«Astrazione di natura morta» (ante 1930) di Maria Grandinetti Mancuso. Roma, Collezione F. Lombardi

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«Astrazione di natura morta» (ante 1930) di Maria Grandinetti Mancuso. Roma, Collezione F. Lombardi

Un primo censimento delle artiste nel Ventennio fascista

Ventisei nomi tra Secessione, Futurismo e Ritorno all’ordine in un allestimento al Casino dei Principi di Villa Torlonia per una nuova mappatura della Roma dell’epoca

Il regime fascista sosteneva che la donna potesse contribuire alla corruzione dei costumi sociali o peggio ancora inquinare la «vita della stirpe». Nel tempo ha schiacciato il suo ruolo nella società, servendosi di leggi finalizzate a sbarrarle qualsiasi forma di carriera e a relegarla a lavori impiegatizi esecutivi. Non sfuggivano alle maglie larghe dell’ideologia fascista nemmeno le artiste: queste, in linea di massima, seguivano il proprio talento senza potersi aspettare niente in cambio. 

Sono illuminanti le vicende di due personalità dirompenti: la lettone Edita Broglio, che svolse una funzione incisiva accanto al marito Mario nell’ambito di Valori Plastici e poi nella veste di artista, firmando le opere a quattro mani, mentre la lituana ebrea Antonietta Raphaël, nonostante tre figlie piccole, ritornò a Parigi e a Londra per diventare scultrice (anche per evitare conflitti con il marito, il pittore Mafai). In realtà, agli inizi del ’900 le artiste hanno potuto godere di una certa libertà e stima, mostrando spesso una creatività più efficace dei loro colleghi maschi, tanto che Pasquarosa e Deiva De Angelis riscossero un successo formidabile con la loro arte primitiva e colorata, e la seconda fu una consigliera insostituibile di Anton Giulio Bragaglia e la sua rivoluzionaria Casa d’arte. 

A farci riflettere su questo argomento denso di sfaccettature, dal 14 giugno al 6 ottobre al Casino dei Principi di Villa Torlonia, è la mostra, un primo censimento su questo tema, «Artiste a Roma. Percorsi tra Secessione, Futurismo e Ritorno all’ordine», che riunisce ventisei artiste, una schiera alla quale altre dovranno essere aggiunte. Ce ne sono di poco note o sconosciute, ma più in generale non correttamente valutate dalla storiografia ufficiale, nonostante sia già stato riconosciuto il loro determinante apporto sull’evoluzione dell’arte del ’900. Organizzata da Roma Capitale, dalla Sovrintendenza Capitolina, in collaborazione con Sapienza Università di Roma, la mostra nasce da un’idea di Federica Pirani, direttrice Patrimonio delle ville storiche, che la cura insieme ad Anna Paola Agati, Antonia Arconti, rispettivamente responsabili dell’Ufficio Musei di Villa Torlonia e dell’interno Archivio della Scuola romana, e a Giulia Tulino della Sapienza. 

La mostra è divisa in sei sezioni tematiche, una nuova mappatura della vita artistica romana dai confini labili, in quanto alcune artiste possono trovarsi in più sezioni. Una di queste è dedicata alla fotografa ebrea ungherese Ghitta Carrell e a suoi sei ritratti. Limitata la presenza delle futuriste perché è in preparazione una grande mostra sul movimento alla Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma, ma si segnalano Benedetta Cappa Marinetti e la vulcanica pittrice e scultrice ceca Rouzena Zatkova. Tra le altre artiste ci sono Bice Lazzari, Adriana Pincherle, Eva Quajotto, Wanda Biagini, Katy Castellucci, Costanza Mennyey, la cilena Teresa Berring, Milena Pavlovic Barilli, Emilia de Divitiis, Maria Grandinetti Mancuso, Angela Cuneo Jacoangeli, la rumena Virginia Tomescu Scrocco, la raffinata decoratrice e pittrice Maria Immacolata Zaffuto. Nello scegliere le opere le curatrici hanno cercato di valorizzare il patrimonio museale di Roma Capitale, ma hanno attinto anche a collezioni private (catalogo De Luca Editori d’Arte).

«Riflesso nello specchio» (1945-61) di Antonietta Raphaël. Roma, Galleria d’Arte Moderna

Francesca Romana Morelli, 12 giugno 2024 | © Riproduzione riservata

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