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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliQuante volte – nelle nostre città piene di nevrosi, decadenza e smog – abbiamo incrociato una rotonda, un’aiuola fiorita in mezzo al traffico urbano, un pezzo di verde circondato da asfalto, con un cartello ad indicarne chi se ne prende cura: un’azienda, una multinazionale, un supermercato.
Sono una dimostrazione plastica di greenwashing applicato allo spazio pubblico, solidarietà ecologica a basso costo, un sorriso a trentadue denti che nasconde l’ipocrisia dell’inganno.
Potremmo partire da qua per introdurre la mostra a SPAZIOC21, «Teatro Umano, Teatro della Natura» di Biancoshock, Francesco Garbelli e del collettivo Dott. PorkA’s, visitabile a Reggio Emilia fino al 20 settembre.
Le installazioni che aprono la mostra sono infatti frutto di una collaborazione tra gli artisti Biancoshock e Francesco Garbelli che da anni, con i loro lavori nello spazio pubblico, insistono a farci notare quello che ormai non vediamo più, la mercificazione dello spazio e della natura nelle nostre città, come nel caso di «Apocalypse Trilogy» in cui il fiore diventa un simulacro, si spoglia della sua naturale fragilità, assumendo sembianze antropomorfe («Super size flower», 2021), un mostro obeso che abita una rotonda sponsorizzata ed accudita dalla multinazionale McDonald’s. Progettati ed installati nello spazio pubblico, questi interventi acquistano nel passaggio in galleria una nuova dimensione, traduzione ad un tempo più lento e spazio per ulteriore nuova ricerca.
Come scrive Francesco Ciaponi nel testo critico, «ciò che SPAZIOC21 in questo progetto artistico intende mostrare non sono le opere nel loro senso pieno: sono i risultati di indagini condotte nello spazio pubblico, nei territori della violenza economica silente e quotidiana, i risultati a cui giungiamo scrutando i simboli della marginalità urbana. La galleria non li neutralizza, anzi, li rallenta».
Lo stesso vale per il progetto di street photo performance «Jesus was not a rock ’n’ roll star», iniziato nel 2009 del collettivo pugliese Dott. PorkA’s, in cui la figura di Cristo ed alcuni passaggi dei Vangeli vengono calati nello spazio urbano contemporaneo - come nell’opera «Crocefissione» - dove lo stabilimento dell’Ilva di Taranto si palesa nella sua monumentalità industriale e la croce del Cristo sembra moltiplicarsi nella verticalità delle ciminiere.
La crocefissione si mostra nella sua ineluttabile attualità, come fosse un gesto performativo reiterato nel tempo, un dolore umano che abita lo spazio della Storia.
Nella narrativa dei PorkA’s la fotografia si fa carico della tradizione visiva di almeno due millenni (Pietà e Via Crucis), ma sembra emanciparsene costruendo un nuovo presente, un nuovo paesaggio.
Biancoshock, Francesco Garbelli e PorkA’s allestiscono un «teatro», ma l’illusione è una forma di conoscenza, la distanza dal reale è solo apparente. «Teatro Umano, Teatro della Natura è […] un assemblaggio: verde ornamentale e tossicità industriale, iconografia cristiana e paesaggio neoliberista, cartello aziendale e critica ecologica, commedia dell’arte e denuncia politica. Ciò che tiene insieme questi vettori non è uno stile condiviso – è la stessa domanda, posta con strumenti diversi in luoghi diversi e in tempi diversi: a chi appartiene questo spazio? Chi ha deciso cosa deve significare?» (dal testo critico di Francesco Ciaponi).
Proprio quest’ultima domanda può introdurci al polittico di Biancoshock «Prigioni mentali» (2026), un time laps di 25 scatti fotografici corredati da un video in cui l’artista camminando e abitando per sedici ore consecutive all’interno di un campo di grano, delimita un rettangolo di tre metri per due, la dimensione di una cella media nel sistema carcerario italiano.
Il suo cammino ansioso, ciclico, frustrato, delimita uno spazio da cui potrebbe fuggire, ma all’interno del quale rimane confinato per sua volontà, ostaggio di una frustrazione non dichiarata ma apparente, come una vera e propria prigione mentale. Un luogo senza barriere all’uscita, fragile, ma terribilmente claustrofobico, rappresentazione subliminale delle ansie della società in cui viviamo.
Un immaginario non troppo dissimile dai disegni dal titolo «Shadowplay» (2024) in cui Francesco Garbelli riporta il paesaggio ad un’urbanità essenziale, dove le strisce segnaletiche tracciate sull’asfalto dettano il ritmo dell’azione, dell’incedere umano e animale.
Gabbie, palcoscenico di un’assenza in cui è costretta l’umanità; la rappresentazione scenica di una vita biologica soffocata da degrado sociale e cemento.
In questo teatro, la partecipazione di Cristo al dolore del nostro tempo e l’erba sempre verde in aiuole senza vita biologica, ci richiamano al rifiuto di un’esistenza sbiadita sotto i colpi dell’indifferenza.