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Il manifesto delle Olimpiadi di Roma del 1960 era opera di Armando Testa: un capitello su cui s’inseguono figure stilizzate in «nudità eroica» o paludate all’antica, sul quale poggia la sagoma della «Lupa capitolina» che, nel mito di fondazione della città, allatta i gemelli Romolo e Remo. Sormontata a sua volta dai cinque cerchi olimpici: un’immagine, come tutte quelle di Armando Testa, densa di molte suggestioni, dal mito e dalla grande storia di Roma al senso della comunità, suggerito dalle figure che abitano il capitello. In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026, Milano non poteva mancare di rendere omaggio al suo geniale autore, visionario e ironico maestro della pubblicità e della comunicazione visiva (ma anche artista colto e raffinato designer) e lo fa, dal 22 gennaio ad aprile, al Museo del Novecento con la mostra «Urrà la neve Armando Testa e lo sport», curata da Gemma De Angelis Testa e Gianfranco Maraniello, in collaborazione con Testa per Testa. Fondatore nel 1946, a Torino, dell’omonima agenzia pubblicitaria, subito famosissima, oggi con sedi anche fuori d’Italia, Armando Testa (Torino, 1917-92) si è cimentato con tutti i linguaggi della pubblicità, cinema e televisione compresi, immettendo sempre nel suo lavoro modi e segni tratti dalle avanguardie artistiche. Lo fece sin dalla prova d’esordio nel 1936, quando, nemmeno ventenne, vinse un concorso nazionale indetto dalla rivista «Graphicus» superando autori ben conosciuti con il progetto per un manifesto che attingeva all’alfabeto visivo del Bauhaus.
In questa mostra sono riunite opere che documentano trent’anni del suo lavoro, sempre attraversato dalla sua volontà di sperimentazione, scelte fra quelle attinenti all’intero mondo dello sport. Fra i più precoci, il manifesto «Moto Guzzi 175» del 1954, giocato sulla potente bicromia rosso-nero, in cui l’oggetto-moto è ancora ben riconoscibile, così come in «Cervinia» (anni Sessanta) c’è l’ammiccamento della bella ragazza sullo sfondo del Cervino, parasole rosso, costume da bagno azzurro e sci ai piedi, che rammenta all’osservatore che lì si può sciare anche in estate. È nella seconda metà di quel decennio che il segno si fa sempre più essenziale: esemplare il manifesto «8o Concorso Ippico Internazionale» (1968), in cui la testa del cavallo diventa una pura forma astratta, eppure riconoscibilissima. E così sarà negli anni a venire, com’è provato dal manifesto dei Mondiali di calcio del 1990, «Torino ’90», dove la «O» di Torino è sostituita dal profilo dello stadio, sghembo però, per regalare dinamismo alla composizione. Da non perdere, poi, a conferma della versatilità di Armando Testa, i filmati di «Il treno per Saiwa» (1966-69), realizzati per il contenitore pubblicitario televisivo «Carosello», con quell’invenzione dei corpi che si fanno macchina e sbuffano, stridono, rumoreggiano come un treno d’allora, in una godibilissima performance che rinvia alle pratiche di Fluxus e di John Cage. Per saperne di più, il 22 gennaio alle 18.30, nel FORUM900, al piano terreno del museo, si tiene il talk «Urrà la neve. Sport, arte e design nei lavori di Armando Testa».
Armando Testa, «Giochi della XVII Olimpiade», 1959. Courtesy Gemma De Angelis Testa e TestaperTesta. Photo © Fabio Mantegna
Armando Testa, «Cervinia», anni Sessanta. Courtesy Gemma De Angelis Testa e TestaperTesta. Photo © Fabio Mantegna