«Untitled», tratto dalla serie «Deserto-Modelo» (2024) di Lucas Arruda (particolare)

Cortesia dell’artista

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«Untitled», tratto dalla serie «Deserto-Modelo» (2024) di Lucas Arruda (particolare)

Cortesia dell’artista

Per Arruda la luce è il pennello

Da David Zwirner l’artista brasiliano si muove tra astrattismo e figurazione per dar vita a composizioni metafisiche ispirate ai paesaggi della sua memoria

È come se i dipinti di Lucas Arruda (San Paolo, 1983) prendessero forma dalla tensione tra poli opposti che l’artista brasiliano interpreta in uno spazio tutto suo, in bilico tra astrattismo e figurazione, tra minimalismo e fantasia e tra la dimensione emotiva che permea le sue pennellate e gli echi austeri della religione. Ne è la prova «Assum Preto», quarta personale allestita in una delle sedi newyorkesi di David Zwirner (537 West 20th Street, fino al 15 giugno). Tele dalle tinte pastello pongono lo spettatore di fronte a panorami metafisici la cui semplicità, fatta di orizzonti geometrici e gradienti di colore multistrato, è stilizzazione di uno stato d’animo, un’atmosfera, un’intuizione.

Fulcro del percorso è il concetto di ambivalenza, incarnato dal titolo della mostra. Secondo la tradizione brasiliana, l’«Assum Preto», merlo originario della parte orientale del paese, trasformerebbe il suo cinguettio in melodia ogni qualvolta la sua vista venga oscurata. Per Arruda, questo avrebbe a che fare con la luce: «è come se, nel confrontarsi con numerose informazioni e distrazioni, l’uccello non riuscisse ad organizzarsi. Solo quando non è più circondato da immagini riesce a rielaborare il tutto nella sua testa». Lo stesso avviene con i ricordi: è proprio l’allontanarsi dei momenti che li hanno resi tali che ci consente di apprendere fino in fondo l’importanza di questi ultimi.

Ad abitare le stanze di David Zwirner sono rielaborazioni della relazione tra Arruda e la natura del suo paese natale, colta attraverso il filtro sfumato delle sue esperienze pregresse. La serie in corso «Deserto-Modelo» la fa da protagonista. Qua si spazia tra monocromi astratti e vedute marine, da notturni stellati alla vegetazione delle foreste tropicali brasiliane, il tutto reso attraverso un processo di riduzione che vede l’autore evocare la luce diurna rimuovendo il pigmento dalla tela. Le sue giungle sono infatti «luogo di potere e illuminazione quanto presagio di oscurità e incertezza». 

Per l’artista, la natura rappresenta un posto dove perdersi e ritrovare sé stessi, interpretazione condivisa nelle sue opere dalle manifestazioni più contrastanti. Da William Turner e John Constable sino a Gerhard Richter, sono tanti gli artisti che si sono misurati con l’inesorabile potenza degli elementi naturali. Arruda segue i suoi illustri predecessori trascendendo però gli schemi convenzionali della figurazione. Proprio come l’Assum Preto, emblema di due realtà convergenti, fluttua tra la cripticità di Mark Rothko e l’attenzione alla forma dei modernisti brasiliani José Pancetti, Alfredo Volpi e Amadeo Luciano Lorenzato sfuggendo a qualsiasi categorizzazione.

Gilda Bruno, 10 maggio 2024 | © Riproduzione riservata

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Per Arruda la luce è il pennello | Gilda Bruno

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