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Chiara Dynys, «Angels Save Venice», con Seguso Gianni.

Credits Marco Bergamaschi.

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Chiara Dynys, «Angels Save Venice», con Seguso Gianni.

Credits Marco Bergamaschi.

Tra fiori, riflessi e grandi firme, Murano illumina il mondo

Fino al 1° novembre, sotto le Procuratie Vecchie in Piazza San Marco, artisti e designer internazionali reinterpretano uno dei simboli della tradizione veneziana lavorando fianco a fianco con i maestri vetrai dell’isola. Un incontro in cui le intuizioni del progetto si misurano con la materia, le tecniche e un sapere artigianale costruito attraverso generazioni di lavoro

A Venezia, città in cui l’acqua riflette i palazzi, accompagna ogni architettura e modifica continuamente la percezione della luce, un lampadario non è mai soltanto un oggetto destinato a illuminare una stanza. È anche una presenza scenica, una costruzione di vetro che cattura lo sguardo, moltiplica i riflessi e restituisce alla luce una forma. Da secoli, nelle fornaci di Murano, questa materia viene lavorata per trasformarsi in composizioni capaci di coniugare tecnica, decorazione e invenzione. Oggi, sotto le arcate delle Procuratie Vecchie, in Piazza San Marco, dodici lampadari portano questa storia fuori dai palazzi e dagli interni per confrontarla con il linguaggio dell’arte e del design contemporanei.

È «Murano Illumina il Mondo», il progetto espositivo promosso dal Comune di Venezia e da The Venice Glass Week, che torna fino al 1° novembre 2026 in occasione della decima edizione del festival internazionale dedicato al vetro. Giunta alla quarta edizione, l’iniziativa riunisce artisti, architetti e designer di fama internazionale, invitati a ripensare uno degli oggetti più rappresentativi della tradizione veneziana attraverso opere concepite appositamente per il contesto delle Procuratie Vecchie. Sotto le volte affacciate sulla piazza, i lampadari diventano così parte di un paesaggio urbano in cui il vetro dialoga con l’architettura storica e con la dimensione pubblica della città. Non sono più soltanto oggetti da osservare da vicino, come accade in una dimora o in una collezione, ma presenze che si misurano con lo spazio, con la luce naturale e con lo sguardo di chi attraversa Piazza San Marco.

La scelta del lampadario è tutt’altro che casuale. Nella storia del vetro veneziano, questa tipologia rappresenta uno dei punti d’incontro più evidenti fra la complessità della lavorazione e la ricerca di una forma capace di catturare la luce. I grandi lampadari muranesi, con le loro strutture articolate, i bracci, gli elementi soffiati e le composizioni di colore, sono il risultato di una sapienza tecnica che non si esaurisce nella conoscenza degli strumenti: richiede esperienza, precisione e una profonda familiarità con un materiale che, durante la lavorazione a caldo, cambia continuamente consistenza e comportamento. Affidare oggi questo oggetto ad autori provenienti da ambiti differenti significa mettere alla prova proprio questa eredità, chiedendosi quali forme possa assumere quando a immaginarlo sono sensibilità abituate a lavorare con l’architettura, la scultura, il colore, la geometria o le tecnologie della luce.

Il cuore del progetto è infatti la collaborazione diretta fra ciascun autore e le fornaci muranesi coinvolte nella realizzazione. L’artista o il designer porta un’intuizione, un disegno, un’idea di spazio o un’immagine da tradurre in un oggetto luminoso; il maestro vetraio interviene con la conoscenza concreta della materia, suggerendo soluzioni, verificando possibilità e confrontandosi con le difficoltà della lavorazione. Il progetto non passa «semplicemente» dalla carta alla produzione. Attraversa un processo nel quale la forma immaginata deve misurarsi con le caratteristiche del vetro, con i tempi e i gesti necessari a lavorarlo, con gli equilibri strutturali e con le possibilità offerte dalle diverse tecniche. È proprio in questo passaggio che il sapere artigianale, maturato attraverso anni di pratica e trasmesso fra generazioni, entra nella costruzione dell’opera. L’esperienza del maestro non serve soltanto a eseguire un disegno, ma contribuisce a trasformarlo in qualcosa che, prima del confronto con la materia, poteva esistere soltanto come idea.

Le dodici collaborazioni danno forma a interpretazioni molto diverse di questo rapporto. In «Hand under hand», Arthur Duff lavora con Nicola Moretti Murano e Vetrerie Artistiche Murano di Stefano Bullo intorno al gesto della mano, elemento fondamentale nella lavorazione del vetro. Il lampadario è composto da diciannove lastre sovrapposte, attraversate dalla luce e ottenute fondendo ad alta temperatura strati di colore. Ogni elemento riproduce una mano aperta, trasformando un gesto quotidiano in una struttura visiva ripetuta. Il riferimento al lavoro manuale non rimane così un omaggio astratto agli artigiani, ma prende corpo nella forma stessa dell’opera, in cui la moltiplicazione delle mani richiama la continuità fra ideazione, lavorazione e trasmissione delle competenze. Un altro incontro fra memoria veneziana e linguaggio contemporaneo è quello proposto da Cerith Wyn Evans con «G=A=R=L=A=N=D (Garland – a Vessel…)», realizzato con NEON Line e Idea Murano. Il riferimento è ai lampadari Rezzonico e alle forme navali, ma attorno alla struttura si sviluppa una ghirlanda di caratteri luminosi in krypton. Gli ideogrammi giapponesi evocano stelle, onde, fiori e correnti, introducendo un repertorio di segni che si intreccia con la tradizione del vetro e con l’immaginario della città. Il lampadario diventa così una composizione in cui la luce non si limita a filtrare attraverso la materia, ma si confronta con il linguaggio e con la scrittura. La Norman Foster Foundation, in collaborazione con Salviati, affronta invece la tipologia storica del lampadario con «Venetian Chandelier – Hydra», realizzato con il maestro Franco Zane. La struttura articolata e gli elementi luminosi in vetro soffiato richiamano una tradizione formale che viene ripensata attraverso una sensibilità progettuale contemporanea.

Se in queste opere il confronto riguarda soprattutto la struttura e il linguaggio, altre guardano direttamente al paesaggio veneziano. «Ripple», firmato da AL_A con Yalos Murano e Afaconsult, prende spunto dalle increspature dell’acqua. Un disco circolare in vetro colato, attraversato da nervature concentriche, è intersecato da due elementi curvi disposti in direzioni opposte. Le superfici catturano e rifrangono la luce, suggerendo il movimento di una superficie acquatica pur restando immobili. È una relazione particolarmente significativa per una città in cui l’acqua costituisce una presenza costante: il vetro, materiale solido e trasparente, diventa il mezzo attraverso cui evocare qualcosa di mutevole, affidando ai riflessi il compito di animare la forma.

Pierre Charpin, «Tubi or not tubi», con Simone Cenedese Murano. Credits Massimo Pistore.

Anche «Passaggi» di Felekşan Onar, realizzato con Vetreria Artigiana Giuman e Mandruzzato Murano Glass, nasce dall’osservazione della città. Gli elementi in vetro riprendono la forma dei ponti veneziani e si susseguono lungo una struttura ad arco, traducendo in una composizione luminosa la rete di attraversamenti che collega calli, rive e campielli. In «Julia», Xavier Le Normand, con Componenti Donà e Julia Jacqueminet, si sposta invece verso un immaginario architettonico più verticale. Ispirata alla serie «Cities», l’opera richiama torri e colonne di basalto attraverso forme luminose dalle tonalità primaverili. Il progetto combina la lavorazione artigianale del vetro con elementi sviluppati mediante progettazione tridimensionale, mettendo in relazione strumenti digitali e competenze manifatturiere. Due approcci diversi, accomunati dalla capacità di trasformare riferimenti al paesaggio e all’architettura in strutture che acquistano una nuova presenza attraverso la luce.

Il vetro si presta anche a evocazioni più simboliche. In «Angels Save Venice», Chiara Dynys collabora con Seguso Gianni per costruire una composizione intorno all’immagine del bozzolo, rivestito da ali in vetro colorato che richiamano la figura dell’angelo. Illuminata dall’interno, l’opera assume una presenza organica e mutevole, mentre le superfici colorate modificano la percezione della luce. Il titolo lega questa immagine alla città, suggerendo un riferimento alla protezione e alla rinascita. Un altro tipo di memoria, religiosa e spirituale, attraversa «PAX eT BONUM» di Tristano di Robilant, realizzato con Vetreria Anfora e il maestro Andrea Salvagno. Dedicato a san Francesco d’Assisi nell’ottavo centenario della sua morte, il progetto riprende le corde e i nodi del saio francescano attraverso elementi in vetro soffiato declinati in due tonalità d’ambra. La materia, lavorata in forme essenziali, traduce il riferimento al santo in una composizione che mette in relazione la dimensione simbolica e la ricerca formale.

Con «Tubi or not tubi, Pierre Charpin», insieme a Simone Cenedese Murano, si concentra invece sulla geometria. Una struttura metallica articolata su tre livelli accoglie elementi tubolari in vetro soffiato colorato, con estremità arrotondate. Il lampadario si allontana dall’ornamento tradizionale e affida a ritmo, proporzione e colore la costruzione dell’insieme, avvicinandosi al linguaggio della scultura. In «Taiko», Bethan Laura Wood, in collaborazione con GAMBARO&TAGLIAPIETRA e il maestro Matteo Tagliapietra, guarda al tradizionale tamburo giapponese. I volumi geometrici si combinano con canne di vetro trasparenti e opache, murrine, filigrana e reticello, dando vita a una composizione in cui tecniche storiche della lavorazione muranese incontrano un immaginario internazionale. Il progetto rende evidente come la tradizione non sia legata a un repertorio immutabile di forme, ma possa essere impiegata per costruire oggetti che rispondono a sensibilità e riferimenti culturali differenti.

La sperimentazione riguarda anche il modo in cui la luce viene prodotta e percepita. In «Anythink», Richard Meitner, con Wave Murano Glass e Freddie Hong, utilizza vetro opalino bianco soffiato e integra un sistema di illuminazione LED programmabile, capace di modificare le tonalità cromatiche. La sorgente luminosa diventa una componente attiva della composizione, che cambia aspetto attraverso variazioni controllate. «Halo», realizzato dalla Scuola Abate Zanetti con Eros Raffael, richiama invece l’alone luminoso attraverso una combinazione di vetro e metallo. La partecipazione della scuola introduce nel progetto anche una dimensione formativa: la trasmissione del sapere non riguarda soltanto la conservazione di tecniche storiche, ma la possibilità di renderle disponibili a nuove generazioni di progettisti e artigiani.

La selezione dei dodici partecipanti è stata affidata a un comitato scientifico composto da Rosa Barovier Mentasti, David Landau, Chiara Squarcina, Sarah Nichols, Jean-Luc Olivié, Luca Massimo Barbero e Giordana Naccari. Il coordinamento della produzione e del rapporto fra gli autori e le fornaci è stato seguito da Matteo Silverio. Il progetto riunisce così competenze diverse attorno a un oggetto comune, facendo della collaborazione una parte essenziale del processo creativo.

Sotto le Procuratie Vecchie, i dodici lampadari si confrontano con l’architettura della piazza e con la luce della città, ma raccontano anche ciò che accade lontano dallo sguardo del pubblico, dentro le fornaci: il tempo necessario per apprendere una tecnica, la precisione dei gesti, la capacità di prevedere il comportamento del materiale e l’esperienza che permette di affrontare una lavorazione complessa. È questo patrimonio a rendere possibile il dialogo con artisti e designer che arrivano a Murano con idee, forme e linguaggi differenti. Il loro incontro con i maestri non produce, infatti, soltanto nuove interpretazioni di un oggetto storico, ma mette in circolo conoscenze e possibilità che possono aprire strade inedite per il vetro.

Fino al 1° novembre, «Murano Illumina il Mondo» porta in Piazza San Marco il risultato di questo incontro, ricordando che una tradizione artigianale rimane viva non quando ripete soltanto ciò che ha imparato a fare, ma quando è ancora capace di misurarsi con idee nuove e di trovare, attraverso la materia, il modo di realizzarle.

Norman Foster Foundation, «Venetian Chandelier», con Salviati. Credits Massimo Pistore

Redazione, 11 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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