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Rischa Paterlini
Leggi i suoi articoliPuò una fotografia interrogare il linguaggio con la stessa forza di un romanzo o di un saggio? È la sfida di «White Noise», il progetto del fotografo statunitense Mark Peterson, classe 1967, inserito in ArtBabel, il percorso espositivo della XXI edizione di Babel, Festival di letteratura e traduzione, in programma a Bellinzona dal 16 al 20 settembre. Una scelta che riflette il tema dell’edizione 2026, «Lingue per mondi possibili», come spiegano le direttrici artistiche Anna Schlossbauer e Lara Ricci: «Babel 2026 pone una domanda, non dà per scontata la risposta. Il lavoro di Mark Peterson cerca di scardinare il nostro punto di vista: infatti, come si può definire la whiteness, la bianchezza, il privilegio di essere bianchi, se a disposizione abbiamo solo un linguaggio, un immaginario, creato dai bianchi, da persone che questo privilegio non lo percepivano, un po’ come quando si è immersi nel white noise, nel rumore bianco? La poetessa e saggista afroamericana Audre Lorde scriveva: “Gli strumenti del padrone non potranno mai smantellare la sua casa”. Bisogna perciò trovare modi di “scentrare” la prospettiva, inventare un nuovo linguaggio, una nuova estetica, oppure catturare quei momenti in cui la whiteness è talmente parossistica, talmente esasperata, carica, grottesca, sproporzionata, da tracimare e divenire visibile persino a noi che ci siamo immersi». La mostra, curata da John Lucas, s’inaugura il 17 settembre da Peterson insieme alla poetessa e scrittrice Claudia Rankine, fondatrice del Racial Imaginary Institute, collettivo che affronta il tema del razzismo attraverso vari linguaggi artistici.
Come spiega il curatore, «invece di organizzare la mostra in ordine cronologico, abbiamo voluto creare una conversazione visiva, una conversazione che permettesse a fotografie realizzate a distanza di anni di dialogare tra loro, nella speranza che gli spettatori comincino a riconoscere schemi ricorrenti di simbolismo, rituale, teatro politico e performance dell’identità che persistono nel tempo». Nato dopo la prima elezione di Donald Trump, il progetto documenta l’ascesa del nazionalismo bianco e la normalizzazione di simboli, linguaggi e rituali un tempo marginali nella società statunitense. «Quando il presidente Trump fu eletto nel novembre 2016, si discusse molto su chi fossero gli elettori che lo avevano portato alla vittoria. Durante il suo insediamento, nel gennaio 2017, diversi gruppi dell’ultradestra e dell’Alt-right si riunirono a Washington, D.C., per celebrare il ruolo che ritenevano di aver avuto nell’elezione del presidente e il loro nuovo potere di influenzare l’agenda della nuova amministrazione», aggiunge Lucas. A quasi dieci anni di distanza, Peterson sottolinea quanto il significato del progetto sia cambiato: «Nel 2026 molte figure dell’estrema destra, marginali durante la prima amministrazione Trump, occupano oggi posizioni centrali. Le politiche sull’immigrazione e le operazioni dell’Ice riflettono ormai idee che nel 2016 appartenevano ai movimenti suprematisti. Ho fotografato i centri di detenzione, le proteste contro le deportazioni, gli scontri davanti a Delaney Hall e gli eventi ufficiali della Casa Bianca. Oggi ciò che allora osservavo ai margini è diventato parte delle politiche governative».
In una delle immagini, un gruppo di uomini esegue il saluto nazista davanti a una gigantesca svastica in fiamme. Il controluce riduce le figure a sagome compatte, mentre il fuoco domina la scena. L’identità dei singoli scompare e a imporsi sono il gesto ripetuto e il simbolo, che finiscono per definire l’intera immagine. Su questa tensione tra documentazione e allarme si concentra il lavoro di Peterson, che spiega: «Spero che le mie immagini mostrino, come una Tac che individua un tumore, la natura della parte infetta. È importante che le persone sappiano cosa sta accadendo, per quanto possa essere doloroso o ferire. Quando chiudiamo gli occhi davanti alla realtà, la verità viene distrutta. Non raccontare o censurare questi gruppi non li ha mai fatti sparire. Ha solo permesso loro di crescere nell’oscurità. Spero che, guardando le mie fotografie, si capisca che il suprematismo bianco è qualcosa di malvagio e spaventoso, estraneo alla condizione umana». Lo stesso approccio emerge nelle immagini dedicate alla politica istituzionale. In una fotografia, tre enormi schermi davanti alla Casa Bianca mostrano il volto di Donald Trump, mentre il primo piano è saturato da bandiere americane e cartelli con la scritta «Trump». Il simbolo della democrazia statunitense arretra così sullo sfondo, inglobato in una scenografia in cui la dimensione istituzionale cede il passo a quella mediatica. Più ambigua ancora l’immagine dedicata a Elon Musk: il braccio alzato, isolato dal resto del corpo e collocato davanti a un fondale che richiama l’iconografia presidenziale, resta sospeso tra citazione, gesto e perturbazione dello sguardo.
«Penso che la fotografia sia oggi più importante che mai. In un momento in cui la verità viene messa in discussione ogni giorno dalle forze politiche, la fotografia può mettere in luce i problemi e spingere le persone a smettere di scorrere passivamente le notizie e a provare qualcosa. Il giornalismo civico è l’eroe di quest’ultimo anno. A Minneapolis, quando i funzionari dell’Ice e il capo del Dhs hanno tenuto una conferenza stampa sostenendo che i loro agenti avevano agito in legittima difesa, i video realizzati dai cittadini di Minneapolis hanno dimostrato che non era così. Le persone sono scese in strada e hanno preso in mano la situazione, usando la forza delle immagini, delle fotografie dai telefoni cellulari e delle videocamere per documentare la violenza inflitta alla comunità». In un’edizione di Babel dedicata ai linguaggi con cui immaginiamo mondi possibili, «White Noise» ricorda che ogni fotografia è anche un modo di leggere la realtà. E che non basta guardare: davanti a questo incubo bisogna necessariamente reagire.
Mark Peterson, «Enhanced». © Mark Peterson