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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliDopo New York, Tokyo, San Francisco, Toronto, il progetto «Paul McCartney Photographs 1963-64: Eyes of the Storm», prodotto dalla National Portrait Gallery di Londra, torna in Europa, ospite del Musée Granet di Aix-en-Provence, dal 4 luglio al 3 gennaio 2027. Ripartirà poi al Fotografiska di Berlino e quindi a Stoccolma. La mostra riunisce circa 250 immagini selezionate tra quasi mille negativi riscoperti negli archivi personali di McCartney, che ora ha 83 anni: fotografie scattate tra il dicembre 1963 e il febbraio 1964, nel momento in cui la Beatlemania smette di essere circoscritta alla Gran Bretagna per trasformarsi in fenomeno globale. È il periodo che conduce il gruppo da Liverpool e Londra a Parigi, New York, Washington e Miami, seguendo il percorso fulmineo con cui quattro ragazzi poco più che ventenni diventano il centro della cultura pop mondiale. Si apprende però che il rapporto di McCartney con la fotografia nasce molto prima della celebrità internazionale. Il giovane Paul sviluppa molto presto interesse per l’immagine fotografica, anche grazie al fratello Mike, fotografo dilettante. È con una Pentax che inizia a documentare il vortice di viaggi, concerti, alberghi e conferenze stampa. Il percorso espositivo racconta questi tre mesi decisivi. Non ci sono solo i Beatles, ma anche gli scorci urbani, le stazioni, le camere d’albergo, i dettagli di vita quotidiana, folle di fan, momenti di pausa e frammenti delle città attraversate. Ne emerge il ritratto di un’epoca. Ce ne parla Rosie Broadley, curatrice della National Portrait Gallery.
Paul McCartney, «George Harrison, Miami Beach», 1964 © 1964 Paul McCartney sous licence exclusive de MPL Archive LLP
Che tipo di fotografo è Paul McCartney? Reporter, fotografo umanista o altro?
Paul era giovanissimo quando scattò queste fotografie. Per cui si può dire che in lui convivono tutte queste dimensioni. Il suo approccio riflette quello che dei Beatles nei confronti della musica: la ricerca continua, la voglia di innovare, di sperimentare. Era entusiasta di possedere una nuova macchina fotografica giapponese tecnologicamente avanzata. Mentre preparavamo questa mostra, si è definito un «dilettante entusiasta». Tuttavia, si avvicinò alla fotografia con una conoscenza già buona della tecnica e delle tendenze emergenti, maturata grazie al suo interesse per la cultura contemporanea e all’ambiente creativo in cui viveva. Ad Amburgo frequentava Astrid Kirchherr e Jürgen Vollmer. Vi comprò una macchina fotografica per il fratello Mike, che osservava sviluppare i negativi nel bagno di casa. Mike fotografava Paul mentre leggeva «The Observer», che dava molto spazio al nuovo fotogiornalismo, influenzato dal concetto di «momento decisivo». In molte immagini, soprattutto quelle in bianco e nero, McCartney adotta quindi lo sguardo del fotoreporter. Imparava molto dai fotografi professionisti che incontrava durante i viaggi. È un fotografo umanista, così come è un compositore umanista: ritrae amici e colleghi, ma è attratto anche dagli sconosciuti e dalle loro storie. Infine, direi che Paul è anche semplicemente un giovane che fotografa i suoi amici, non diversamente da quanto farebbe oggi un ragazzo della sua età. A Parigi, invece, si comporta da turista. Parla della mostra come di una sorta di diario fotografico.
C’è uno scatto in particolare che, secondo lei, sintetizza il suo sguardo fotografico?
Poiché questa mostra racchiude una grande varietà di esperienze e luoghi, ed è notevole il modo in cui McCartney assorbe e restituisce i posti che visita, è difficile individuare una sola immagine. Inoltre, lungo il percorso si percepisce chiaramente la sua evoluzione come fotografo, la qualità delle immagini, la messa a fuoco, l’inquadratura. Ci sono tuttavia alcuni scatti particolarmente significativi. Me ne viene in mente uno: la fotografia di uno sconosciuto scattata attraverso il finestrino del treno in viaggio tra New York e Washington, dove i Beatles andavano a esibirsi. Erano circondati dai cronisti, ma Paul scelse di guardare fuori. È sempre curioso di ciò che lo circonda.
Come avete selezionato le immagini?
Fin dall’inizio è apparso chiaro che, attraverso mille fotografie, era possibile costruire una narrazione straordinaria: il passaggio dei Beatles da giovani popstar britanniche del dopoguerra a star mondiali. Al tempo stesso le immagini erano incredibilmente intime. Ho quindi voluto mantenere un equilibrio tra dimensione storica e personale: da un lato volevamo includere gli scatti esteticamente più forti, dall’altro, ci sembrava importante conservare immagini private, fotografie che lo stesso McCartney ha definito «scatti che solo un altro Beatle avrebbe potuto fare». Sono immagini diverse da quelle fornite dagli uffici stampa e dai ritratti ufficiali del gruppo. Infine, ci siamo lasciati guidare anche dai racconti di Paul e abbiamo incluso le sue fotografie preferite,che sono diverse da quelle che Paul avrebbe probabilmente scelto nel 1964. Con il senno di poi, sapendo ciò che sarebbe accaduto, anche al loro manager, Brian Epstein, alcune immagini assumono oggi una grande forza narrativa.
Che ruolo ha avuto McCartney nella realizzazione della mostra?
È stato coinvolto dall’inizio alla fine. Un’esperienza straordinaria per me e per tutto lo staff. Ha dedicato molto tempo a esaminare con noi la prima selezione di immagini, ha rivisto le stampe, scelto le cornici e i colori delle pareti. È stato gentile, spiritoso. Ha una memoria impressionante, ricorda tutto perfettamente. Era la prima volta che vedeva queste fotografie stampate. Sul suo volto era evidente come i ricordi riaffiorassero all’improvviso con grande intensità.
Che valore attribuisce a queste fotografie: artistico, documentario, sociale...
Senza dubbio tutte queste dimensioni insieme. Hanno un valore artistico perché sono buone, ma anche perché sono realizzate da una personalità maggiore del XX e XXI secolo. Hanno una valore documentario, storico, culturale e sociale, perché raccontano in modo affascinante un’epoca, una trasformazione della cultura popolare che ci influenza ancora oggi. Non solo perché sono i Beatles, ma per i dettagli della vita quotidiana e del contesto storico che emergono. Sono scatti profondamente personali: raccontano una storia culturale attraverso lo sguardo di un uomo.
Ci mostrano quattro giovani amici in viaggio, momenti quotidiani, noia, stanchezza... Sono i «veri» Beatles?
Credo inevitabilmente di sì. Queste fotografie restituiscono il punto di vista di Paul McCartney sulla propria esperienza di vita tra la fine del 1963 e il 1964, una prospettiva che non era mai stata condivisa prima. È difficile immaginare qualcosa di più vicino ai «veri» Beatles! Sono immagini spontanee, realizzate senza pensare alla promozione o alle vendite.
La mostra ci rivela qualcosa dei Beatles che il mito ha oscurato?
Non credo che la mostra smonti il mito. Al contrario, rafforza l’idea di quanto fosse straordinario quel periodo e di quanto eccezionale sia stata l’impresa compiuta da quattro giovani apparentemente ordinari. Le prime immagini li mostrano in camerini angusti in Inghilterra. A fine percorso li vediamo posare a Miami Beach. È una sorta di fiaba moderna. Dalle immagini traspare gioia e stupore: sembrano quasi increduli di fronte alla propria popolarità. È chiaro che loro stessi non erano consapevoli del cambiamento che stavano introducendo.
Che cosa ci raccontano questi scatti della società dei primi anni Sessanta?
McCartney sa cogliere le atmosfere culturali dei luoghi che visitava. Le fotografie scattate in Gran Bretagna restituiscono l’atmosfera ruvida del dopoguerra, vicina all’estetica del Kitchen Sink realism che emergeva nel cinema e nelle arti visive. A Parigi le immagini sembrano ispirate alla Nouvelle Vague, mentre negli Stati Uniti assumono un carattere più glamour. All’epoca le culture non erano ancora così omologate come lo sono oggi. Si percepisce anche quanto potesse essere monotona la vita quotidiana, persino per i Beatles, che trascorrevano molto tempo seduti nei camerini e nelle camere d’albergo, fumando, chiacchierando, sonnecchiando. Tutte quelle cose che si facevano prima dell’arrivo dei telefoni cellulari.
Paul McCartney, «Unidentified girl», 1964, Washington © 1964 Paul McCartney under exclusive license to MPL Archive LLP