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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliC’è un mondo che vive sul nostro stesso pianeta al di fuori delle dinamiche umane, ci sono umani che vivono in una logica di pensiero non necessariamente binaria come quella occidentale, ci sono mondi culturali diversi da quelli in cui siamo abituati a vivere e a orientarci, e c’è un modo di osservare e conoscere ciò che non è fuori dai confini europei assumendo un punto di vista che non sia necessariamente quello europeo. La sfida di Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi, curatori del programma espositivo triennale «The invention of Europe» per Kunst Meran Merano Arte (via Portici 167, Merano), è quella di indurre a un cambio di prospettiva rispetto a canoni culturali consolidati con un progetto che si colloca nella vocazione interculturale della Kunsthalle meranese.
Giunto al terzo anno, il programma presenta il nuovo capitolo con l’esposizione «Animacies» (fino all’11 ottobre), che raccoglie una serie di opere di artisti e artiste provenienti da contesti spesso marginalizzati nella narrazione occidentale dell’Asia, come Bangladesh, Indonesia, Mongolia, Filippine o Isole Figi. «Il titolo corrisponde a un termine difficilmente traducibile in italiano o in tedesco, spiegano i curatori, teorizzato nel 2012 dalla teorica queer sinoamericana Mel Y. Chen (Animacies: Biopolitics, Racial Mattering, and Queer Affect) il termine descrive una “capacità di agire, consapevolezza, mobilità e vitalità” comune a diverse entità. Partendo da questo concetto, Chen mostra come la materia, spesso considerata insensibile, immobile o “morta”, influenzi in maniera significativa la vita culturale, le relazioni sociali e le strutture di potere. Mettere in discussione la fragile divisione tra animato e inanimato permette di sfidare gerarchie consolidate, aprendo a concezioni in cui soggetti, oggetti, esseri umani e animali sono parte di relazioni dinamiche. “Animacies” diviene così uno strumento per osservare ingiustizie, discriminazioni e relazioni di potere, anche in contesti apparentemente neutri».
Mai Ling, «Not your ornament», 2023. Courtesy Mai Ling. Foto Ivo Corrà
A partire da questa base teorica, diventano più «porosi» i materiali che vengono utilizzati per la realizzazione delle opere che compongono il percorso di questa mostra, nel senso che da loro trasuda una storia, che non sempre appartiene solo al passato, spesso di sfruttamenti, imposizioni e violenze, che coinvolge ancora di più il mondo femminile, o in maniera meno evidente di quello maschile. Porosi sono i sacchi per il trasporto dello zucchero di canna che compongono l’installazione «Mere Porvaj [I Am Remembering]» di Shivanjani Lal. Il luogo di nascita dell’artista nel 1982, le isole Figi, anche se oggi vive a Sydney, è stata una delle mete della diaspora indiana di lavoratori e lavoratrici deportati in altri territori che erano alla ricerca di manodopera da sfruttare. Ed è significativo, in questa prospettiva storica, che nel 1979 le Figi abbiano celebrato i cento anni dei lavoratori indiani nelle piantagioni della canna da zucchero con una moneta storica che porta l’effigie della pianta.
Gli oggetti e gli elementi che fanno parte di questa storia a volte sembrano esercitare silenziose vendette, per esempio la pianta di kudzu, originaria dell’Asia orientale e sudorientale dove veniva usata tradizionalmente in ambito tessile, alimentare e medico: importata in occidente, ridotta a elemento decorativo, è diventata infestante. La pianta di kudzu è al centro dell’installazione «Not Your Ornament» (2023) e del video «Becoming Stickiness» (2023) del collettivo Mai Ling, fondato a Vienna nel 2019, dove la riduzione a elemento decorativo attuata dallo sguardo occidentale investe anche il mondo della femminilità asiatica.
Così come l’espressione di connessioni universali vanno al di là dell’identità di genere nell’installazione ambientale di Chathuri Nissansala (nata nel 1983 a Colombo, vive ad Amsterdam), le connessioni che cerca Jennifer Tee (anche lei, nata ad Arnhem nel 1973, vive ad Amsterdam, il consolato dei Paesi Bassi sostiene la sua partecipazione a questa mostra), sono tra la cultura olandese e quella indonesiana, lontana dai nostri orizzonti visivi e mentali. Lo fa, ad esempio, nella serie «Tampan Tulips» (2023), utilizzando petali di tulipano in motivi dei tessuti cerimoniali indonesiani. Il percorso si snoda attraverso il ricamo come espressione di connessioni fra culture e persone nell’opera di Ashfika Rahman (1988, Dhaka, dove vive attualmente) e le sculture zoomorfe di Bekhbaatar Enkhtur (Ulaanbaatar, 1994; vive a Torino) ispirate a miti e tradizioni del suo paese d’origine, la Mongolia, trattate in ambito famigliare come esseri viventi, per chiudersi con il murales di Elia Nurvista (Yogyakarta, 1983; vive tra Yogyakarta e Berlino) dedicato alla palma da olio, introdotta in Indonesia dai colonizzatori olandesi. La serie in corso dal 2020 «Long Hanging Fruits», di cui il murales fa parte, racconta le conseguenze devastanti, sia in termini sociali che ecologici, della sua coltivazione industriale.
Elia Nurvista, «The Route», 2024. Courtesy l’artista. Foto Ivo Corrà