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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliUn giorno d’autunno, mentre Katsushika Hokusai (1760-1849) meditava davanti a un muro, una composizione iniziò a farsi strada nella sua testa, come dalla nebbia. Non appena la mente decise che l’opera fosse conclusa, il suo occhio interiore scorse un paesaggio attraversato da ponti, una veduta reale a volo d’uccello. È lo stesso Hokusai a raccontare quest’illuminazione creativa in un’iscrizione sul pannello della xilografia «Cento ponti in uno sguardo» del 1823. C’è anche quest’opera tra le oltre 200 esposte dal 27 marzo al 29 giugno a Palazzo Bonaparte nella mostra «Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese» (prodotta e organizzata da Arthemisia con main partner la Fondazione Terzo Pilastro-Internazionale, con Fondazione Cultura e Arte e Poema). Lo sperimentatore instancabile del periodo Edo si racconta attraverso capolavori, da «Le cinquantatré stazioni del Tōkaidō» alle «Trentasei Vedute del Monte Fuji», fino ai Manga, prestati per la prima volta in Italia del Museo Nazionale di Cracovia. Abbiamo incontrato la curatrice Beata Romanowicz.
In che cosa questa mostra si distingue dalle precedenti dedicate a Hokusai?
Vorremmo che questa esposizione diventasse la narrazione di un grande maestro che ha valorizzato l’uomo. L’essere umano per Hokusai è fondamentale. L’artista sembra ricercare l’umanità anche tra le vedute del Giappone e la rappresentazione del personaggio principale, il sacro Monte Fuji, spesso relegato sullo sfondo per lasciare spazio a una fragile capanna costruita da mani umane, come si evince da «Veduta del Monte Fuji attraverso il Lago Suwa Shinshū Suwa-ko».
Accanto ai paesaggi, alle figure femminili, alle scene quotidiane, protagonista del «mondo fluttuante» è l’acqua. Che ruolo ha?
Oltre che nella «Grande onda di Kanagawa», l’acqua compare in molte stampe xilografiche, in maniera sempre diversa. A volte è un elemento decorativo che evoca un tessuto ritmico, talvolta è la superficie di un lago in assenza di vento o l’«organismo» predatore di una cascata, come in «Kirifuri Waterfall at Mount Kurokami in Shimotsuke Province Kirifuri no taki), presentata nella serie «Un tour delle cascate in varie province» (Shokoku taki meguri), esposta in un totale di otto viste. Anche l’illustrazione del paesaggio in Hokusai va oltre il semplice tentativo di ricreare la natura diventando ricerca dell’essenza, di uno «spirito».
Quali sono le opere più significative?
Tra le oltre 200 opere, 100 sono xilografie di Hokusai. I restanti oggetti sono tessuti, tra cui kimono, fasce obi, pipe e set di scrittura da viaggio (yatate), statuette in bronzo del XIX secolo raffiguranti piccoli animali, recipienti in ceramica, vasi in smalto cloisonné.
Come sono presentate le stampe commemorative surimono?
Queste delicate produzioni, decorate con dorature, argentature e stampe a secco karazuri, sono presentate in due sale. Noterete un’affascinante scena con il dio della fortuna, Daikoku, e la lepre bianca di Inaba, spogliata della sua pelliccia da coccodrilli. Capirete perché anche grazie al ricco apparato che illustra leggende, miti, parabole.
Hokusai era un artista esigente?
Sì. Sappiamo che supervisionava personalmente la realizzazione dei suoi progetti. Nella sala dedicata ai surimono, nell’opera raffigurante il corvo con la spada Kogarasumaru del clan Minamoto gli effetti spaziali più profondi e le singole piume dell’uccello mostrano l’eccezionale design di Hokusai, il lavoro dell’intagliatore e dello stampatore che applicava i colori.
In che modo Hokusai ha ispirato il compositore Claude Debussy?
L’arte di Hokusai è ritmo. La seconda metà del XX secolo ci ha avvicinato alla comprensione della ritmicità degli spruzzi frastagliati della «Grande Onda di Kanagawa». Questi frattali hanno sorpreso i fisici che ne analizzavano la composizione, ma anche il musicista Claude Debussy, ispirando molto probabilmente la composizione «La Mer».
Katsushika Hokusai, «Una veduta del Monte Fuji dal Lago Suwa», 1831 ca, dalla serie «Trentasei vedute del Monte Fuji», Museo Nazionale di Cracovia