Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Letizia Riccio
Leggi i suoi articoliIl Casino dei Principi di Villa Torlonia, sito sempre più frequentato dai visitatori della capitale, è la cornice ideale per una mostra che rende omaggio a Roma e si estende al mondo: «Pedro Cano. Siete e Roma» comprende un centinaio di dipinti (e alcuni schizzi) del pittore spagnolo che in città ha trascorso cinquant’anni, gran parte della sua vita. La rassegna, aperta fino al 7 giugno e curata da Giorgio Pellegrini con il coordinamento di Raquel Vázquez-Dodero Fontes, si sviluppa al piano terra del Casino con le opere dedicate alla capitale; al piano superiore, si prosegue con sette trittici («Siete», in spagnolo) sulla condizione umana, tutti dipinti a olio e monocromi. Verrebbe da dire che è facile innamorarsi di Roma quando la vista è sul Tempietto del Bramante, a San Pietro in Montorio («era il 1969, quando arrivai all’Ambasciata di Spagna», commenta il pittore), o sulla sabauda e affascinante via Cernaia (dove Cano abitò per un periodo); o ancora sul Pantheon («ho abitato lì vicino per quindici giorni»). Pedro Cano ama Roma forse solo un po’ meno della sua Blanca, la cittadina della provincia di Murcia dove ora vive e dov’è nato nel 1944. I suoi acquerelli, dipinti senza disegno preparatorio («colore e disegno devono svilupparsi insieme», spiega), sprigionano tutte le tonalità create dal cielo e dal sole che si riflette sugli edifici. Racconta l’artista: «Roma ha questo color terracotta, ma anche salmone e ocra; e ha una luce che cambia in continuazione, come in nessun altro posto. Non è stato costruito niente che sia più alto della Cupola di San Pietro, un grande segno di rispetto». Cano dipinge per anni i luoghi iconici della città eterna, da Porta Maggiore («lì tenevo corsi di pittura ai bambini») a Castel Sant’Angelo (in tre tonalità), fino all’Isola Tiberina, dove, nei pressi, sviluppa una vera passione per Ponte Rotto, che ritrae in alcune differenti versioni e che considera «uno dei punti più belli di Roma». Infine, il trittico sul Tevere, tre oli su lino.
Nelle sale al piano superiore si cambia totalmente atmosfera e sembra di visitare una mostra diversa, a testimonianza delle tante anime dell’artista. Quanto gli acquerelli sono caldi e colorati, tanto i dipinti a olio della serie «Siete» sono dominati dai grigi e dagli azzurri, a illustrare i momenti del quotidiano, con un approccio molto meno sognante ma altrettanto poetico. Spiega l’autore: «Questi sette trittici prendono il via con lo sbarco degli albanesi in Italia, alla fine degli anni Novanta, qualcosa di mai visto. Iniziai una riflessione sulla condizione umana». Ecco, quindi i dipinti sui temi dell’esistenza quotidiana, che riguardano i migranti ma anche ognuno di noi: il gioco (nei quali Cano si ispira a Joaquín Sorolla), le biciclette (con un rimando al nostro Neorealismo cinematografico), il lavoro, l’attesa, il salto (verso una nuova vita), l’interno.
La mostra è accompagnata dal catalogo dal doppio frontespizio (per Roma e per Siete) edito da José Luis Montero, con un testo del curatore. Ideata e organizzata dalla Fundación Pedro Cano in collaborazione con l’Instituto de las Industrias Culturales y las Artes di Murcia e con il sostegno della Fundación Caja Murcia, dell’Instituto Cervantes e di Nostrum Simul, la mostra è promossa dal Comune di Roma nell’ambito di un progetto della Sovrintendenza capitolina legato alla conoscenza di figure di artisti di varia provenienza e formazione, operanti a Roma nel XX secolo, che con la città hanno stabilito una relazione privilegiata e un forte legame di appartenenza.
Pedro Cano, «Carico», 2018- Foto José Luis Montero