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Manuela De Leonardis
Leggi i suoi articoliLa donna moderna fuma, indossa abiti morbidi che assecondano il movimento del corpo (senza la costrizione dei famigerati corsetti di stecche di balena, di moda per almeno cinque secoli), lasciando scoperte prima le caviglie e poi sempre più su, quando l’orlo arriva appena sotto il ginocchio, mentre le complicate acconciature con i capelli lunghi vengono sostituite dai radicali tagli à la garçonne o alle onde d’acqua. «Una nuova donna per una nuova era» è la frase ricorrente, un motto che, aggirando la sfumatura vagamente retorica, è l’essenza stessa dell’euforia di un’epoca di grandi cambiamenti sociali, culturali, economici e di costume che attraversano, in particolare, gli anni a cavallo tra le due guerre mondiali. A Vienna, l’emancipazione femminile è strettamente connessa con quello straordinario laboratorio di creatività e sperimentazione che è stata la Wiener Werkstätte, evoluzione della Secessione viennese, fondata nel 1903 dall’architetto Josef Hoffmann, dall’artista e graphic designer Koloman Moser e dall’imprenditore e collezionista d’arte Fritz Wärndorfer, come attesta la mostra «Modernity and Opulence: Women of the Wiener Werkstätte», curata da Kristina Parsons con la collaborazione di Anne-Katrin Rossberg al Jewish Museum di New York (fino al 15 novembre).
L’esposizione, prodotta dal museo newyorkese insieme al Mak-Museo delle Arti Applicate di Vienna, attraverso un’approfondita ricerca tutt’ora in corso, dà visibilità alle quasi 200 artiste, di cui un quarto erano di religione o appartenenza culturale ebraica (tra loro Hedwig Schmidl, Fritzi Berger, Hilda Jesser, Ditha Moser, Susi Singer, Gertrude Foges, le sorelle Kitty e Felice Riz), che hanno contribuito all’affermazione di una visione artistica di «opera d’arte totale», in cui arte e artigianato si fondono armoniosamente, punto d’incontro di funzionalità e ricerca estetica attraverso una manualità estremamente raffinata, un design innovativo e, non ultimo, il concetto stesso di collettività come forza motrice di scelte condivise. Le opere di «queste talentuose artiste che hanno profondamente plasmato i linguaggi del design modernista attraverso la Wiener Werkstätte, sia in Europa sia oltre i suoi confini», come viene sottolineato nel concept della mostra, sono veramente anticipatrici di mode, gusti e tendenze, sia che si tratti di gioielli a motivi geometrici o floreali con le perle di vetro (Amalie Szeps, Maria Likarz) sia di inserti in pizzo per pannelli di tende o cuscini (Fritzi Löw), ceramiche (Valerie «Vally» Wieselthier, Gudrun Baudisch e Kitty Riz lavorano la creta durante un workshop, ritratte nella fotografia alla gelatina ai sali d’argento scattata da Mario Wiberaz intorno al 1925).
La produzione del Laboratorio o Officina Viennese attiva ininterrottamente fino al 1932, quando gravi problemi finanziari dovuti alla crisi economica mondiale ne causarono la chiusura, riguarda anche la moda (veicolata attraverso le cartoline postali illustrate dalle artiste della Wiener Werkstätte), inclusi i costumi per spettacoli teatrali, balletti e mascherate, come il bellissimo disegno a matita e gouache di Fritzi Pracht per un costume «Fantasy» (1920) e la riproduzione di una foto del 1919 con costumi di carnevale della celebre fotografa austriaca di moda Dora Philippine Kallmus, in arte Madame d’Ora. Nell’allestimento firmato da Chelsea Garunay con la progettazione grafica di June Yoon si possono vedere, insieme alla blusa di seta realizzata con tessuto di Felice Rix, stampato con il motivo di «Farfalle estive» (appartenuta a Friederike Maria Beer-Monti) anche abiti di Maria Likarz e borsette di perline, nonché un portasigarette con nappa di pelle, lana e opale. I nomi dei tessuti stampati, che s’ispirano o reinterpretano in una chiave geometrica e stilizzata stili del passato, dal Rococò alla Folk art, sono sempre fantasiosi: «Papavero», «Anisette», «Kicku», «Cielo notturno», «Temporale» e anche «Asburgo», come la prova del 1910-14 esposta accanto ai corrispondenti blocchi di legno intagliato.