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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoli42 storie per 42 artiste. Il lungo processo di emancipazione di pittrici e scultrici vissute a cavallo tra Otto e Novecento e la rivendicazione di un ruolo professionale indipendente, non più limitato a quello personale e privato di mogli, figlie o amanti, sono all’origine della mostra «Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna», curata da Massimo Bertozzi e allestita dal 27 giugno al 25 ottobre nell’elegante Palazzo Cucchiari a Carrara. Bertozzi ha selezionato 131 opere con «la volontà di richiamare l’attenzione sul “peso” dei rapporti familiari nella formazione e poi nell’affermazione delle artiste italiane, a fronte del cambiamento della loro condizione sociale e artistica». Impostato cronologicamente, il progetto non si struttura per sezioni, pur presentando interessanti focus come quelli dedicati alle scuole di Giacomo Balla e Felice Casorati, che rispettivamente a Roma e Torino accolsero anche artiste e divennero esemplari l’una dell’evoluzione dell’arte italiana dal Divisionismo al Futurismo fino al «ritorno all’ordine», l’altra della resistenza al Fascismo. Tra le personalità di maggiore rilievo che la mostra propone spicca invece la pittrice e scultrice Antonietta Raphael, moglie di Mario Mafai, che con Scipione (Gino Bonichi) fondò la Scuola romana. Dell’artista definita da Cesare Brandi «l’unica scultrice italiana» Palazzo Cucchiari espone una delle opere più famose, «Mario nello studio (Omaggio a Mafai)», dipinta nel 1966 e proveniente dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, che ritrae al lavoro quel marito che pure Raphael lasciò proprio per i continui, sfiancanti tradimenti soprattutto con le modelle.
Il grande mosaico composto da Bertozzi si avvale di importanti prestiti provenienti da collezioni pubbliche e private come quelle di Quirinale, Camera dei deputati, Banca d’Italia, Gallerie degli Uffizi, Galleria Sabauda di Torino e Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano. Si muove, ad esempio, per la prima volta dalla villa di famiglia di Fiesole, tuttora appartenente agli eredi, la celebre scultura di Amalia Dupré «Giotto Fanciullo» (1862), che l’appena ventenne scultrice presentò insieme a opere del padre all’Esposizione Universale di Parigi del 1867. «Nell’Ottocento la formazione artistica delle donne è sempre dovuta alla famiglia, sia essa di artisti o una famiglia importante che può permettersi di pagare il maestro, afferma Bertozzi. Le donne infatti non vengono ammesse nelle scuole pubbliche, e anche se diventano facilmente professoresse di disegno, faticano a farsi riconoscere come professioniste, con la possibilità quindi di esporre e vendere. La mostra inizia nell’Italia del Risorgimento, presentando le sorelle pittrici milanesi Fulvia e Antonietta Bisi, per la cui formazione gioca un ruolo nevralgico la madre artista e “carbonara” Ernesta Legnani, vicina alla principessa Cristina di Belgiojoso. Un secolo dopo si arriva a situazioni in cui le artiste incontrano i loro compagni all’Accademia, scelgono la stessa carriera e possono anche non sposarsi, scegliendo di vivere in modi diversi. Il legame familiare rimane importante, ma non cosituisce più un limite come all’inizio dell’Ottocento. Questo perché cambia la condizione della donna nella società, il ruolo della famiglia e i legami che ne derivano. In una parola, cambia l’Italia. Il concetto di parità cui allude il sottotitolo è del resto anche economico, perché, lo ripeto, il percorso più difficile per queste donne è stato diventare professioniste e mantenersi con il proprio lavoro».
Quali sono i casi più significativi?
Una vera pioniera è stata l’artista torinese Evangelina Alciati, che nonostante fosse compagna di vita del pittore Boccalatte e avessero già avuto anche un figlio, decide di non sacrificare la sua carriera e quindi parte, partecipa alle Secessioni romane e quando torna in Piemonte alleva suo figlio senza avere più rapporti con quello che sarebbe dovuto diventare suo marito. Ma il caso più eclatante rimane forse quello di Antonietta Raphael, che pur rompendo il matrimonio con Mario Mafai non interromperà mai il sodalizio artistico. Questa d’altronde è una mostra che parla di ugualianza, ma anche molto di differenze. Ognuna di queste donne si libera infatti a modo suo. Alcune sono sfortunatissime, come la nipote di Margherita Sarfatti, Paola Consolo, che viene avviata all’arte giovanissima e ottiene importanti riconoscimenti da Medardo Rosso e Achille Funi, partecipando al movimento del Novecento e alla Biennale di Venezia, ma muore di parto a soli 25 anni.
Affrontando un tema così particolare, quali aspetti ha trovato più interessanti?
Un tema che mi sta particolarmente a cuore è come le donne negli anni Trenta abbiano saputo approfittare molto più dei loro colleghi uomini del clima di maggiore (e forse apparente) disinteresse dimostrato per l’arte da Mussolini, ormai saldamente a capo del fascismo e dunque non più alla ricerca del consenso. Come accade con l’architettura, negli anni Venti ancora molto «ingessata» negli stilemi piacentiniani ma via via sempre più libera di accostarsi al Razionalismo, così le donne si allontanano dall’arte «muscolare», dall’arte di guerra fascista, per affrontare temi completamente diversi. Ne è prova l’artista e scenografa Caterina Castellucci, che inizia addirittura a firmarsi con il nome straniero, e quindi «nemico», di Katy.
Evangelina Alciati, «Ritratto di Fiorenza Boccalatte», 1935, Torino, Pinacoteca dell’Accademia Albertina