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Pippa Bacca, Istanbul, lavanda.

Credits Sirio Magnabosco.

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Pippa Bacca, Istanbul, lavanda.

Credits Sirio Magnabosco.

Pippa Bacca, la vita (e l'artista) oltre «Spose in viaggio»

Prima della celebre, e tragica, performance del 2008, c’era una ricerca costruita negli anni attraverso immagini, simboli e azioni sul rapporto tra corpo e relazione. La mostra «Pippa Bacca: dal mito al viaggio» restituisce la complessità del lavoro dell’artista milanese, dai ritagli ispirati al mito alle riflessioni sulla cura e sull’incontro, fino al viaggio verso Gerusalemme diventato il gesto più estremo di una poetica fondata «sull’apertura al mondo». Un percorso che permette di guardare oltre la tragedia e riscoprire una figura capace di trasformare la fiducia negli altri in una pratica artistica

Nicoletta Biglietti

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Per molti Pippa Bacca coincide con «Spose in viaggio». L’immagine dell’artista che l’8 marzo 2008 parte da Milano vestita da sposa per raggiungere Gerusalemme attraversando in autostop undici Paesi segnati da conflitti è diventata una delle icone più potenti della performance italiana contemporanea. Il tragico epilogo di quell’azione ha però finito per condizionare la lettura del suo lavoro, facendo spesso coincidere l’intera ricerca dell’artista con quel viaggio. 
La mostra «Pippa Bacca: dal mito al viaggio», ospitata dal primo agosto nell’ARIS SpazioMuseion di Darfo Boario Terme e curata da Rosalia Pasqualino di Marineo, sorella dell’artista e direttrice della Fondazione Piero Manzoni di Milano, propone invece un’altra prospettiva: tornare alle opere che hanno preceduto «Spose in viaggio» per ricostruire il percorso da cui quella performance nasce. Il progetto espositivo parte infatti dai ritagli di carta ispirati al mito e alle fiabe, dalle figure archetipiche e dai lavori nei quali Pippa Bacca aveva già affrontato temi come la nascita, la trasformazione, la cura e il rapporto con l’altro. «Spose in viaggio» non appare così come un episodio isolato, ma come l’esito di una ricerca sviluppata negli anni.

Nata a Milano nel 1974 con il nome di Giuseppina Pasqualino di Marineo, Pippa Bacca cresce in una famiglia in cui l’arte è parte della vita quotidiana. Nipote di Piero Manzoni, sceglie però un percorso autonomo. Il suo interesse si concentra sulla performance e sulla possibilità di costruire situazioni nelle quali l’opera prende forma attraverso l’esperienza. Fin dagli esordi il suo lavoro mette al centro il corpo e l’incontro. L’azione artistica non è qualcosa da osservare dall’esterno, ma un’esperienza che coinvolge chi vi partecipa. Mito, fiaba e ritualità diventano strumenti per affrontare questioni concrete: il modo in cui le persone entrano in relazione, la possibilità della fiducia, la vulnerabilità come condizione dell’incontro. Prima di «Spose in viaggio», Pippa Bacca costruisce infatti un universo visivo popolato da figure antiche e fantastiche. Nei suoi lavori recupera immagini provenienti dal mito e dalla tradizione per modificarne il significato. Non ricostruisce un passato idealizzato, ma utilizza quelle figure per parlare del presente. Le figure che attraversano questo immaginario sono antiche, ma vengono rilette da Pippa Bacca attraverso una sensibilità contemporanea. È il caso delle Matres Matutae, le sculture votive di epoca preromana raffiguranti figure femminili sedute con bambini in grembo, legate ai temi della maternità, della fertilità e della protezione. Nei suoi ritagli di carta l’artista riprende queste immagini e le semplifica, eliminando ogni elemento monumentale. Le madri diventano figure essenziali, quasi sospese, nelle quali la maternità non riguarda soltanto la generazione biologica, ma soprattutto il gesto del prendersi cura. L’attenzione si sposta quindi dalla madre come «figura privata» alla cura come responsabilità verso l’altro.

Come ha osservato Raffaella Perna, nel rapporto con il patrimonio simbolico del passato Pippa Bacca «non cerca una ricostruzione filologica delle immagini, ma una loro riattivazione attraverso una sensibilità contemporanea». Il riferimento al mito e alla tradizione diventa così uno strumento per interrogare il presente.
Lo stesso processo riguarda le Sirene. Nella tradizione classica sono creature ambigue, associate al pericolo e alla seduzione del canto; nei lavori di Pippa Bacca perdono questa dimensione minacciosa e diventano figure leggere, quasi infantili. L’artista modifica un’immagine profondamente radicata nell’immaginario occidentale e ne cambia il significato: la sirena non conduce più alla rovina, ma apre alla possibilità dell’incontro.
La trasformazione è anche al centro di «Nato dal ruscello», ciclo nato da una fiaba contemporanea. Qui il confine tra esseri umani e natura diventa instabile: bambini, alberi e paesaggi entrano in un processo continuo di metamorfosi. Il tema richiama una lunga tradizione della cultura occidentale, dalle «Metamorfosi» di Ovidio fino alla figura di Dafne, trasformata in alloro per sfuggire ad Apollo. Nel lavoro di Pippa Bacca, però, la metamorfosi non è una fuga né una punizione. È un passaggio, una possibilità di cambiamento. Perché le forme non rimangono fisse, ma si modificano entrando in relazione tra loro. Da queste opere emerge uno dei temi centrali della sua ricerca: la cura. Non come «attenzione» verso l'altro, ma come pratica concreta attraverso cui costruire rapporti. Una prospettiva che dialoga con la riflessione sulla «care ethics» sviluppata dalla filosofa Joan Tronto, secondo cui la cura riguarda «le attività che svolgiamo per mantenere, continuare e riparare il nostro mondo».
In Pippa Bacca questa idea non rimane teorica, diventa un gesto artistico. La cura passa attraverso il corpo, attraverso l’ascolto e attraverso la disponibilità verso l’altro. È questa dimensione che conduce direttamente alla performance. Nelle azioni performative, infatti, il corpo è stato spesso utilizzato come luogo di conflitto, resistenza e sperimentazione. Marina Abramović ha portato il corpo al centro della performance, mettendone alla prova resistenza fisica e psicologica attraverso azioni basate sulla durata, sull’esposizione e sul rapporto diretto con il pubblico. Chris Burden, invece, negli anni Settanta, ha spinto il corpo dell’artista verso situazioni di rischio reale, trasformandolo in uno strumento per interrogare il limite tra arte e vita. Il lavoro di Pippa Bacca si colloca, però, in una direzione diversa. Il corpo non viene sottoposto alla ferita o al limite fisico, ma viene esposto all’incontro. È un corpo che cammina, attraversa territori sconosciuti, entra in contatto con persone estranee e accetta l’imprevedibilità della relazione. La vulnerabilità non è rappresentata attraverso il dolore, ma attraverso la scelta di affidarsi agli altri.

Pippa Bacca, «Matres Matutae».

Ed è proprio nella figura della sposa che questa ricerca trova una sintesi. L’abito nuziale, nella storia dell’arte e della cultura occidentale, è sì un elemento legato alla cerimonia matrimoniale, ma soprattutto un simbolo associato a identità, passaggio e ruolo sociale. Nel Novecento diversi artisti hanno messo in discussione questa immagine, mostrando anche le contraddizioni racchiuse nella figura della sposa. Ad esempio Max Ernst ne «La vestizione della sposa» (1940) trasforma il rito nuziale in una scena inquieta e complessa: qui la protagonista non appare come una figura rassicurante della tradizione, ma come una presenza enigmatica, inserita in un universo surreale nel quale il matrimonio perde la sua dimensione convenzionale. La veste diventa così un elemento attraverso cui mettere in discussione identità, desiderio e trasformazione. Anche nella performance contemporanea la figura della sposa è stata utilizzata per interrogare il rapporto tra corpo femminile, rito e identità. Un confronto significativo è quello con Gina Pane, che negli anni Settanta ha affrontato il corpo attraverso il dolore, il sacrificio e la dimensione rituale. In «Azione sentimentale» (1973), una delle sue performance più note, in cui indossa un abito bianco e stringe le spine tra le dita, arrivando a conficcarle nella pelle, lasciando che il sangue «entri nell’opera». La ferita non è, qui, un gesto gratuito di provocazione, ma diventa un linguaggio per costruire un’immagine nella quale il corpo femminile diventa luogo di esposizione e di confronto.

Il dialogo con Pippa Bacca nasce proprio da questo elemento comune: il corpo femminile come spazio nel quale si concentrano significati culturali e sociali. Gli esiti, però, sono opposti. Se in Gina Pane la ferita rende visibile il limite del corpo, in Pippa Bacca il corpo diventa uno strumento di attraversamento e relazione. L’abito da sposa non rappresenta una condizione da mettere in discussione, ma il mezzo attraverso cui trasformare un simbolo «privato» in un gesto pubblico. In «Spose in viaggio» l’abito composto da undici veli, uno per ogni Paese attraversato, accompagna il percorso dell’artista e ne diventa parte integrante. La sposa non è una figura ferma all’interno del rito, ma una persona che si «mette in cammino». Il matrimonio, in questo caso, non riguarda un’unione privata, ma una relazione più ampia con il mondo esterno.
La performance dialoga anche con il concetto di arte relazionale elaborato negli anni Novanta da Nicolas Bourriaud, secondo cui alcune pratiche contemporanee spostano l’attenzione dall’opera-oggetto alla costruzione di situazioni e rapporti tra persone. Tuttavia, «Spose in viaggio» porta questa riflessione fuori dallo spazio protetto dell’arte. L’incontro non viene organizzato in un museo o in una galleria, ma affidato alla realtà, con tutti i suoi rischi e le sue possibilità. Ed è proprio questa esposizione alla realtà, senza protezioni, ad aver reso «Spose in viaggio» un’opera complessa e ancora oggi discussa. Il percorso iniziato l’8 marzo 2008 si interrompe tragicamente il 31 marzo dello stesso anno nei pressi di Istanbul, quando Pippa Bacca viene violentata e uccisa durante il viaggio verso Gerusalemme. La morte dell’artista ha inevitabilmente segnato la percezione pubblica della performance, e la cronaca ha finito per occupare lo spazio dell’opera, con il rischio di leggere «Spose in viaggio» solo attraverso il suo epilogo. Ma fermarsi alla tragedia significa perdere il senso più ampio del progetto: il viaggio non nasceva dalla ricerca del pericolo, ma da una riflessione sulla possibilità dell’incontro.

La mostra, infatti, interviene proprio su questo punto. Riportando al centro i lavori precedenti, dai ritagli di carta alle figure ispirate al mito, permette di leggere la performance del 2008 non come un gesto isolato, ma come il risultato di un percorso coerente. Perché la forza di «Spose in viaggio» sta anche nella sua ambivalenza: nasce da una scelta radicale di fiducia, ma si confronta con una realtà nella quale quella fiducia può essere tradita. La mostra, infatti, interviene proprio su questo punto. Riportando al centro i lavori precedenti, dai ritagli di carta alle figure ispirate al mito, permette di leggere la performance del 2008 non come un gesto isolato, ma come il risultato di un percorso coerente. Perché la forza di «Spose in viaggio» sta anche nella sua ambivalenza: nasce da una scelta radicale di fiducia, ma si confronta con una realtà nella quale quella fiducia può essere tradita. E se, a distanza di anni, il lavoro di Pippa Bacca continua a interrogare il ruolo del corpo nella performance contemporanea – non con un corpo utilizzato per superare un limite fisico, provocare o esibire una ferita, ma un corpo che sceglie di attraversare il mondo e di misurarsi con la presenza degli altri – è perché la sua ricerca non si esaurisce nella memoria della performance, ma riguarda un modo più ampio di intendere il rapporto tra arte e vita. Perché prima di essere l’artista di «Spose in viaggio», infatti, Pippa Bacca è stata un’autrice che ha costruito un linguaggio preciso, fondato sul rapporto tra immagine, corpo e relazione. Il viaggio del 2008 non chiude questa ricerca: ne rappresenta il punto estremo.

Pippa Bacca fa l’autostop verso Sarajevo durante il «Viaggio delle Spose», marzo 2008. Credits Silvia Moro.

Nicoletta Biglietti, 31 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Nicoletta Biglietti

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