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Marina Velisioti, «Last Resort»

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Marina Velisioti, «Last Resort»

Tutto deve cambiare e si parte dalla Biennale di Salonicco

La nona edizione della mostra d’arte contemporanea, intitolata «Everything must change», riunisce opere che sono esempi pratici di resistenza, ma anche lavori poetici e visionari

Giulia Grimaldi

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Un gruppo di lucciole crea connessioni di senso, poesia, stile e rivolta, animando un buio vivo, che nulla ha a che vedere con il vuoto, ma che protegge dal bagliore accecante della propaganda autoritaria e ipercapitalista; un buio tenue in cui si può ancora smontare e creare. L’arte, insomma. È ciò che rivendica la nona edizione della Biennale di Salonicco, dal titolo «Everything must change» (fino al 5 luglio). Tutto deve cambiare. Affermazione generalista, popolare, ma non per questo meno urgente. Un brusio che sale dalla seconda città della Grecia, spesso vista come marginale, fatto della necessità di ritrovarsi intorno all’arte per scambiarsi pratiche di conoscenza del mondo e andare oltre alle belle opere da vendere. Ciò che più colpisce in «Everything must change» sono i luoghi, le persone, i momenti che mettono in relazione artisti e pubblico. Soprattutto, il lavoro curatoriale di Nadja Argyropoulou, che ha scelto fin da subito di sovvertire le regole dell’abitudine. Nessun finanziamento riconducibile a compravendita di armi, combustibili fossili o nazioni accusate di crimini di guerra e la pretesa di una libertà assoluta sui temi trattati e sugli artisti da coinvolgere. Un manifesto di intenti che non resta su un comunicato stampa, ma che richiama la necessità della coerenza come base fondante da cui partire se si vuole anche solo provare a porsi le domande giuste, sperimentare modi nuovi di darsi risposte.

Come sottolinea più volte Argyropoulou, la presenza degli artisti va oltre alle celebrazioni inaugurali e si articola in numerosi momenti di partecipazione attiva, culminanti in un open talk coordinato da T.J. Demos, autore del catalogo. «Questa Biennale è perlopiù a pianta aperta. Niente stanze. Questo è molto difficile da accettare per gli artisti, che sono molto sensibili al proprio lavoro, a come viene visto, a come viene udito. Accettare una cosa simile, che sottrae alla singolarità dell’opera e la rende più vulnerabile a una lettura aperta, è molto importante. È il frutto di una discussione avvenuta con tutti loro, su come l’intelligenza non sia un attributo, ma una relazione. L’intelligenza non appartiene a qualcuno, ma è ciò che accade quando parliamo o quando coesistiamo», dice Argyropoulou portando alla luce uno dei tanti fili con cui è tessuta la Biennale.

Certo ci sono alcune contraddizioni, fa notare TJ Demos, come quella di presentare una mostra che proclama la necessità di cambiare tutto senza offrire risposte semplici su come ciò avverrà. Ma per Argyropoulou il lavoro curatoriale consiste nel dare ai visitatori tutti gli strumenti per interrogarsi, ma non si può essere pigri in questo momento storico. Leggere le didascalie, interessarsi agli artisti di oggi e del passato che compongono questo schizzo per un futuro alternativo è compito dello spettatore.

Le opere non sono uniformi nel loro affrontare il bisogno di cambiamento. L’espressione estetica non esclude l’azione politica, nei movimenti sociali o diretta. Così tra le opere si trovano esempi pratici di resistenza, come il «Disobedience Archive» di Marco Scotini, progetto avviato nel 2005 come archivio video itinerante che esplora le relazioni tra pratiche artistiche e azione politica (nel corso di oltre vent’anni, l’archivio ha raccolto opere di decine di artisti e collettivi organizzate in capitoli tematici: genere, ecologia, economia, razzismo, classi sociali), e il lavoro di stampo giornalistico di Alexandros Litsardakis sulla lotta per trasformare un’area di Salonicco in un parco metropolitano. La grande tela «Fortunately Absurdity is Lost» di Stelios Faitakis, pittore greco scomparso nel 2023 che fondeva pittura bizantina, muralismo messicano e critica politica, mette in luce un momento normalmente marginale della rivoluzione, ovvero quando alcuni compagni di Lotta Continua attaccarono un gruppo di femministe nel corteo. O il lavoro dei The Callas, duo composto dai fratelli Lakis e Aris Ionas, che con il loro «The Wanderers» portano un surreale esercito di scheletri-raver in pellegrinaggio verso Sud.

Ma non mancano i lavori poetici o visionari, dove il «richiamo» all’azione non è ovvio, ma la mediazione estetica diventa uno strumento per la comprensione. Si passa da un mondo all’altro, dalla tela di Alexis Fidetzis che svela in realtà la storia bistrattata e spesso riscritta dei Bogomili, movimento marchiato come eretico diffuso nei Balcani tra il X e il XV secolo che rifiutava la gerarchia ecclesiastica e le strutture di potere temporale, alla navicella spaziale di Marina Velisioti, che in «Last Resort» porta nel futuro psichedelico il passato dei club di Salonicco degli anni Ottanta, perché anche il tempo possa essere rivisto in chiave ciclica, senza la costante necessità della progressione. I neon lasciano il posto ad animali preistorici riportati in vita dall’IA che si lamentano in lutto per la strage di Tempi, dove il 28 febbraio 2023 uno scontro frontale tra un treno passeggeri e un treno merci causò la morte di 57 persone, quasi tutti studenti universitari di ritorno dalle vacanze di carnevale, nel peggiore disastro ferroviario della storia greca: è l’opera di Sofia Dona, che in sottofondo mormora gli antichi miti che vedono Medea raccogliere erbe per l’elisir dell’immortalità proprio in queste terre e Artemide trasformare il cacciatore in cervo; la brutalità del presente entra in relazione con il passato esigendo risposte etiche e filosofiche, non soltanto pratiche.

Dentro questa stessa tensione tra memoria e sovversione si muovono alcune sezioni tematiche che attraversano tessendo altre trame. «Pan Daimonium» raccoglie opere del Surrealismo internazionale, da Duchamp a Breton, da Max Ernst a Wifredo Lam, insieme al quasi sconosciuto film greco «Daphni». «Flipper Zone», cocurata con Vanessa Theodoropoulou, è invece dedicata all’Internazionale Situazionista: pubblicazioni originali di Guy Debord, Asger Jorn e Jacqueline de Jong convivono con lavori di Hito Steyerl e Forensic Architecture, a ricordare che lo spettacolo non è mai finito, si è solo aggiornato. E poi ci sono i «Flights», spazi di lettura disseminati nella mostra in cui fermarsi a leggere poesie, archivi e romanzi grafici: uno è dedicato alla poetessa Katerina Gogou (1940-93), voce anarchica e scomoda della Grecia del dopoguerra, un altro all’artista Maria-Electra Zoglopitou (1970-97). Piccole zone autonome temporanee in cui il tempo della mostra rallenta e lascia spazio a qualcos’altro.

Infine ci sono le paludi intorno a Salonicco, nella zona di Kalochori, rivendicate dalla Biennale come spazio espositivo. Probabilmente qui non troverete nessuna opera, sebbene la performance «the ha(l)lophyte» di Dimitris Ameladiotis, una processione per compiangere gli elementi della natura, stia ancora riecheggiando nella piana. Ma per Argyropoulou è motivo di orgoglio, che la accende sul bus in direzione di queste terre assolate. La città non è nulla se non vista in contrasto con questo luogo, fondamentale a livello ecologico per la sua sopravvivenza, eppure spesso messo a rischio dalle scelte politiche e produttive. Camminare qui nel finto silenzio popolato dall’equilibrio dell’ecosistema, è forse la somma finale della Biennale. Tutto deve cambiare, e si parte da qui.

Alexis Fidetzis, «Oblivion»

Giulia Grimaldi, 08 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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