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Ayoung Kim, «Delivery Dancer’s Arc: Inverse», 2024, fotogramma del video ad alta definizione

© Courtesy del MoMA PS1. Foto: Roz Akin

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Ayoung Kim, «Delivery Dancer’s Arc: Inverse», 2024, fotogramma del video ad alta definizione

© Courtesy del MoMA PS1. Foto: Roz Akin

La vita umana ha ancora la possibilità di restare pienamente umana? Una riflessione a partire dalla trilogia di Ayoung Kim

Il curioso caso di CCB • I tre film che l’artista coreana definisce «pandemic fiction» funzionano piuttosto come una profezia sociale

Carolyn Christov-Bakargiev

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La «Delivery Dancer Codex» trilogy di Ayoung Kim, in mostra a New York al MoMA PS1 (fino al 16 marzo), si dispiega come un cinema speculativo cresciuto direttamente dalle infrastrutture del presente. Costruite attraverso l’Intelligenza Artificiale generativa, motori di videogiochi e riprese live-action, le opere sembrano tecnologicamente complesse, eppure l’esperienza della visione è sorprendentemente tradizionale. 

Ho visto i primi due episodi a Seul nel 2025: schermi giganteschi, piattaforme inclinate sotto i piedi, moquette che invitava il corpo ad adagiarsi. Gli spettatori erano sdraiati come in un planetario o in un ambiente di expanded cinema degli anni Settanta, abbandonati alla durata dell’immagine in movimento. Nonostante la loro costruzione algoritmica, questi restano film durativi, immersivi e narrativi. Kim li definisce «pandemic fiction», ma funzionano piuttosto come una profezia sociale. Le protagoniste, le corriere En Storm ed Ernst Mo, nomi che si ricompongono in «monster», attraversano paesaggi logistici plasmati da app, flussi di dati e catene di approvvigionamento planetarie. Kim isola con chiarezza inquietante un nuovo archetipo del lavoro: il corriere mediato dalle piattaforme come lavoratore paradigmatico del XXI secolo. È ipervisibile nelle interfacce di tracciamento ma socialmente invisibile, sempre in movimento ma senza appartenenza, ottimizzata da sistemi che misurano ogni secondo. La trilogia rende questa figura meno un individuo che un nodo in una rete: la vita umana appiattita in funzione di consegna. 

Guardando le opere, la «rider» appare come il prototipo di una condizione più ampia. La precarietà del lavoratore della gig economy, un tempo eccezionale, sembra diventare il modello stesso dell’esistenza sotto il capitalismo delle piattaforme: disponibilità perpetua, autosorveglianza, valutazioni come destino. Gli ambienti di Kim, in parte mondo videoludico, in parte strada documentaria, in parte allucinazione IA, suggeriscono un futuro in cui lo spazio per una vita umana non quantificata continua a ridursi. La città diventa interfaccia e il corpo diventa dispositivo.

Questa visione risuona in modo inquietante con il discorso contemporaneo sull’IA. Online, figure come Saoud Rizwan parlano del desiderio di sottrarsi del tutto alle strutture sociali esistenti, immaginando un ritiro nella poesia o una distanza da sistemi che riducono la vita a metriche di produttività. La fantasia della scomparsa appare come una delle ultime forme di resistenza immaginabili. Allo stesso tempo, tecnologi come Matt Shumer mettono pubblicamente in guardia sul fatto che i sistemi dell’IA stanno avanzando a una velocità che supera la capacità sociale e politica di risposta. Aziende come Anthropic mettono in primo piano la supervisione etica, incarnata da figure come la filosofa Amanda Askell, il cui ruolo è insegnare ai modelli linguistici di grandi dimensioni a ragionare moralmente. L’immagine è quasi allegorica: una filosofa posta come coscienza della macchina. 

C’è qualcosa di profondamente perturbante in questa configurazione. La riflessione etica, storicamente lenta, collettiva e radicata nelle relazioni sociali vissute, viene trasferita all’interno di sistemi tecnici aziendali e condensata in ruoli che appaiono umanistici pur operando dentro strutture di potere immense. L’effetto non è del tutto rassicurante. Suggerisce un mondo in cui la «moralità» diventa una funzione ingegnerizzata nell’IA, mentre le condizioni della vita umana al di fuori del sistema si fanno più dure, più automatizzate, più sacrificabili. In questo senso, le rider di Kim e la filosofa all’interno dell’azienda di IA appartengono allo stesso paesaggio. Una lavora al margine ipervisibile del commercio delle piattaforme; l’altra ne occupa l’interno, incaricata di modellare i valori della macchina. Entrambe le figure rivelano quanto profondamente etica, lavoro e persona si siano trasferiti nelle infrastrutture tecnologiche. La domanda inquietante che la trilogia di Kim ci lascia non è se le macchine possano essere morali, ma se la vita umana, riorganizzata attorno a sistemi di ottimizzazione, abbia ancora la possibilità di restare pienamente umana.

Questo testo è stato sviluppato attraverso un dialogo iterativo con sistemi di IA, riflettendo l’autorialità intrecciata e la mediazione tecnologica che modellano il mondo che descrive

Carolyn Christov-Bakargiev, 31 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

La vita umana ha ancora la possibilità di restare pienamente umana? Una riflessione a partire dalla trilogia di Ayoung Kim | Carolyn Christov-Bakargiev

La vita umana ha ancora la possibilità di restare pienamente umana? Una riflessione a partire dalla trilogia di Ayoung Kim | Carolyn Christov-Bakargiev