kodak ha smesso di produrre matrici, carte e coloranti all’inizio degli anni Novanta. Da allora il dye-transfer è diventato una lingua morta. Il grande fotografo ottantasettenne, insieme agli stampatori Guy Stricherz e Irene Malli, ha recuperato le ultime scorte disponibili per realizzare queste stampe finali. «The Last Dyes» non è quindi solo una mostra, ma un evento irripetibile: l’ultimo grande corpo di fotografie mai prodotto con questo procedimento analogico.
Le immagini provengono dai cicli «Outlands» e «Chromes», oltre a includere alcuni scatti già presenti nella storica mostra del 1976 al MoMA e nella pubblicazione William Eggleston’s Guide. Paesaggi del Sud degli Stati Uniti, cieli smisurati, interni domestici, strade secondarie, segni urbani minimi. Tutto appare sospeso in una calma assoluta, eppure carico di tensione cromatica. I cartelli stradali diventano campiture di colore, le automobili blocchi visivi, le figure umane presenze laterali, quasi incidentali: non protagonisti, ma elementi di un equilibrio più grande.
Eggleston ha sempre diffidato delle spiegazioni. «Parole e immagini, dice, non vanno d’accordo. Sono come due animali diversi. Non si piacciono particolarmente». Davanti a queste stampe, è difficile contraddirlo. Le parole sembrano sempre in ritardo, come se arrivassero dopo che l’immagine ha già deciso tutto.
Eppure, «The Last Dyes» parla con forza del presente proprio perché guarda una fine. Non solo perché quelle fotografie hanno cinquant’anni, ma perché oggi sappiamo che quel tipo di colore non tornerà. Ogni stampa è un oggetto conclusivo, non replicabile, lontanissimo da qualsiasi idea di infinità digitale.
Tra le opere in mostra, un autoritratto concentra questa tensione finale: Eggleston disteso in una stanza buia, la testa appoggiata a un cuscino bianco che sembra marmo scolpito, la mano in primo piano, il volto illuminato come in un interno barocco. Un’immagine intima e solenne, dove il colore scolpisce una presenza. È un po’ come se il medium stesso sapesse di essere al suo ultimo atto.
La pratica di Eggleston è sempre stata fondata sull’unicità dello sguardo: «Io scatto una sola fotografia di una cosa. Letteralmente. Mai due. Quella fotografia è fatta, e poi da qualche altra parte ne aspetta un’altra». Un’idea che oggi suona radicale, quasi sovversiva, in un’epoca di versioni multiple e immagini senza peso. Qui ogni fotografia è un incontro unico: scattata una volta, stampata una volta, chiusa per sempre.
Dopo la presentazione a Los Angeles, la mostra «The Last Dyes» arriva a New York come un passaggio di consegne silenzioso che rivela come certe immagini non invecchiano: semplicemente, a un certo punto, smettono di poter essere rifatte. Come il dye-transfer. Come alcune epoche.
William Eggleston, «Untitled», 1971. © Eggleston Artistic Trust. Courtesy Eggleston Artistic Trust and David Zwirner