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Uno scatto di Mike Mandel dal volume «Myself: Timed Exposures»

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Uno scatto di Mike Mandel dal volume «Myself: Timed Exposures»

Prima dei selfie, Mike Mandel trasformava gli incontri casuali in fotografie

Myself: Timed Exposures, volume appena ripubblicato, nasce da un vagabondaggio fotografico in cui l’autore non è soltanto artefice delle immagini, ma anche soggetto. Dopo aver individuato una persona o un gruppo di individui da fotografare, si inserisce furtivo nell’inquadratura, dando vita a una sorta di autoritratto involontario

Rica Cerbarano

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Mike Mandel, fotografo e artista concettuale statunitense, è noto soprattutto per il suo lavoro in collaborazione con Larry Sultan e, in particolare, per Evidence (1977), considerato uno dei libri fotografici più influenti di sempre.

Tra i suoi progetti più significativi spicca anche Baseball Photographer Trading Cards (1975), una raccolta di figurine che ritrae 135 fotografi e curatori nei panni di giocatori di baseball. Un’opera satirica che ironizza sulla comunità della fotografia d’arte, sempre più coinvolta nelle dinamiche del sistema dell’arte e della cultura commerciale. Un progetto che, a distanza di decenni, conserva una sorprendente attualità. Come non citare, poi, The Seven Never Before Published Portraits of Edward Weston (1974), con cui Mandel raccolse le risposte ricevute per posta a una lettera e a un questionario inviati a trentacinque persone sparse negli Stati Uniti, tutte omonime del celebre fotografo americano Edward Weston.

L’ironia, insomma, è sempre stata una cifra distintiva del lavoro di Mandel, fin dagli esordi. Nato nel 1950 a Los Angeles, l’artista è stato profondamente influenzato dal clima culturale della San Fernando Valley. Come ha raccontato lui stesso: «La Valley rispecchiava meglio l’immagine che avevo di me stesso: crescere senza preoccuparmi del passato e spinto dal desiderio di avere successo».

L’ironia e la leggerezza del suo approccio, capaci di innescare una riflessione consapevole sul ruolo del medium fotografico, emergono già nei suoi primissimi lavori. È il caso di Myself: Timed Exposures, il suo primo libro, ripubblicato di recente in una nuova edizione che include 31 fotografie inedite, per un totale di 70 immagini, ora riprodotte in grande formato. Realizzato quando Mandel era ancora uno studente universitario ventenne, Myself: Timed Exposures nasce da un vagabondaggio fotografico in cui l’autore non è soltanto artefice delle immagini, ma anche soggetto. Dopo aver individuato una persona o un gruppo di individui da fotografare, Mandel si inserisce furtivo nell’inquadratura, dando vita a una sorta di autoritratto involontario. È questione di secondi: una relazione spontanea che si crea proprio attraverso l’istantaneità dello scatto.

Guardato oggi, il progetto appare come un precursore dei selfie contemporanei e del photobombing, ma ridurlo a questo sarebbe limitante. Osservandolo, non è difficile provare una certa nostalgia per un modo di interagire con gli sconosciuti negli spazi pubblici che sembra ormai essersi smarrito. Ne abbiamo parlato con l’autore.

«Myself: Timed Exposure» è stato pubblicato per la prima volta cinquantaquattro anni fa. Perché ha deciso di ripubblicarlo oggi? 
Il libro è stato ristampato tre volte. La prima edizione è del 1972, la seconda del 1976 e poi c’è stata un’altra ristampa, credo intorno al 2017. Mi sono reso conto che il progetto continuava a piacere molto alle persone: c’era sempre una buona risposta. Io, però, non amavo particolarmente la qualità della stampa di quelle pubblicazioni. Così ho pensato che valesse la pena tornarci sopra, non solo per migliorarlo dal punto di vista della riproduzione delle immagini, ma anche per rivedere tutto il progetto e capire se oggi lo avrei guardato in modo diverso. C’erano molte fotografie che non apprezzavo particolarmente. Credo che dipendesse anche dal fatto che ora sono molto più vecchio: alcune delle immagini più sottili, o più complesse, oggi mi interessano molto di più. Ho anche avuto la possibilità di ampliare alcune delle situazioni che erano già presenti nel libro. Per esempio, nelle prime edizioni c’erano quattro fotografie di me con una donna in ascensore, tutte su una stessa pagina e molto piccole. Quando sono tornato a guardare i negativi, ho trovato molte altre fotografie scattate in quell’ascensore che mi piacevano davvero, e che ho deciso di includere questa volta. La nuova edizione è stata un modo per ottenere il meglio da quel lavoro e trasformarlo in qualcosa che potessi finalmente guardare e apprezzare davvero. Adesso sento di poterlo lasciare alle spalle.

Uno scatto di Mike Mandel dal volume «Myself: Timed Exposures»

Come è nata l’idea del progetto? Quali erano le sue fonti di ispirazione in quel momento?
All’epoca non c’erano molti fotolibri o libri d’artista. Ed Ruscha è stato una figura chiave per quanto riguarda i libri d’artista per come li conosciamo oggi. Mi sento molto fortunato ad aver vissuto a Los Angeles in quel periodo e aver visto personalmente la diffusione e l’apprezzamento dei suoi primi libri. Ogni volta che usciva un nuovo libro c’era una festa, e la comunità dei fotografi si riuniva per l’occasione. Questo ha piantato in me il seme dell’idea che, anche da giovane studente, anch’io avrei potuto realizzare un libro. A un certo punto ho persino chiamato Ruscha per chiedergli chi stampasse i suoi libri e ho seguito il suo consiglio. Una delle fotografie del libro è stata scattata proprio durante una di quelle feste. Ma so anche di aver guardato moltissimo le fotografie di Lee Friedlander. Il suo libro Self Portrait era uscito proprio nel periodo in cui stavo iniziando a pensare a questo progetto. Nelle sue fotografie c’era molto umorismo: tutti quei riflessi e quelle ombre divertenti che introduceva nelle immagini. E poi guardavo le fotografie che Jacques-Henri Lartigue aveva scattato alla sua famiglia. Fotografava tutte quelle giovani donne che sfilavano per Parigi con quegli incredibili abiti decorati. Era come se fosse ancora un bambino di otto anni che scattava fotografie, semplicemente perché vedeva quegli esseri umani come qualcosa di buffo e interessante. Ho messo insieme tutte queste cose. Volevo fare qualcosa di molto divertente. Volevo fare qualcosa che mi rappresentasse. E poi, in qualche modo, mi è venuta questa idea.

In che momento della sua pratica fotografica è arrivato «Myself: Timed Exposure»?
Il progetto precedente era una serie di ritratti di persone nelle loro automobili, «People in Cars». Mi posizionavo all’angolo di una strada e, mentre le persone si fermavano al semaforo o svoltavano a destra, mi sporgevo verso il finestrino della loro auto per scattare una fotografia. Era molto divertente, perché erano le immagini a venire da me. Usavo un obiettivo grandangolare, quindi dovevo avvicinarmi molto, e le reazioni erano quasi sempre di sorpresa e curiosità, raramente negative. Ho lavorato a quel progetto per quasi un anno. Robert Frank era venuto a trovarmi durante una delle mie lezioni e mi aveva suggerito di continuare. Quindi «People in Cars» è stato una sorta di ponte verso Myself. Al tempo ero un ragazzino piuttosto introverso. Questi progetti mi hanno dato la possibilità di entrare in contatto con persone in pubblico con cui, altrimenti, probabilmente non avrei mai interagito. Ed era tutto un gioco. Ero io a dare inizio a quel momento in cui entravo nello spazio personale di qualcun altro e, quasi sempre, alla fine avevo la sensazione che sia io sia la persona che avevo fotografato stessimo meglio grazie a quell’esperienza.

Come funzionava concretamente il processo? Come si avvicinava alle persone e come nasceva l’immagine?
Camminavo per strada con la macchina fotografica ben visibile e il treppiede completamente aperto, aspettando che qualcosa attirasse la mia attenzione. Quando individuavo qualcosa che mi interessava, sistemavo rapidamente il treppiede e azionavo l’autoscatto. Non sapevo mai quale sarebbe stato il risultato delle fotografie: la casualità era infatti un elemento fondamentale del progetto. All’epoca le persone non erano ancora così abituate a essere fotografate. La macchina fotografica veniva utilizzata soprattutto durante le vacanze, le feste di compleanno o in occasioni particolari. Non era comune essere fotografati da uno sconosciuto per strada. Per questo motivo, quando mi vedevano, erano spesso sorpresi e si chiedevano che cosa stessi facendo e perché. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, non si infastidivano: trovavano la situazione insolita e decidevano di stare al gioco.

Uno scatto di Mike Mandel dal volume «Myself: Timed Exposures»

Ricorda la prima fotografia che ha scattato per Myself: Timed Exposure?
Le prime fotografie risalgono a Venice Beach, a Los Angeles. Quel rullino conteneva una fotografia che è finita nel libro: ritrae me con un gruppo di donne, forse donne trans. Per un momento abbiamo interpretato il ruolo di un gruppo di amiche riunite insieme. Una mi tiene la mano sulla spalla; quella accanto a me avvolge il braccio attorno alla gamba della donna dietro di lei. In quel momento eravamo tutte dalla stessa parte.

In passato parlando di questo progetto ha usato il termine «collaborazione». Che tipo di rapporto si instaurava con i partecipanti?
Nel caso delle fotografie in ascensore di cui parlavo prima, c’è stato un momento in cui una donna è entrata [in ascensore] e le ho detto: «Mi piacerebbe scattare una fotografia!». Le ho spiegato rapidamente che cosa stavo facendo e lei ha pensato che fosse divertente, così abbiamo iniziato a «giocare». Non si è limitata a fare una fotografia e poi ad andarsene, ma siamo saliti e scesi in ascensore un paio di volte insieme. Quando è finito tutto, lei se n’è andata e io me ne sono andato. Non è che siamo diventati amici o qualcosa del genere… È semplicemente stato un momento in cui ci siamo divertiti insieme. Penso che la maggior parte delle fotografie sia nata in questo modo. Spesso non dicevo molto, ma quando me ne andavo avevo la sensazione che fosse successo qualcosa di speciale e credo che anche le altre persone lo sentissero. Quindi, quando parlo di collaborazione, intendo dire che le persone partecipavano. Capivano che cosa stavamo facendo e, nel momento della fotografia, si presentavano in un certo modo. Forse, più che una collaborazione con le persone, era una collaborazione con il caso. Si trattava davvero di abbandonarmi a ciò che poteva accadere e poi allontanarmi. Penso che allontanarsi dalla macchina fotografica fosse molto disarmante. Quando fotografi qualcuno, quella persona vede che la stai guardando e che stai per portarle via qualcosa. Ma quando sistemi la macchina fotografica, poi ti allontani e lasci che passi un po’ di tempo, dai alle persone l’opportunità di abbassare la guardia.

Pensa che un approccio di questo tipo potrebbe funzionare ancora oggi?
Io di certo non potrei farlo oggi, non credo di essere nello stesso stato d’animo! Ma la mia impressione è che in generale le persone siano molto più caute. Oggi, invece di essere entusiaste di finire dentro una fotografia, penso che molte persone si allontanerebbero. Mi chiederebbero: «Dove finiranno queste fotografie? A che cosa serviranno? Verranno pubblicate sui social media?». E poi le persone sono completamente chiuse nel loro bozzolo, per esempio con le cuffie, o al telefono… tutto ciò produce isolamento. 

Guardando «Myself» oggi, emerge anche una sorta di nostalgia per un diverso modo di stare nello spazio pubblico. Che cosa ne pensa?
Siamo molto più protettivi verso noi stessi e molto più restii a interagire con gli altri al di fuori della nostra piccola sfera privata. Mi sembra di provare nostalgia per un passato in cui le persone si salutavano mentre camminavano per strada. Io continuo a salutare le persone. Spesso non si accorgono nemmeno che le sto salutando perché non mi sentono: sono concentrate sulla loro musica. Semplicemente non abbiamo più molte opportunità di stare in modo spontaneo e spensierato con persone che non conosciamo già. Il libro ci ricorda che un tempo condividevamo tutti lo spazio pubblico. Ora, in quello stesso spazio, siamo per lo più isolati gli uni dagli altri.

 

Myself: Timed Exposures
di Mike Mandel, 80 pp., Dap Artbook, € 50

La copertina del volume

Rica Cerbarano, 13 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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