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Rossella Farinotti
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«È così bella la luna», avrà pensato Thomas immaginando quale titolo dare alla sua mostra a Casa del Mantegna. Che la luna sia bella è certamente un giudizio un po’ scontato. A me piace quando è intera, tutta tonda: voglio pensare che porti fortuna. Altri preferiscono la mezza luna, lo spicchio… è più delicato. In ogni suo taglio la luna è silenziosa. Il silenzio è percepito da qui, dalla terra, in ogni momento in cui subisce le sue mutazioni. E a ogni passaggio cambia la luce.
Casa del Mantegna è silenziosa. E così anche le opere di Berra impacchettate, un po’ nascoste, mimetizzate, sembrano esserlo. L’artista ha ricreato un grande archivio personale sviluppato in più ambienti in cui le opere d’arte riposano, senza far rumore, allestite in nuclei diversi. Alcune sono impilate su freddi scaffali di strutture appositamente pensate per gli spazi; altre posate ai muri delle stanze vuote; altre ancora, invece, accatastate con cura in qualche angolo o su dei plinti. Thomas Berra ha così creato un percorso anomalo per il fruitore di un’esposizione personale. Ha cambiato le prospettive: sia di visione, che di ricezione. I dipinti accolgono gli sguardi, ma sono velati dai loro imballaggi. Si intravedono, ma rimangono da decifrare. I lavori di piccole e grandi dimensioni sono coperti gli uni dagli altri: viene voglia di toccarli, di sfogliarli, di spacchettarli per svelare il contenuto. È come entrare in quella parte dello studio d’artista che solitamente è utilizzato come magazzino, come raccoglitore di memoria. È come osservare un archivio sedimentato. L’artista ha deciso di fare il punto sul suo lavoro e sul suo modo operativo del produrre arte. Questa mostra (a Mantova fino al 21 febbraio, Ndr) non rappresenta una pausa: è un momento di sosta. Un punto e a capo. Thomas Berra ha catalogato una grande porzione del suo lavoro compiendo una selezione che parte dai primi gesti legati al segno, alla creazione di forme, alla parola, al disegno e alla pittura, iniziando cronologicamente dal periodo più lontano, quando era bambino. Ha poi selezionato i lavori forse appartenenti al periodo degli studi (magari si trova qualche opera realizzata negli anni dell’Accademia), e poi, pian piano, ha ripercorso tutta la sua carriera fino ad oggi. Negli anni, Thomas ha dunque collezionato ogni sua traccia, unendo alla sua quotidiana e copiosa produzione, esperimenti e opere più importanti del passato. Un lavoro cronologico, selettivo, analitico e compilativo importante. Sono numerosissimi i disegni di ogni dimensione e su diversi supporti. Berra infatti è molto prolifico nell’azione del segno: oltre ai quaderni, ai fogli sparsi, sono sicura che qualche cartoncino, foglio da bar, tovaglietta di trattoria, si ritroverà infilata nelle opere di più tangibile dimensione. Dal disegno fino a ogni singolo dipinto, si percepiscono tutte le evoluzioni stilistiche e tematiche. Soggetti e storie che sempre ritornano.
Una veduta della mostra «Com’era luminosa la luna e blu tutta la valle» a Casa del Mantegna, Mantova
Studio. Archivio. Museo
Nelle sale di Casa del Mantegna sono presenti circa cinquecento opere. Una selezione che restituisce quasi tutto il lavoro dell’artista. Ciò che non è presente nel suo studio non è stato perso, ma, negli anni passati, è stato magari cancellato, rivisitato, persino bruciato o, nella maggior parte dei casi, scambiato con amici e personaggi che Thomas Berra ha incrociato lungo il percorso. L’opera di Thomas ha dunque costellato diverse vite, luoghi e memorie. Mi piace pensare che in qualche cucina di Helsinki, in una trattoria a Scilla in Calabria, in un riad marocchino e al café Hafa di Tangeri, nello studio di qualche artista d Chicago, i disegni di Berra siano conservati per sempre.
Gli altri, quelli che l’artista ha scelto per questo luogo speciale, sono stati raccolti, osservati di nuovo e, appunto, impacchettati.
«È proprio come la stanza vuota di casa mia (…). Tutto è cominciato in quella stanza, quando c’era un silenzio sospeso come questo» (Roberto Benigni ne «La voce della Luna», 1990 di Federico Fellini). Le azioni dell’artista, in particolare quelle del pittore, sono molto intime. Spesso in studio il lavoro è individuale e riflessivo. L’operazione di trasferimento dallo studio, il luogo della genesi creativa e dell’intimità personale e narrativa, in un contesto, invece, aperto al pubblico, è la premessa di un cambiamento. Si tratta di portare a spasso le proprie opere, ma con rispetto e la cura di lasciarle protette all’interno dei loro involucri. I dipinti archiviati, dunque, rimangono custoditi, per un periodo di tempo breve, in un altro luogo. Prendono aria. Anzi, respirano un’altra aria. Le opere imballate con il pluriball creano un percorso dove lo sguardo dei visitatori si posa e la memoria sedimenta. A ognuno la sua, di memoria. Fruire un’opera d’arte presentata come avviene nello studio dell’artista, nel magazzino della galleria, o del caveau museale, è certamente qualcosa di nuovo, e di strano. Berra provoca il suo spettatore, ma ponendosi allo stesso livello. Osserva le sue opere sotto un altro aspetto: come quando sono finite, già fatte vedere agli altri, e sono state messe vie. Chissà come è la percezione dell’artista? Certamente l’ironia del gesto è latente, ma l’urgenza di non mostrare il lavoro nella sua interezza è il motore che ha spinto, negli ultimi anni, a pensare a questo progetto di archivio e di nascondimento dell’opera totale. Di nuovo: Thomas Berra vuole fare un punto della situazione. Riparte dunque dall’inizio: si studia, si guarda dall’esterno e poi seleziona, sceglie, impacchetta, cela. I dipinti, i disegni, i lavori tridimensionali assumono così quell’aspetto dell’attesa. Rappresentano il momento prima di essere mostrati, o quello, invece, successivo alla sua produzione o, in chiave di pubblico, alla sua vendita o all’esposizione. L’opera è in pausa e aspetta la sua destinazione.
Una veduta della mostra «Com’era luminosa la luna e blu tutta la valle» a Casa del Mantegna, Mantova
Sedimentare
Immaginando i cumuli ordinati e le sequenze di elementi protetti dalla carta e dalla plastica, penso a dei corpi che sedimentano. Sono diversi gli immaginari che possono essere tratti da queste forme sospese nel tempo e in questo spazio museale. Penso alle opere «Lullaby» (1994) e «All» (2017) di Maurizio Cattelan. La prima è una scultura composta dalle macerie del Pac di Milano recuperate dopo la bomba di Porta Venezia e, appunto, impacchettate con la plastica; la seconda è un’opera anch’essa drammatica, calma e poetica. Qui vengono rappresentanti delle forme di corpi umani coperti da lenzuoli in marmo. Trattano la morte, certamente, ma trattano anche il silenzio, la pausa, il fare il punto rispetto a qualcosa che è andato storto. Come in «Lullaby», una ninnananna di materia (detriti, resti) fermati dal tempo.
L’opera di Berra non assorbe certamente questa tragicità. Anzi. Nelle opere dell’artista c’è malinconia, ma con una serenità continua e ritrovata nei contesti, dalla natura fino alle piccole case dove i soggetti trovano conforto. C’è la gioia dei colori. Sotto gli strati della materia che avvolge le opere si intravedono (o immaginano) le sottili linee di pittura, i verdi, gli azzurri, i rosa, le tracce grafiche unite alle parole a volte scritte dall’artista. Si percepiscono i soggetti, le storie, i paesaggi, le abitazioni, i pensieri, i movimenti che spaziano su tela o su carta. Ma, così disposti e presentati, sono in pausa. Sono memoria (quella dell’archivio) e sono futuro.
«Tu devi solo ascoltare. Solo sentirle quelle voci. E augurarti che non si stanchino mai di chiamarti». «Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio forse qualcosa potremmo capire» (Roberto Benigni ne «La voce della Luna», 1990 di Federico Fellini).