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Valeria Tassinari
Leggi i suoi articoliAvrebbe dovuto essere allestita a Milano, alla Rotonda della Besana, ma l’amministrazione pubblica all’ultimo momento non se la sentì, a differenza di quanto fece Franco Farina, allora direttore del Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che prese al volo l’occasione di aggiudicarsi la mostra «Ladies and Gentleman» di Andy Warhol, portando nella città estense il mito dell’avanguardia contemporanea internazionale. Perché a Ferrara l’artista arrivò davvero, anche in carne e ossa, trascorrendovi diversi giorni, sotto gli occhi della stampa e di Lola Bonora, direttrice del Centro Videoarte, che documentò la sua sempre performante presenza in un video, visibile in mostra.
Sono passati cinquant’anni da quel 1975 in cui l’artista scandalizzava e ammaliava con i suoi ritratti di travestiti, e sarebbe un bello spunto ragionare su quanto è davvero cambiato nell’opinione pubblica, adesso che Palazzo dei Diamanti torna ad accogliere, dal 19 marzo al 14 luglio, alcune delle più provocatorie serie warholiane, in una mostra che si propone di riportare il pubblico nell’atmosfera di quel periodo, ma anche di espandere la riflessione sul tema dell’identità, centrale allora, quando a scriverne era Pierpaolo Pasolini, ma non meno attuale ora.
Ideata e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, con il sostegno dell’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, la mostra «Andy Warhol. Ladies and Gentlemen» propone, infatti, un’eccezionale selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da importanti collezioni e musei, europei e americani.
Un progetto molto ampio, che, come ha sottolineato la curatrice Chiara Vorrasi, riporta opere mai più viste in Italia: «La peculiarità della mostra è che a Ferrara avremo soprattutto acrilici di “Ladies and Gentlemen”, di tutti i formati, non solo il portfolio di serigrafie esposto nelle mostre recenti. Ed è negli acrilici che si percepisce l’evoluzione del linguaggio warholiano: sovrappone strati di pittura, smargina, graffia la superficie con le dita. Un video girato alla Factory lo mostra all’opera del ritratto monumentale della Fondation Vuitton in prestito. Dal punto di vista dell’impatto con il pubblico abbiamo voluto letteralmente buttarlo dentro alla mostra del 1975, perché le due sale con cui inizia il nostro allestimento riproducono esattamente quello storico, che abbiamo ricostruito in base alla documentazione fotografica. Ma la mostra non vuole essere un semplice reenacment, una rievocazione, perché nelle sale successive andiamo oltre quell’evento, espandendo il tema e allargando lo sguardo al modo in cui Warhol ha affrontato il problema dell’identità, anche attraverso altri ritratti e autoritratti».
Il progetto espositivo punta sulla selezione di opere nelle quali il ritorno alla pittura dell’autore coincideva con la scelta di discostarsi temporaneamente dalle icone dello star system, per indagare l’anonimato nel mondo queer afroamericano, una scelta nata da una volontà di riflettere sull’autorappresentazione e sulla libertà di identificazione attraverso la costruzione di identità fluide e autodeterminate, giocate in campo aperto. Un percorso di analisi della società in cui ancora una volta Warhol ha dimostrato la propria capacità di anticipare i tempi, intuendo le premesse di quelli che, ben più tardi, sarebbero stati definiti come punti fermi dai cultural studies. Un’intuizione mossa dalla profonda risonanza interiore di quelle tematiche, che ce lo mostra come un acutissimo e persino preveggente interprete della società; proprio come seppe fare rispetto ai temi della rilevanza dei media e della ricerca della celebrità, con la trasmissione «Fifteen Minutes» (il programma televisivo da lui ideato e realizzato per Mtv) che, non a caso, in questa mostra è trasmessa sui monitor come chiusura dell’allestimento. Per il pubblico si tratta di un viaggio nello specchio, anzi, attraverso molteplici specchi, per espandere l’esperienza e cogliere il valore profondamente umano della narrazione del sé, inseguendone lo sviluppo nel percorso warholiano anche attraverso le sue opere successive, dai ritratti di icone pop come Mick Jagger e Grace Jones, fino ai numerosi autoritratti con cui l’artista reiterava la propria ossessione di essere il proprio sogno, e non solo il proprio segno.