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Olga Scotto di Vettimo
Leggi i suoi articoliCon due mostre di ricerca il museo Madre scandisce l’estate napoletana. Inaugurano il 25 giugno, entrambe visitabili fino al 21 settembre, «Maria Lai. Essere è tessere», a cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai e realizzata con il supporto della Fondazione Tridama Ets e la collaborazione degli Amici del Madre; e «Living Collapse», a cura di Samuele Piazza, con lavori di Andrea Bolognino (Napoli 1991), Effe Minelli (Pompei 1986) e Raffaela Naldi Rossano (Napoli 1990), secondo appuntamento espositivo del Premio Meridiana, curato da Mario Francesco Simeone e promosso dal Museo Madre e dagli Amici del Madre, con il sostegno di Antony Morato e Fondazione Tridama, che affronta una riflessione sulla tradizione, partendo dal «Presepio» di Jimmie Durham, conservato nella collezione del museo.
Da un intenso lavoro di ricerca, durato due anni, scaturiscono la mostra e il catalogo dedicati a Maria Lai (Ulassai, 1919-Cardedu, 2013), come chiarisce Mónica Amor: «La mostra nasce dal desiderio di chiarire ulteriormente il ruolo di Maria Lai nel panorama dell’arte italiana del secondo dopoguerra e dell’arte contemporanea internazionale. Insieme a Carlos Basualdo abbiamo riunito circa 200 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, attribuendo particolare importanza ai materiali d’archivio e alla documentazione storica. Va intesa non come una ricostruzione definitiva dell’opera di Maria Lai, bensì come un contributo a un dibattito critico aperto e un invito a proseguire la ricerca. Il percorso espositivo è articolato secondo un criterio cronologico e tematico, con particolare attenzione alle operazioni formali delle opere e ai contesti artistici, intellettuali e sociali nei quali sono state prodotte».
Quali sono i momenti decisivi della ricerca di Lai?
Individuerei cinque momenti fondamentali. Il primo coincide con il passaggio dal modernismo regionale dei disegni e dei dipinti giovanili alla sperimentazione materica degli anni Sessanta. Il secondo con i «Polimaterici» e i «Telai», che introducono una vera e propria logica del collage fondata sulla giustapposizione di materiali, tradizioni e linguaggi visivi eterogenei, senza cercare di ricondurli a una sintesi unitaria. Il terzo momento è rappresentato dalle «Tele Cucite» e dai collage presentati alla Galleria Arte Duchamp nel 1975. Qui la cucitura diventa uno strumento per articolare ulteriormente questa dimensione ibrida, sostituendo il tradizionale supporto pittorico con una dimensione artigianale che diventa centrale nella modernità di Lai. Il quarto si apre con i «Libri Cuciti»: queste opere spostano la riflessione verso il linguaggio, la scrittura, le forme di autoiscrizione, l’esperienza quotidiana e questioni centrali nel dibattito femminista italiano dell’epoca. Il quinto momento prende avvio con «Legarsi alla montagna» e prosegue con le «Fiabe». Qui diventano centrali la tradizione orale, la memoria locale, il racconto e la partecipazione collettiva.
Quali aspetti della ricerca hanno permesso di rivedere l’immagine consolidata dell’artista?
Una delle prime evidenze emerse è stata la relativa scarsità della documentazione archivistica sull’opera di Lai. Per questo motivo ci siamo concentrati sulla ricostruzione della storia espositiva, sulla rilettura della stampa contemporanea e sullo studio di diversi nuclei archivistici, grazie soprattutto al prezioso contributo di Giulia Brandinelli dell’Archivio Maria Lai e di Marco Peri della Stazione dell’Arte. Più che confermare l’immagine di un’artista isolata e marginale, la nostra ricerca ha restituito una figura profondamente coinvolta nei dibattiti artistici e intellettuali del suo tempo. Ci ha inoltre interessato ripensare il rapporto di Lai con il femminismo italiano, che appare molto più complesso e fecondo di quanto sia stato generalmente riconosciuto, soprattutto attraverso il ruolo svolto da Mirella Bentivoglio e dalle reti espositive alle quali Lai partecipò negli anni Settanta e Ottanta.
La mostra del 1971 alla Galleria Schneider di Roma viene spesso indicata come un momento decisivo.
Fu la prima grande presentazione del lavoro di Maria Lai a Roma e, sotto molti aspetti, la prima occasione in cui il suo percorso artistico venne presentato pubblicamente come un corpus coerente. Uno dei risultati più significativi della nostra ricerca è stato poter ricostruire questo rapporto attraverso materiali d’archivio, in particolare la corrispondenza tra Lai e Marcello Venturoli. Rileggere oggi la mostra Schneider ci ha permesso di comprendere con maggiore precisione come abbia preso forma il suo linguaggio artistico e perché occupi una posizione così singolare nell’arte italiana del secondo dopoguerra. Nella sala dedicata ai «Telai» abbiamo esposto un ampio gruppo di collage del 1992 nei quali Lai torna su questo momento fondativo utilizzando ritagli del catalogo Schneider. Accanto a questi presentiamo anche alcune incisioni del 1969 basate sull’immagine di un telaio disarticolato, che dimostrano quanto il motivo dell’apparato decostruito fosse già divenuto estremamente generativo alla fine degli anni Sessanta.
Maria Lai, «Telaio finestra», 1971. Courtesy Elisabetta Pisu