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Benni Bosetto, «Stultifera», 2022

Courtesy dell’artista ed Emanuela Campoli, Parigi/Milano. Foto: Valentina Cafarotti

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Benni Bosetto, «Stultifera», 2022

Courtesy dell’artista ed Emanuela Campoli, Parigi/Milano. Foto: Valentina Cafarotti

Per Benni Bosetto l’arte ha bisogno di diventare uno spazio di poesia

Nello spazio Shed di Pirelli HangarBicocca a Milano la prima grande mostra istituzionale di una delle artiste più interessanti della sua generazione

Matilde Galletti

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Dal 12 febbraio al 19 luglio, gli spazi dello Shed di Pirelli HangarBicocca a Milano ospitano la mostra personale di Benni Bosetto, a cura di Fiammetta Griccioli. La ricerca dell’artista, nata a Merate nel 1987 e attiva a Milano, si muove attraverso i confini morbidi e sfuggevoli di un immaginario onirico, intimo e colto, sensuale e carnale, per mezzo di interventi performativi e installazioni in cui disegno e scultura sono fluidamente orchestrati. L’abbiamo intervistata.

Lo Shed mi sembra un luogo piuttosto complesso in cui intervenire. Si è confrontata spesso con contesti spaziali ampi e mi sembra che, in generale, il suo lavoro riesca a trarne forza grazie alla scala espansa che disegno e scultura riescono ad attuare. Si trova a suo agio con le grandi scale e come avviene il processo di confronto? 
Ho un rapporto sempre fisico e materico con lo spazio. Mi hanno consigliato di parlare con gli spazi, di fare domande, chiedere loro di che cosa hanno bisogno. Per William Blake «time is a man, space is a woman». La costruzione culturale dello spazio come femminile: lo spazio accoglie sempre e in ogni caso. Per me riguarda sempre un vero e proprio legame e dialogo. Non credo nelle gerarchie dimensionali: è come dire che Caterina de’ Medici avrebbe dovuto essere una gigantessa per il potere che ha assunto nella sua vita e nella storia, eppure misurava solo 150 cm. Pensare allo spazio come un corpo è un esercizio a non provare paure per ciò che appare troppo grande, fuori scala, fuori portata. Cerco semplicemente di entrarci in contatto. In questo senso, può diventare un esercizio per mettere in discussione le forme di potere imposte dai dispositivi sociali. L’idea di spazio, essendo un prodotto culturale, ha, come il corpo, bisogno di essere costantemente ridefinita, ricontestualizzata. I bambini, quando si trovano in uno spazio grande e vuoto, iniziano a rimbalzare e urlare. Cerco la stessa spinta.

Per molti dei suoi interventi attinge a vari ambiti della cultura, andando a interrogare e restituire riferimenti poco scontati e fuori registro, condensando queste citazioni in nuovi sistemi linguistici che le rinnovano. Come agisce nel prelievo?
L’agency è quella di non rimanere intrappolata nel concetto. Più ci si allontana dal singolo concetto più ci si avvicina a una forma di libertà pura. Il metodo che prediligo è l’ipernarrazione, sia nel cinema sia nella letteratura. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, I racconti delle mille e una notte, il Decameron, «Magnolia» di Paul Thomas Anderson, «Night on Earth» di Jim Jarmush. Amo quelle storie che funzionano anche se lette o guardate in modo frammentato. Come il Satyricon di Petronio, che è arrivato a noi praticamente a pezzi. Il mio metodo segue più o meno questa tipologia di struttura. Ruba dettagli e li filtra. Nell’introduzione a Le cosmicomiche Calvino risponde a un’intervista in cui racconta che, per scrivere il libro, aveva preso l’abitudine di segnarsi sempre le immagini che gli venivano in mente leggendo libri. Partendo da un discorso lontano, avere tanti inizi. Tante piccole correzioni e sovrapposizioni. Anch’io faccio allo stesso modo. Spesso. Siamo diventati bulimici in questa società. Cerco, così, di rendere una patologia uno strumento di rielaborazione, un setaccio multiforme.

Penso ai suoi lavori come multifocali: in alcuni casi ha chiesto allo spettatore di seguire delle istruzioni e di rimanere mero osservatore, in altri diviene soggetto smarrito che varca una soglia attraverso la quale si trova all’interno di una visione, attraversando una selva di immagini che possono essere del sogno o del desiderio, «più reali del vero che spesso sembra stupido». Come sarà al Pirelli HangarBicocca?
La domanda parte spesso da: «Di che cosa abbiamo bisogno oggi?», «Come deve sentirsi il pubblico quando partecipa nello spazio della mostra?». In una delle mie prime performance nel 2014 avevo chiesto al pubblico di seguire delle informazioni che poteva ascoltare sul proprio telefonino. Sullo sfondo dell’audio, scorrevano le basi del brano «All I Have To Do Is Dream» degli Everly Brothers. La performance avveniva di notte all’interno di un parco a Milano. La voce gentilmente ti portava a seguire la strada verso il giusto punto d’osservazione ed esperienza e dava precise indicazioni su come guardare e a quale distanza stare. Poco dopo in Florida il pubblico doveva seguire una regola molto precisa: rimanere all’ingresso, guardare dall’esterno ma nello stesso tempo con la percezione che ci si trovasse coinvolti in un’ambientazione totalmente immaginata. Invece in «Jewels» ho voluto che le persone camminassero con i piedi nell’acqua. Come in quella scena di Tarkovskij in cui un uomo cerca di camminare in questo posto bagnatissimo facendo attenzione ad attraversarlo con una candela sempre accesa. E poi mi viene in mente «Stultifera». Qui tutto era scomodo. Capitava che se eri seduta in un punto non potevi sapere che cosa stesse succedendo dall’altro lato. Le scene erano sparse e i punti di vista molteplici. «Stultifera» è un progetto volutamente caotico, sulla perdita del senso e delle regole. HangarBicocca è uno spazio industriale di acciaio, ferro e cemento, ne è uscito un lavoro sulla cura e sulla libertà.

In un suo intervento all’Accademia di Belle Arti di Bologna, richiama alla fiducia nell’immaginazione, nelle immagini possibili e nel loro potere, lasciando da parte concetti e tematizzazioni. Richiama con forza assertiva la libertà, per il lavoro, da sé stesso. Vale ancora oggi questo suo impegno?
È davvero un impegno! In questo periodo storico, costruire una critica sulla libertà, sulla leggerezza dell’immaginazione, svincolarsi dai limiti è necessario, perché l’arte per me ha bisogno di diventare uno spazio di poesia parlando attraverso il dettaglio dell’universo stesso. Guardando all’esterno. Rimescolando la realtà o reimmaginando l’immaginazione già immaginata da altri. Possiamo avere la libertà di contemplare, di non comprendere fino in fondo, e possiamo permettere a noi stessi di perderci nei nostri pensieri, nel dettaglio. L’immaginazione nella sua forma più pura è caotica, non sa darsi una vera e propria motivazione. Ma il fatto che emerga è quel movimento sul quale è importante creare una critica oggi.

Benni Bosetto, «Jewels», 2019. Veduta dell’installazione «Fallen empire and refound desire», Asiat Vilvoorde, Belgio, 2019. Courtesy l’artista e Emanuela Campoli, Parigi/Milano. Foto: Jeroen Verrecht

Matilde Galletti, 07 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Per Benni Bosetto l’arte ha bisogno di diventare uno spazio di poesia | Matilde Galletti

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