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Giuseppe Penone,«Zona d'ombra (PART.)», 2010, Collezione privata

foto Manuela De Leonardis

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Giuseppe Penone,«Zona d'ombra (PART.)», 2010, Collezione privata

foto Manuela De Leonardis

L’omaggio a Giuseppe Penone del 69mo Festival dei Due Mondi di Spoleto

Oltre alla grande scultura in piazza Pianciani, la Fondazione Carla Fendi presenta una mostra di video nell’ex Battistero della Manna d’Oro e contribuisce alla personale di Palazzo Collicola

«Tutto è natura, siamo natura. Anche le cose più sbagliate che facciamo sono naturali. Quindi, la natura è una presenza che è realtà. Separarla dall’uomo è un qualcosa che facciamo per necessità di sopravvivenza e di identità, però sotto un certo punto di vista non è logico», afferma Giuseppe Penone (Garessio, Cuneo 1947, vive e lavora a Torino) che in occasione della 69ma edizione del Festival dei Due Mondi (fino al 12 luglio) è stato invitato a realizzare il manifesto e a esporre in tre diversi luoghi del centro storico di Spoleto (Pg), a partire da piazza Pianciani con la scultura «Le foglie delle radici». Un progetto prodotto dalla Fondazione Carla Fendi, main partner del festival, in sinergia con i Musei Civici di Spoleto e il Museo di Palazzo Collicola, e la collaborazione di Studio Penone e Gagosian. «È poetico nella sua forza e sorprendente nella sua naturalezza», spiega Maria Teresa Venturini Fendi (presidente della Fondazione Carla Fendi) motivando la scelta di questo artista, tra i grandi interpreti dell’Arte Povera, con cui la Fondazione ha un rapporto di lunga durata. «Specialmente in un contesto urbano come quello di Spoleto, avere nella strada la grande installazione Le foglie delle radici” con un piccolo albero in cima, interagisce molto bene con la città, con i suoi palazzi», aggiunge la presidente. A curare le due mostre, «Anafora» al secondo piano di Palazzo Collicola (fino a gennaio 2027) ed «Epheměris» nell’ex Battistero della Manna d’Oro (fino al 2 agosto), è Saverio Verini, attuale direttore artistico e scientifico dei Musei civici di Spoleto. 

Il minimalismo gestuale che caratterizza la pratica artistica di Penone è anche l’elemento di raccordo tra queste mostre che sono complementari tra loro, in cui l’anafora a cui allude il titolo dell’una sembra enfatizzare quell’idea di registrazione quotidiana, azione transitoria, riflessa nel titolo dell’altra. Disposti lungo la pianta ottogonale dell’ex battistero, sette schermi proiettano altrettanti video inediti, realizzati nel 2016 («Coccio», «Palpebra», «Malevič», «Impronta», «Vaso») e 2022 («Foglia-impronta», «Verde del bosco») che l’artista ha concepito come registrazione di momenti del suo lavoro, dentro e fuori lo studio, accompagnati dai suoni delle diverse esperienze. Piccoli gesti che restituiscono l’essenza poetica del rapporto materia-natura, confermando la convinzione che «l’uomo non è spettatore o attore, ma semplicemente natura». Se, poi, nel Salone d’onore di Palazzo Collicola si erge nella sua antimonumentalità l’opera scultorea in legno di abete bianco «Albero di 11 metri» (2003), lungo la Galleria del Piano Nobile, tra gli affreschi settecenteschi e il panorama al di là delle vetrate, sono nuovamente sette le opere in bronzo, ferro, terracotta, marmo di Carrara e filo spinato, realizzate tra il 1985-91 e il 2014, tra cui «Albero e gesto», «Dafne» e «Negazione». 

Accompagnano il visitatore in questa sorta di emozionante viaggio «iniziatico» nell’opera e nel pensiero dell’artista, fondato sull’osmosi tra il corpo umano e l’ambiente naturale, alcuni brevi testi tratti dal volume Giuseppe Penone. Scritti a cura di Francesco Stocchi (Electa, 2022). «Lo scritto di solito mi serve per chiarirmi le idee, per mettere a punto le cose e cercare di capire cosa sto facendo. Oppure mi serve per capire cosa ho fatto», continua Penone. Spesso il lavoro non corrisponde esattamente a quello che volevo fare. Questo, però, è un arricchimento, la possibilità poi di fare un lavoro successivo. Quindi, la scrittura ha una funzione che non è solo quella di scrivere, perché non sono uno scrittore, ma di accompagnare il lavoro. È una riflessione sul lavoro, sulla materia o su pensieri che possono concretizzarsi in opera. Quindi, separandola dal lavoro, può acquistare un valore diverso, poetico se si vuole. Però è un po’ come una ricetta di cucina senza ingredienti. Diventa una cosa che può avere un valore, può suscitare immaginazione, sentimenti, ma non è detto che sia stata fatta con quell’intenzione specifica».


 

Manuela De Leonardis, 30 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

L’omaggio a Giuseppe Penone del 69mo Festival dei Due Mondi di Spoleto | Manuela De Leonardis

L’omaggio a Giuseppe Penone del 69mo Festival dei Due Mondi di Spoleto | Manuela De Leonardis