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Installation view «[ materialistin ]. Matter of Care, Care of Matter» all’Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart. Nell'immagine i lavori di Agnes Lammert.

Credits acopo La Forgia. © the artist, VG Bildkunst, Bonn 2026.

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Installation view «[ materialistin ]. Matter of Care, Care of Matter» all’Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart. Nell'immagine i lavori di Agnes Lammert.

Credits acopo La Forgia. © the artist, VG Bildkunst, Bonn 2026.

Materialistin: all’Hamburger Bahnhof un ritratto corale della scultura contemporanea di Lipsia

Per il suo 30mo anniversario, l’istituzione berlinese riunisce otto scultrici accomunate non solo dalla città in cui lavorano ma soprattutto dall’idea di scultura come pratica collettiva

Chiara Caterina Ortelli

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Fino al 28 febbraio 2027, la Hamburger Bahnhof-Nationalgalerie der Gegenwart di Berlino ospita «Matter of Care, Care of Matter», mostra collettiva curata dal direttore del museo Sam Bardaouil e inserita nel programma di celebrazioni per il 30mo anniversario dell’istituzione. Il progetto riunisce otto scultrici attive a Lipsia (Laura Eckert, Enne Haehnle, Elisabeth Howey, Lucy König, Agnes Lammert, Wibke Rahn, Theresa Rothe e Sophie Uchmann) accomunate non solo dalla città in cui lavorano, ma da un modo di intendere la scultura come pratica collettiva, condivisa e non gerarchica. Il collettivo [materialistin] nasce infatti come risposta alle difficoltà fisiche, economiche e logistiche che il campo della scultura pone alle artiste donne: le otto si scambiano strumenti, contatti, competenze e reti, dando vita a una struttura intergenerazionale rara nel panorama artistico contemporaneo. Il loro lavoro affronta questioni femministe, sociali e culturali, spaziando dall’acciaio alla pietra, dal gesso al cemento, dalle fibre vegetali alla cera e all’argilla.

Il percorso espositivo si apre con una sala dalle pareti blu-grigie che funge da ouverture corale: qui sono riunite opere di tutte e otto le artiste, tra cui una sedia, alcune sculture in marmo o cemento, offrendo al visitatore un’anteprima dei diversi linguaggi che si dispiegheranno lungo la mostra. Entrando nello spazio principale si incontrano a destra e sinistra, le opere di Laura Eckert (1983), che lavora prevalentemente con la pietra e il legno, con il corpo umano al centro della sua ricerca. In un angolo, sculture di legno appoggiate al muro che ricordano semplicemente dei tronchi d’albero dialogano con sculture in marmo rosa di Untersberg, fatte di assemblaggi di frammenti lapidei, che evocano, a seconda dell’angolo di osservazione, la silhouette di una donna distesa o di un uomo semiseduto: forme non fisse, ma colte in un processo di trasformazione continua. Poco distante, una struttura metallica a più ripiani accoglie una serie di teste, ciascuna scolpita in pietra e legno: frammenti di volti che, disposti come su uno scaffale, sembrano campionare le infinite variazioni possibili di uno stesso corpo.

Più in là, su una piattaforma rialzata, Sophie Uchmann (1981) presenta pezzi di ceramica grezza non smaltata, sottili come elastici o nastri, disposti quasi tutti a coppie. Le forme nascono direttamente dal gesto: l’artista piega e torce l’argilla testandone i limiti di autosostegno, lasciando visibili le tracce della manipolazione. Di fronte, si arriva alle sculture di Wibke Rahn (1977), che unisce scultura, installazione, video e fotografia per indagare come l’uomo trasformi il paesaggio. Le sue opere, nate da assemblage di scarti industriali poi tradotti in calchi di cemento, appaiono come cumuli di materiali distrutti, quasi macerie di un cantiere la cui funzione resta volutamente indecifrabile: un lavoro che affonda le radici nella serie «Vanishing Point», avviata nel 2015 durante i movimenti migratori, ed è qui presentato come «Entropy», riflessione sul continuo alternarsi di ordine e mutamento.

Nello spazio successivo, Lucy König (1988) costruisce un tavolo in acciaio, una sorta di «orto scultoreo» dove piante ed erbe crescono tra frammenti di stoviglie scavati nella roccia. Un bicchiere inciso nella pietra sembra fissare la traccia di un momento di convivialità ormai passato: l’uomo scompare, il tavolo si fa natura. L’opera evoca uno scenario distopico in cui memoria e quotidianità si pietrificano. Dall’altra parte, alzando lo sguardo verso il soffitto, si scopre «Murmuration» di Agnes Lammert (1984), installazione sospesa in filo d’acciaio saldato e fibra di cocco: forme cave interconnesse che ricordano un nido o un alveare, uno spazio di soglia tra interno ed esterno ispirati alle architetture animali collettive. A destra, uno spazio è dedicato a Theresa Rothe (1990), che lo trasforma in un ambiente immersivo circondato da tende rosse in plastica, ricordando quasi il retrobottega di una macelleria. Vi si trovano enormi pupazzi, una sorta di maiale rovesciato sulla schiena disposto su una struttura fatta di piastrelle, e vermi di cera e tessuto sintetico per terra o sospesi al soffitto: figure che oscillano tra accoglienza e inquietudine, sogno e grottesco.

Si prosegue con Elisabeth Howey (1969), che con una formazione da danzatrice alle spalle, propone sculture in gesso e lana di legno dalle forme organiche e indefinite, che richiamano piante, pelo o paesaggi in miniatura, che esplorano il movimento e i gesti, facendo eco alla pratica del Butoh, danza giapponese della trasformazione a cui l’artista si è avvicinata dal 2018. Il percorso si chiude con Enne Haehnle (1963), le cui grandi sculture in acciaio forgiato e filo brunito si sviluppano nello spazio come uno scarabocchio tridimensionale, evocando la molla di un materasso o le creature degli incubi d’infanzia. Accanto, la scritta al neon «my crying is older than me» illumina la parete, condensando memoria personale e persistenza del passato.

«Matter of Care, Care of Matter» restituisce così un ritratto corale della scultura contemporanea di Lipsia, dove la cura del materiale e la cura reciproca tra artiste si intrecciano in un unico gesto. Otto spazi, otto modi di piegare la materia alla propria visione: la pietra che trattiene la memoria di un corpo, il frammento industriale riassemblato in paesaggio, il metallo teso fino al limite della forma, l’argilla che porta ancora il segno della mano. Diverse per linguaggio e generazione, le otto artiste condividono un’idea di scultura come pratica di relazione, prima ancora che di materia. Da vedere, a Berlino.

Installation view «[ materialistin ]. Matter of Care, Care of Matter», all’Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart. Nell'immagine i lavori di Enne Haehnle. © l’artista, VG Bildkunst, Bonn 2026 / Credits Jacopo La Forgia

Chiara Caterina Ortelli, 16 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Chiara Caterina Ortelli

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