Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliDue soggiorni, meno di due anni complessivi trascorsi a Napoli fra il 1606-07 e il 1609-10, bastarono al Caravaggio per cambiare il corso della pittura napoletana. Da quella svolta prende avvio «Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito», la mostra allestita al Fortino Pietro Leopoldo I di Forte dei Marmi fino al 27 settembre, che per la prima volta in Toscana presenta un nucleo significativo della raccolta costruita da Giuseppe De Vito (Napoli 1924 - Firenze, 2015), studioso e collezionista del Seicento partenopeo. Curata da Nadia Bastogi e promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Fondazione Villa Bertelli, in collaborazione con la Fondazione De Vito, l’esposizione ricostruisce l’evoluzione della scuola napoletana attraverso 39 dipinti, dal primo naturalismo caravaggesco alle aperture al classicismo e al Barocco, documenti e materiali di De Vito. Capitale del viceregno spagnolo, nel Seicento Napoli concentrava una committenza religiosa e civile capace di assorbire rapidamente la rivoluzione introdotta da Caravaggio, diventando uno dei principali centri artistici europei. Il primo a raccogliere quella novità è Battistello Caracciolo, che sostituisce l’eleganza del tardo manierismo con figure costruite dalla luce e da un naturalismo diretto, offrendo ai pittori napoletani il primo modello attraverso cui assimilare la lezione di Caravaggio. Jusepe de Ribera porta il naturalismo caravaggesco al suo esito più radicale: santi, filosofi e martiri acquistano una fisicità intensa e un realismo destinati a segnare per decenni la pittura napoletana. L’impatto di Caravaggio non rimane però immutato nella generazione successiva. Con Paolo Finoglio e soprattutto Massimo Stanzione la pittura napoletana assorbe anche i modelli di Guido Reni e Lanfranco: alle figure costruite dalla luce si affiancano gesti più misurati, colori più ricchi e una nuova eleganza compositiva, che apre la strada alla stagione barocca. Nella seconda metà del secolo Mattia Preti e soprattutto Luca Giordano imprimono un’accelerazione verso il Barocco, con composizioni più dinamiche, una tavolozza più luminosa e una pittura sempre più libera. Lo stesso cambiamento coinvolge la natura morta, affidata a protagonisti come Luca Forte e Giuseppe Recco.
La mostra arriva a Forte dei Marmi dopo le tappe nei musei Magnin di Digione e Granet di Aix-en-Provence e al Museo Diocesano di Napoli. Nella Sala Ferrario di Villa Bertelli, il centro culturale attraverso cui la Fondazione Villa Bertelli sviluppa, insieme al Fortino Pietro Leopoldo I, la programmazione espositiva di Forte dei Marmi, fino al 27 settembre prosegue «Migneco. Realtà e visione». Curata da Elena Pontiggia, la mostra ripercorre con 22 dipinti realizzati fra il 1939 e il 1988, quasi mezzo secolo di ricerca di Giuseppe Migneco (1903-1997), protagonista del movimento Corrente, che fece della figura umana e del mondo popolare il soggetto della propria pittura: autoritratti, contadini, pescatori e pastori, figure lontane da ogni idealizzazione, fino ai paesaggi e alle immagini della natura, che nell’ultima stagione assumono una forza vitale capace di controbilanciare la durezza della condizione umana.
Giuseppe Ruoppolo, «Natura morta con frutta, zucche, pappagallo, tartaruga e zuppiera di maiolica», 1670-1680, Vaglia, Fondazione de Vito