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Biennale Matter of Art 2026, Galleria Nazionale di Praga

© Katarína Hudačinová

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Biennale Matter of Art 2026, Galleria Nazionale di Praga

© Katarína Hudačinová

La quarta Biennale Matter of Art: dalla sfera intima all’immaginazione politica

«Necessary Wishes» si espande in due città e tre sedi: la Galleria Nazionale di Praga-Palazzo della Fiera, il Centro d’Arte Tusculum di Praga e GAMPA-Galleria Civica di Pardubice

Giulia Menegale

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La quarta edizione della Biennale Matter of Art (fino al 13 settembre) prende forma in un momento storico segnato da una particolare crisi del modello «biennale». L’abbiamo visto qualche mese fa durante l’inaugurazione della Biennale di Venezia, un’apertura segnata dall’interruzione di alcuni dei rituali fondamentali che la costituiscono: dall’assegnazione dei premi da parte di una giuria prescelta alla sottrazione, seppur temporanea, di alcune opere allo sguardo del pubblico. E, anche se qualcuno potrebbe giustamente sostenere che esistono «biennali e biennali», e che pertanto tra Matter of Art e altre biennali dalla storia più consolidata vi sia ben poco in comune, è anche possibile sostenere che, a differenza del dibattito emerso agli inizi degli anni Duemila, ciò che viene interrogato oggi non è soltanto il modello espositivo in sé, ma soprattutto il ruolo che l’arte può e deve assumere al suo interno. In questo senso, la quarta edizione di Matter of Art, intitolata e curata da un trio curatoriale formatosi per l’occasione composto da František Fekete, Jakub Gawkowski e Jaroslava Tomanová, offre un pensiero critico su ciò che può essere una biennale del nostro tempo: un contesto globale segnato da guerre, genocidi e invasioni di ampia scala, migrazioni e, più in generale, profonde trasformazioni dell’attuale ordine geopolitico.

«Necessary Wishes» si espande attraverso due città e tre sedi. L’aspetto espositivo della biennale si concentra tra il Palazzo della Fiera della Galleria Nazionale di Praga, che ospita principalmente opere di artisti emergenti e nuove commissioni, e GAMPA, la galleria municipale di Pardubice, a circa un’ora di treno dalla capitale, dove vengono presentati soprattutto lavori di carattere storico realizzati da artisti attivi tra il secondo dopoguerra e la prima decade del nuovo millennio, tra cui il romeno Ștefan Bertalan, la polacca Margaret Raspé e l’ucraino Fedir Tetyanych. A queste sedi si aggiunge infine il complesso noto come Tusculum Art Centre Prague, che offre uno degli spazi all’interno dei quali l’autorialità curatoriale è stata efficacemente condivisa e, almeno in parte, delegata a collettivi esterni al gruppo curatoriale, con la volontà di rafforzare collaborazioni tra Matter of Art e la scena indipendente praghese, i cui effetti possano permanere ben al di là del contesto, sia spazialmente sia temporalmente limitato, della biennale stessa.

È in questo contesto che si inserisce la collaborazione tra The StonyTellers Collective e lo studio di architettura dreiS per la realizzazione di un giardino urbano presso il complesso Tusculum; ma anche la creazione di un vero e proprio spazio autogestito, rinominato The Tent (La Tenda), parte del percorso espositivo ospitato presso la Galleria Nazionale e affidato al collettivo Kroužek Intersekce, che ne coordina l’utilizzo secondo regole e principi collettivamente predefiniti, estendendo l’accesso a chi interessato. Analogamente, la collaborazione con la radio comunitaria Shella Radio ha ampliato le possibilità di partecipazione e di produzione condivisa di contenuti, così come il coinvolgimento di Fůd, collettivo editoriale al quale la biennale ha affidato la realizzazione di una zine da considerarsi come il catalogo stesso della mostra

Installazione di Jan Durina, Praga, Biennale of the Matter of Art. Foto di Jonáš Verešpej

 

Il carattere aperto e potenzialmente astratto del tema della biennale, «Necessary Wishes», fa pensare che esso sia stato scelto proprio per accogliere modi differenti di intendere la curatela, da approcci maggiormente orientati all’impegno sociale ad altri che fondano la propria ricerca su un’analisi storica dell’opera d’arte stessa. Presso la Galleria Nazionale, tuttavia, alcune opere forniscono le coordinate chiave per comprendere come i curatori, invitati a dialogare tra loro a partire dal loro insieme di esperienze e formazioni diverse, abbiano assolto a un compito tanto impegnativo quanto ambizioso: chiedersi quali definizioni di arte siano ancora valide e quali funzione l’arte stessa possa avere nel tempo presente.

Nell’installazione video «Here For Now» (2026), una delle sei nuove commissioni sostenute dalla biennale Matter of Art e affidata ai giovani artisti libanesi Zaher Jureidini e Leila Basma, si susseguono immagini provenienti dai loro archivi personali alternate a testimonianze di migrazione raccolte presso persone provenienti dalla comunità Swana e oggi ricollocati a Praga. Quest’opera, insieme ad altri lavori, come il film-documentario commissionato dalla biennale all’artista palestinese Noor Abed, المتجاوزون (We Walk in Our Sleep) (2026), dedicato ai rituali collettivi e alle tradizioni folkloristiche che sostengono la resistenza culturale del popolo palestinese, e le opere dell’artista siriana Huda Takriti, tra cui i collage digitali stampati su tessuto «Revisitation Act One» (2024) and «Four» (2024), accompagnati dall’installazione video a due canali «On Another Note» (2024), incentrata sulla storia della nonna dell’artista, a sua volta artista e rifugiata politica, costituiscono preziose testimonianze di come il mezzo filmico e le immagini in movimento vengano impiegati dagli artisti come strumenti di memoria e resistenza.

In altre opere, questa registrazione più o meno consapevole di eventi collettivi avviene in maniera retrospettiva. È il caso degli acquerelli dell’artista ucraino Davyd Chychkan, parte del progetto «With Ribbons and Flags» (2022-24), che raffigura anarchici e antifascisti impegnati nella difesa del proprio Paese. Apprendendo dal testo a parete del decesso dell’artista stesso, avvenuto mentre combatteva sul fronte ucraino nell’agosto del 2025, queste immagini rendono inconfutabile lo stato di «non eccezionalità» che l’arte subisce, ovvero il fatto che tanto gli artisti quanto le loro opere non si trovino al di fuori delle dinamiche sociali e politiche che attraversano il presente ma, al contrario, le assorbano e le incorporino nei modi più vari.

Un altro esempio è la bandiera palestinese che compare in una delle installazioni tessili parte dell’opera commissionata all’artista ceco-slovacco Adrián Kriška, «Where Even the Ravens Daren’t Go» (2026), un’opera di natura biografica con rimandi alla vita rurale che l’artista ha scelto di condurre con il compagno a Fuerteventura. La dichiarazione collaterale che sembra scaturire da quest’opera è che nemmeno in un luogo potenzialmente remoto, e dove vi è un’evidente ricerca di distacco e focalizzazione su una dimensione intima e privata dell’individuo, sia possibile rimanere immuni a ciò che accade al di fuori di noi, come artisti, curatori o semplicemente come cittadini, al di là dello Stato al quale decidiamo di appartenere.

Altre opere in mostra alla Galleria Nazionale manifestano una sensibilità più esplicitamente riconducibile a contesti legati alla cultura queer e Lgbtqia+. Tra queste forme di espressione è possibile far rientrare il dialogo creato tra l’opera del fotografo tedesco Jürgen Baldiga (1959-93), intitolata «Self-Portrait (with clown noses)» (1992), e la serie «Warmth That Only Fire Can Give - A Portrait Series» realizzata dall’amico Aron Neubert, il quale, su richiesta dello stesso Baldiga, lo ritrae nei suoi ultimi anni di vita, segnati dall’Aids e da una lotta attivista volta a contrastare in Germania lo stigma sociale relativo alla diffusione del virus Hiv. Queste opere fanno parte di una conversazione corale e intergenerazionale particolarmente presente in quest’edizione della biennale, dove lavori realizzati tra il secondo dopoguerra e gli inizi degli anni Novanta vengono riattualizzati, spesso affiancandoli ad artisti che hanno affrontato tematiche affini in tempi più recenti, fornendo così uno spaccato non solo sincronico ma anche diacronico dell’arte come necessità articolato nella biennale.

Una delle nuove commissioni, esposta vicino agli scatti di Baldiga e Neubert, riguarda l’opera di Aliza Orlan, «Internal Affairs» (2026), in cui sculture in papier-mâché condividono lo spazio della mostra con confezioni aperte di farmaci ormonali e con due grandi disegni a matita. Attraverso l’accostamento di questi elementi, l’opera costruisce una narrazione mitopoietica dell’esperienza di transizione dell’artista, enfatizzandone gli aspetti spirituali e mistici. Oppure l’opera del fotografo e performer Jan Durina, che ha presentato alcuni ritratti della serie fotografica «After You Left» (2026), nella quale registra in maniera poetica lo stato di malessere e abbandono lasciato dalla conclusione di una precedente relazione omoerotica, affiancando alle fotografie alcuni costumi utilizzati dall’artista in alcune delle sue performance passate.

Considerata nel suo insieme, e attraverso i tre siti che ne hanno ospitato l’edizione, ciò che è possibile apprezzare maggiormente di «Necessary Wishes» è la capacità curatoriale di mettere in relazione la dimensione individuale e quella collettiva, accompagnando visitatori e visitatrici in un continuo movimento di trapasso e metamorfosi tra la sfera intima e quella pubblica. In questo senso, la quarta edizione della Biennale Matter of Art reinietta senso e credibilità nel formato biennale, mostrando come le aspirazioni private possano costituire la materia stessa dell’immaginazione politica e, al contempo, come le questioni collettive possano essere restituite alla loro dimensione vissuta, affettiva ed esperienziale attraverso i linguaggi dell’arte.

Margaret Raspé, «Kontinuum II», 1995 – 2024, Praga, Biennale of the Matter of Art. Foto di Jonáš Verešpej

Giulia Menegale, 05 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

La quarta Biennale Matter of Art: dalla sfera intima all’immaginazione politica | Giulia Menegale

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