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Una veduta di «Grilled Diagrams», 2026, di Aki Sasamoto allo Studio Voltaire

Courtesy dell’artista, Bortolami Gallery, Take Ninagawa e Studio Voltaire. Foto: Sarah Rainer. Per il film «Do Nut Diagram» courtesy Akeroyd Collection, the Time-Based media facet of the Shane Akeroyd Collection. Foto: Sarah Rainer

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Una veduta di «Grilled Diagrams», 2026, di Aki Sasamoto allo Studio Voltaire

Courtesy dell’artista, Bortolami Gallery, Take Ninagawa e Studio Voltaire. Foto: Sarah Rainer. Per il film «Do Nut Diagram» courtesy Akeroyd Collection, the Time-Based media facet of the Shane Akeroyd Collection. Foto: Sarah Rainer

Nel Regno Unito Aki Sasamoto invita a ridefinire la nostra percezione dello straordinario e del casuale

A Londra, da Studio Voltaire, la prima personale istituzionale dell’artista giapponese presenta «Grilled Diagrams», una nuova installazione scultorea e una serie di performance che lavorano sull’atto del cucinare come simbolo di trasformazione

Francesco Sala

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Chissà se e come le cose sono cambiate, dopo quell’enorme e doloroso reset sociale che abbiamo patito nel 2020. Ma visitare la prima personale di Aki Sasamoto (Kanagawa, 1980) in uno spazio pubblico del Regno Unito, Studio Voltaire, mi ha ricordato i risultati di un sondaggio pubblicato da «Il Sole 24Ore» ormai dieci anni fa, nel quale si diceva come in Italia la cucina sia l’ambiente più amato della casa. Ora: Sasamoto è giapponese. Si è formata, vive e lavora a New York. Espone a Londra, in una città dove le statistiche dicono che il 58% della popolazione ordina cibo da asporto almeno una volta la settimana. È quindi quanto di più distante possa esserci dalla nostra esperienza collettiva della cucina come spazio di socialità e affetti; la nostra idea molto italiana del cucinare come gesto d’amore. Ma con i suoi «Grilled Diagrams», lavorando proprio sull’atto del cucinare come simbolo di trasformazione, stabilisce una coinvolgente koinè fatta di gesti e rituali, memorie intime che invadono lo spazio collettivo. 

La sala principale di Studio Voltaire ospita la riproduzione fuori scala di una di quelle piastre che affollano le tante piazze calde dello street food. Ma qui non si grigliano hot dog e non si flippano hamburger, gli ingredienti a disposizione della chef sono piuttosto frammenti di cristallo e pietre laviche. Dal sale iodato al sale della Terra, con i tempi lunghi della geologia che esorcizzano la deperibilità degli altri elementi naturali. La nostra stessa fatale deperibilità. Sasamoto riaccende con i suoi fornelli il fuoco di Eraclito, il principio cardine che plasma e distrugge per poi rigenerare un mondo che non sta mai fermo e non è mai uguale a sé stesso. E anche questa mostra non sta mai ferma, non è mai uguale a sé stessa. Si arricchisce dei video e dei risultati delle performance che l’artista mette in scena davanti al pubblico, libera un flusso di coscienza che partendo dalla cottura di un pesce e dalla condivisione di piccoli gesti tra amici arriva alla forza delle pietre che si oppongono al fluire dell’acqua dei torrenti; e ancora respira dei piccoli e quasi impercettibili segni che rimangono imprigionati nello spazio espositivo. Forchettoni, fruste, schiacciapatate montati su tubi lunghissimi confondono la propria natura di utensili con plastiche aspirazioni scultoree, tradiscono le funzioni originali e ne suggeriscono di nuove e misteriose, come fossero totem di civiltà nel frattempo scomparse. Mentre i tuberi che pendono eleganti dalle pareti cominciano ad appassire, annerirsi, la loro pelle si raggrinzisce fino a farli sembrare quelle stesse pietre che Sasamoto dispone invitanti sui vassoi, quasi fossero tartufi.

C’è anche un coltello, agganciato a uno di questi lunghi tubi, e la lama poggia su un limone e il limone a sua volta poggia alla parete: ed è fragilissimo e commovente l’equilibrio di questa lama feroce che potrebbe tagliare e uccidere e invece no, controlla la sua forza terribile e la offre per reggere il frutto e farlo galleggiare nello spazio. Ma il tubo è agganciato a un perno come se fosse un pendolo e quella meccanica fa della lama, infine, una ghigliottina. Non sai quando tutto si è compiuto, durante quale performance o incontro pubblico, ma la lama poggia ora inerte direttamente sulla parete e ci sono i segni bruni che ha lasciato baciando l’intonaco. E del limone non resta che una metà la cui polpa prende già ad appassire.

Sarebbe «doughnut», ma si legge, e lo scrivono anche, come «donut». È la ciambella grassa, invitante, unta, seducente e glassata che fa salivare anche in sogno il buon Homer Simpson. Sasamoto non ce la fa proprio a stare ferma, né con le mani o la voce né con le parole: e quella «donut» la spacca in «do nut», ed è abbastanza chiaro che la «nut», con cui in inglese si indica la frutta secca a guscio, sarebbe forse da leggere più come un «not». Nell’imperativo negativo del video «Do Nut Diagram» convergono allora tutte le rette della poetica dell’artista, tutti i linguaggi possibili. Strati su strati di vetri temperati sono supporto per disegni e azioni (lo strofinare di una ciambella, appunto, che lascia opachi segni di burro; e poi lo spruzzare di detergenti per riportare tutto all’origine), mentre un’invisibile fonte di stress fisico porta il vetro, un foglio alla volta, uno strato dopo l’altro, a esplodere, sparire a sorpresa, frantumare la magia ipnotica del gesto e del rito. Quando si raggiungerà il punto di rottura? Impossibile dirlo, eppure è chiaro che presto o tardi accadrà. E che cosa resta dopo? Il frusciare delle foglie di un bosco, il tempo intrappolato tra le dita di alberi che si muovono appena. Qualche formica che golosa si affanna sulle curve sensuali di una grossa voluttuosa ciambella che fluttua nell’aria.

Una veduta di «Grilled Diagrams», 2026, di Aki Sasamoto allo Studio Voltaire. Courtesy dell’artista, Bortolami Gallery, Take Ninagawa e Studio Voltaire. Foto: Sarah Rainer

Francesco Sala, 24 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Nel Regno Unito Aki Sasamoto invita a ridefinire la nostra percezione dello straordinario e del casuale | Francesco Sala

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