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Beatrice Caprioli
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La sesta edizione di «Greater New York» apre al MoMA PS1 dal 16 aprile al 17 agosto, nel quadro delle celebrazioni per il 50mo anniversario dell’istituzione. L’appuntamento, che si rinnova ogni cinque anni e guarda agli artisti che vivono e lavorano nell’area di New York, è affidato per la prima volta all’intero team curatoriale del museo. La mostra riunisce oltre 50 artisti di estrazioni diverse nelle fasi formative della loro carriera e rappresenta uno dei momenti più attesi e culturalmente interessanti per monitorare le trasformazioni in atto sulla scena artistica newyorkese. Tra i partecipanti figurano artisti emergenti quali Coumba Samba, Piero Penizzotto e Taína Cruz, insieme al collettivo Red Canary Song, offrendo uno spaccato delle nuove generazioni attive nei diversi distretti della città. Pittura, installazioni e pratiche performative convivono in un percorso che riflette alcune delle direzioni più evidenti della recente produzione artistica della Grande Mela. A raccontare l’impostazione di questa nuova edizione sono Jody Graf, Associate Curator del MoMA PS1, e Kari Rittenbach, Assistant Curator, che insieme agli altri curatori del museo hanno concepito il progetto espositivo.
L’edizione 2026 di «Greater New York» arriva in un momento particolare: il 50mo anniversario del MoMA PS1 e, per la prima volta, una mostra concepita dal team curatoriale del museo. In che modo queste due circostanze hanno influenzato il progetto espositivo?
Kari Rittenbach: «Greater New York» è nato inizialmente con l’intento di permettere ai curatori di MoMA e PS1 di lavorare insieme. È stato infatti il primo progetto avviato dalle due istituzioni subito dopo la fusione del Duemila, da un’idea dell’allora direttore del MoMA Glenn Lowry e della fondatrice del PS1 Alanna Heiss. Quest’anno, in occasione del 50mo anniversario dell’istituzione, abbiamo voluto sottolineare come, dopo 25 anni, la collaborazione tra i due musei si sia ormai consolidata. Dopo cinque edizioni coprodotte, «Greater New York 2026» rappresenta anche un’occasione per mettere in luce il lavoro del nostro team e ciò che facciamo qui ogni giorno. Siamo un museo relativamente grande, uno degli spazi più importanti per l’arte contemporanea a New York e negli Stati Uniti, ma il nostro team è molto più piccolo di quanto si possa immaginare. Per questo è stato particolarmente stimolante unire le forze e lavorare insieme a un progetto che coinvolga l’intero edificio.
Per oltre un anno avete visitato gli studi di artisti nei cinque distretti della città. Quali tendenze sono emerse con maggiore evidenza da questi incontri?
K.R.: Abbiamo osservato una pluralità di approcci all’immagine, spesso critici rispetto alle modalità con cui viene prodotta e recepita. In molti casi gli artisti partono dalla fotografia, interrogandone gli aspetti tecnici e i processi creativi, senza necessariamente giungere a un esito figurativo pienamente riconoscibile. Siamo felici, ad esempio, di presentare le nuove tele di Julia Wachtel: fin dagli anni Ottanta il suo lavoro riflette sulle problematiche legate alla cultura visiva e alle sue logiche, quando viene utilizzata come oggetto di consumo. Allo stesso tempo si nota una diffusa tendenza al riuso di materiali già esistenti, oggetti recuperati o provenienti da scarti, spesso trasformati fino a risultare quasi irriconoscibili. In altri casi si manifesta invece un particolare interesse per la teatralità e per certe forme di ventriloquismo, modalità che oggi trovano nuove risonanze nell’universo digitale.
Jody Graf: Molti artisti riflettono anche sulla trasformazione del lavoro e su come sia influenzato dall’instabilità legata all’affermarsi delle nuove tecnologie e di dinamiche sempre più competitive. Allo stesso tempo si interrogano su che cosa significhi continuare a essere artisti oggi. Un altro filo conduttore riguarda l’obsolescenza di sistemi esistenti, semiotici, ecologici e infrastrutturali, e la possibilità di ripensarli.
«Greater New York» è stata spesso descritta come una sorta di «istantanea» della scena artistica locale. Quale immagine della città emerge oggi da questa selezione di artisti?
K.R.: Abbiamo pensato alla mostra come a un modo per restituire lo stato attuale della scena artistica newyorkese. Gli artisti reagiscono sia alle difficoltà sempre più evidenti della vita in città, oggi assai più costosa e meno accessibile che mai, sia alle amicizie, alle relazioni culturali e ai legami sociali che continuano a rendere significativo vivere e lavorare qui. La mostra suggerisce anche un modo diverso di intendere la dimensione globale dell’arte contemporanea. Le grandi questioni politiche vengono filtrate attraverso le esperienze quotidiane degli artisti: molti sono nati e cresciuti nel Queens, uno dei distretti più cosmopoliti della città, mentre altri sono arrivati a New York per studiare o lavorare.
L’edizione di «Greater New York» coincide con la Whitney Biennial e sarà seguita dalla New Museum Triennial. Questa concentrazione di grandi mostre può contribuire a una riflessione più ampia sulla scena artistica newyorkese?
K.R.: Spero che questa convergenza contribuisca a far emergere anche tendenze meno celebrate della produzione artistica, come strategie concettuali, nuove forme di satira e approcci critici più analitici. La generazione di artisti nati negli anni Ottanta e Novanta si muove infatti attraverso una gamma molto ampia di pratiche ed è particolarmente attenta alle contraddizioni del presente. Con «Greater New York» vogliamo proprio mettere in luce queste prospettive.
Dopo mesi di visite negli studi e conversazioni con gli artisti, c’è stata qualche sorpresa emersa nel corso del lavoro su questa edizione di «Greater New York»?
J.G.: In un momento così carico di ansia e instabilità, ci ha colpito incontrare molti artisti che trovano comunque nel proprio lavoro uno spazio di sollievo, gioia e persino umorismo. Le loro opere intrecciano spesso dimensioni poetiche e politiche e cercano di immaginare nuove direzioni possibili per il fare artistico contemporaneo.
Taína Cruz, «Charm Written in Steam and Light», 2025. Courtesy Taína Cruz e Embajada, San Juan. Foto: Luis Corzo