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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliQuesto è l'antefatto. L'alba s'alza sulla bruma della laguna e l'aria si tinge di chiaro tra le vie del centro storico di Venezia. È un giorno lontano. Le campane hanno appena esaurito i loro pochi rintocchi quando un uomo compie l'ultimo passo che lo avvicina alla Chiesa di Sant'Antonio. Ci entra, la esplora. Una coincidenza, forse, o un'inconscia postura laterale porta il soggetto a posare lo sguardo su una pietra scolpita, che riporta tre sigle: OC, OI, SC. Wallace Chan (1956) si incuriosisce, scopre di cosa si tratta. Sono il riferimento per distinguere i tre oli sacri della religione cristiana, quelli con cui la liturgia accompagna i passaggi salienti dell'esistenza, dal battesimo, passando dalla crescita, fino alla morte. Olio dei Catecumeni, Olio degli Infermi e Sacro Crisma. Per conservarli, i sacerdoti da secoli li pongono in modesti recipienti. Il percorso esistenziale di un uomo distillato in piccole anfore. L'essenza della visione divina racchiusa in un oggetto. Per l'artista è una metafora di come funziona il mondo, il terreno e lo spirituale, di come pensa e crede l'essere umano. Anche i messaggi divini hanno bisogno di un vincolo materiale che li contenga. Una necessità universale: ogni cultura e ogni fede hanno da sempre cercato una forma, un involucro terreno per raccogliere ciò che per sua natura sfugge: il tempo, la memoria, la coscienza, la metamorfosi dello spirito.
Epifania che diventa col tempo consapevolezza, e che prende oggi la forma di una mostra debitrice di quel mattino veneziano. Vessels of Other Worlds, progetto espositivo curato da James Putnam, è difatti le restituzione magnificata di questo immaginario, in cui vascelli di altri mondi portano messaggi rivelatori. E i vascelli, è inevitabile, si muovono sull'acqua, il grande fluido che ovunque arriva e tutto sfiora. Accarezza Venezia, come accarezza Shanghai. Due città che custodiscono il mare al loro interno: se vogliamo, di nuovo, nello stesso modo in cui i recipienti contengono gli oli sacri. Sono loro le due sedi della doppia esposizione ideata per il suo settantesimo anniversario dall'artista cinese, doppio polo che connette la Cappella di Santa Maria della Pietà a Venezia (fino al 18 ottobre 2026) e gli spazi imponenti del Long Museum (fino al 25 ottobre 2026) nel West Bund di Shanghai (che, a proposito, significa letteralmente «sul mare» o «sopra il mare»). Non sono due mostre distinte che si riflettono, ma un unico organismo dislocato lungo una geografia dell'acqua che, se un tempo caratterizzò le vocazioni mercantili delle città, oggi ne esalta un'inaspettata sintonia spirituale.
Wallace Chan, Vessels of Other Worlds, Long Museum. Photo by Tian Fangfang
Wallace Chan, Vessels of Other Worlds - Rebirth. Photo by JJYPHOTO
«Costruisco il monumentale a partire dal microscopico», racconta Chan. «Per me è così che prende forma l’universo: presenze immense emergono dall’invisibile e dal minuto. Le stelle nascono dalle particelle; montagne e fiumi si accumulano dalla polvere; la vita cresce dalle cellule. Anche le mie opere vengono lentamente costruite fino a diventare qualcosa di più grande di me stesso». Ed è proprio lungo questo climax ascendente che la mostra di Shanghai si sviluppa, con il dedalo della coscienza - concretizzato in un allestimento labirintico - che si apre più se ne esplorano le vie, con gli spazi e le opere di Wallace Chan che gradualmente si ampliano, guadagnano monumentalità, restituiscono il progredire di una carriera e al contempo di una crescita interiore. Prima di giungere al cuore del progetto, il pubblico attraversa difatti una sequenza di corridoi che ripercorrono la recente produzione dell'artista, tracciando la genealogia del suo linguaggio fino al suo monumentale compimento.
Si incontrano dapprima i grandi volti arcaici di Titans (2021), in cui la lucentezza incorruttibile del titanio dialoga con la ruggine del ferro, mettendo in scena la tensione primordiale tra yin e yang, tra ciò che dura in eterno e ciò che sfalda nel tempo. Si passa poi per le macerie apparenti di Totem (2022), dove una scultura di dieci metri, smontata e adagiata a terra come i resti di una civiltà perduta, fa da metafora alla fragilità sociale del nostro tempo, conservando comunque nelle sue mappe di montaggio la promessa di una ricomposizione. E si attraversa la dimensione meditativa di Transcendence (2024), con le sue sculture sospese, letteralmente, tra le note di Brian Eno: un percorso che muove da un volto contratto in un urlo spaventoso, simile a un teschio o a un bocciolo chiuso, per distendersi progressivamente in forme floriformi e ritrovare la calma nel profilo spalancato di un grande tulipano in titanio. C'è infine il richiamo a Mythos, il progetto allestito lungo la spirale della Scala Contarini del Bovolo, dove Chan rivisita Le Tre Grazie e Mercurio di Tintoretto, trasformando le dee in tre volti astratti rincorsi nel vuoto e il dio messaggero nella traiettoria velocissima dell'omonimo pianeta.
Wallace Chan davanti ai dieci metri Vessels of Other Worlds - Rebirth. Photo by Tian Fangfang
Wallace Chan, A Dialogue between Material and Time III. Photo by Tian Fangfang
La fitta trama di tappe precedenti conduce al vasto spazio centrale, dove si manifestano i tre vasi colossali di Vessels of Other Worlds. Alti rispettivamente sette, otto e dieci metri, erano stati evocati a Venezia come una visione immateriale attraverso tre schermi posti sopra l'altare della Pietà; a Shanghai prendono corpo nella loro fisicità in titanio. Nascita, Crescita, Rinascita. I tre oli sacri. La loro sagoma richiama le campane, strumento che nei monasteri d'Oriente come nei campanili d'Occidente o nelle aule scolastiche segna il ritmo delle ore e richiede un istante di presenza, di risveglio della mente, di pensiero che si concentra, che chiama a raccolta l'attenzione per ascoltare il Verbo. Osservando da vicino le sculture, sedati i riflessi delle superfici brillanti, si scorge un'estetica quasi steampunk, di certo retro futuristica, in cui organico e meccanico, ingegneria e poesia ordiscono una trama complessa, contraddittoria e dunque stimolante. Più di cinquemilacinquecento parti individuali in titanio, assemblate con oltre ventiduemila viti e ingranaggi meccanici, compongono una pelle metallica che sembra pulsare. Vi affiorano maschere androgine e serene, volti senza età né genere che per Chan rappresentano il profilo del cosmo, contornate da dettagli della mitologia cinese, figure di neonati in movimento, dischi a specchio che catturano la luce e volti deformati che ricordano lo stato fluido, fuso, del metallo ad alte temperature. Sulla superficie si intrecciano i segni dello zodiaco occidentale e gli animali dell'oroscopo cinese, adagiati su foglie di loto che rimandano alla meditazione del Buddha, legati tra loro da una struttura a spirale che ricalca la catena del DNA, a ricordare la matrice comune che unisce culture apparentemente distanti.
Nella prima scultura, Birth, l'origine della vita non è un punto fermo ma una trama di relazioni, elementi cavi e pieni si incastrano in un sistema dove nessuna parte esiste da sola, proprio come le cellule in un corpo. Nel secondo vaso, Growth, l'opera si fa architettura abitabile. Al suo centro si apre un varco che invita a varcare la soglia della scultura. Chi entra si ritrova immerso in una stanza caleidoscopica dove pareti riflettenti moltiplicano la luce, i frammenti dell'opera e l'immagine stessa del visitatore. È la trasposizione su scala monumentale della Wallace Cut, la celebre tecnica di incisione illusionistica delle gemme inventata da Chan nel 1987, capace di rifrangere un'immagine tridimensionale all'interno delle sfaccettature della pietra. Qui il microcosmo della gemma diventa uno spazio da abitare con il corpo. La terza scultura, Rebirth, affronta il tema del passaggio. L'opera è costellata di orologi dalle cifre danzanti e da piccole campane. La morte perde la sua ombra cupa e diventa un momento di festa. Del resto, per Chan l'energia non si estingue ma si riorganizza, e la fine di una forma è solo l'esordio di un nuovo stato di coscienza.
Wallace Chan davanti ai 7 metri di Vessels of Other Worlds - Birth. Photo by JJYPHOTO
Wallace Chan, Vessels of Other Worlds - Rebirth. Photo by JJYPHOTO
Il punto di giunzione tra questa complessità filosofica e l'immaginario personale dell'artista si trova nell'installazione Vessel and Passage. Sotto gli schermi che mostrano in tempo reale le luci della laguna veneziana, giace un'antica imbarcazione in legno. È il contenitore più intimo, il ricordo del viaggio in mare che portò Chan bambino da Fuzhou a Hong Kong nei primi anni Sessanta. Cresciuto in una povertà che gli permise solo due anni di scuola, Chan inizia a lavorare a tredici anni come garzone e venditore ambulante, entra a sedici anni in una bottega di intagliatori e a diciassette si mette in proprio, scolpendo sul pianerottolo antincendio del palazzo dove abitava. Negli anni Novanta, la svolta più drastica: cede ogni bene materiale e si ritira per sei mesi in un monastero buddista. Da qui la propensione all'austerità. Racconta, per esempio, di vendere raramente le sue opere, di conservare quel gli serve per vivere e il resto dei guadagni di impiegarli, spesso, per riacquistare i suoi stessi lavori. Eppure, nella sua pratica artistica non rinuncerà mai alla ricerca sulla materia, e al suo splendore.
La scelta del titanio, suo materiale d'elezione. è il punto d'arrivo di otto anni di esperimenti ostinati. Metallo leggero e resistentissimo, impiegato per i razzi spaziali ma anche per i pacemaker e le protesi interne per la sua biocompatibilità con il corpo umano, il titanio possiede per Chan una natura testarda. Il suo punto di fusione supera i millesettecento gradi centigradi; non si piega facilmente, non arrugginisce come li ferro, resiste al tempo e alla corrosione. Plasmare il titanio significa consegnare il proprio pensiero a una materia destinata a sopravvivere per millenni, trasformando la fragilità di un gesto umano in un'impronta duratura. Il migliore per conservare parole di mondi più alti. Nel silenzio scuro del Long Museum, mentre i flutti di Venezia ondeggiano sugli schermi, le opere di Wallace Chan ricordano che dio come l'acqua assume la forma di ciò che lo contiene. Vaso, scultura o uomo che sia.