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Allestimento della mostra «Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila»

Foto Roberto Marossi. Courtesy di MaXXi

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Allestimento della mostra «Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila»

Foto Roberto Marossi. Courtesy di MaXXi

La mostra su Fabio Mauri all'Aquila mette a nudo il visitatore di fronte alla storia

Dal 26 settembre al 24 gennaio Palazzo Ardinghelli, sede del MaXXi, ospita un progetto a cura di Maurizio Cattelan e Marta Papini dedicato a una delle figure più radicali del secondo Novecento

Samantha De Martin

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«Sono un artista e non posso ignorare il dolore del mondo» diceva un diciannovenne Fabio Mauri. Con la fine della guerra e l'arrivo in Italia delle prime immagini dei campi di concentramento, insieme alla certezza che gli amici ebrei della famiglia non sarebbero mai tornati, Fabio aveva smesso di dipingere e di scrivere, consapevole che niente sarebbe mai più stato lo stesso. Da quel momento la sua missione fu quella di indagare su come tutto ciò fosse potuto accadere nell'Europa moderna, sotto gli occhi di tutti. È proprio questa spiazzante complicità del mondo a chiamare in causa e ad attivare la partecipazione emotiva del visitatore che varca il portone di Palazzo Ardinghelli, sede del MaXXi-Museo nazionale delle arti del XXI secolo dell'Aquila in occasione della mostra dedicata all’artista, scrittore e intellettuale tra le figure più radicali del secondo Novecento, a cento anni dalla nascita.

«Spero che questa mostra sia trasformativa» è l’auspicio di Marta Papini, curatrice assieme a Maurizio Cattelan di «Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila», il progetto promosso dal Comune e realizzato dal MaXXi, visitabile fino al 24 gennaio, tra gli eventi più attesi nell’ambito dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Una riflessione inquietante che esorta il visitatore a confrontarsi con le ambiguità, le rimozioni e gli oblii della storia. Oltre a rendere omaggio all’artista, a partire dal legame che Mauri ha costruito con la città e i con suoi abitanti dal 1979 al 1999, mentre insegnava Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti, la mostra attraversa alcuni dei temi fondamentali della sua ricerca, dal fascino delle ideologie ai meccanismi della propaganda, dal potere delle immagini alla loro capacità di influenzare la coscienza individuale e collettiva. Opere, installazioni, fotografie chiamano in causa la responsabilità di chi produce le immagini, ma anche di chi le osserva.

Sebbene concepite tra i quaranta e i cinquant'anni fa, i lavori esposti affrontano temi attuali come la posizione ambigua e di confine dell’Europa, il rapporto tra arte e politica, la memoria e le rimozioni delle atrocità della guerra, il fascino fatale dell’ideologia fascista. «Il titolo, spiega Marta Papini, è un gioco di parole, incentrato sul nome della città e sul fatto che Fabio Mauri si sia occupato del ventennio dell’ideologia nazifascista per tutta la sua vita». Come spiega la curatrice, «il percorso si sviluppa sotto forma di cerchi concentrici». Nel cerchio più piccolo, affacciato sulla corte interna, «Io sono un ariano» pubblicato nel 2009, anno della morte di Mauri da Edizioni Volume, l’ultimo progetto editoriale dell’artista diventa una sorta di partitura autobiografica, un diario di sole immagini che crea una linea temporale che racconta la vita e le opere di Mauri. La disposizione dei lavori non segue un ordine cronologico o filologico, ma si sviluppa come una sequenza di immagini costruita attraverso associazioni visive, risonanze e contrasti. La posizione ambigua e di confine dell'Europa, luogo «non più di idillio che di sterminio, perfettamente idonea a entrambi», nelle parole dell'artista, si percepisce in opere iconiche come «Muro d’Europa / La barca», una barca sezionata a metà e divisa da un muro di mattoni (1979), mentre la ricerca sull’immagine e sullo schermo come strumenti di potere e persuasione trova spazio nell’installazione ambientale «Interno/Esterno» (1990) o di fronte ai disegni mai esposti in vita, «Apocalisse» e «Scorticati», che preconizzano l’arrivo dei social media.

La figura di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda della Germania nazista, è confinata nella solitudine di un piccolo bronzo al centro di «Entartete Kunst» (1985). In un crescendo di inquietudine e condivisione, il pubblico percepisce di essere in una situazione scomoda fino a ritrovarsi testimone e complice degli orrori della storia. Accade di fronte alle quindici litografie di «Manipolazione di cultura» (1976), ma soprattutto entrando nella sezione immersiva che ripropone l’allestimento della serie «Arierwiege» (1995). Qui gli arredi e gli oggetti quotidiani marchiati «ariani» svelano l’assurdità del dispositivo ideologico e razziale. Ci si aggira nel regno del borghese che tutela solo i propri interessi. L’abito “per bene” sul servo muto, le valigie, le cappelliere diventano testimoni di tradizionale appartenenza a una comunità che si nutre dei propri pregiudizi. «In questo caso, prosegue Papini, ci siamo presi una libertà curatoriale, ed è importante dire che questa non è un’opera di Fabio Mauri, ma un intervento mio e di Maurizio Cattelan. Probabilmente non avrei potuto farlo come curatrice, ma avendo accanto un artista ci siamo potuti prendere una libertà in più. Di vero c’è che Fabio Mauri aveva realizzato “Arierwiege” per esporla in una casa. Tutti gli oggetti sono parte dell’opera che Mauri aveva installato in questa casa. L’allestimento è molto carico proprio perché ci piaceva l’idea di rendere pericoloso, respingente un ambiente domestico da cui si vorrebbe scappare». Si prosegue con «Piccolo Cinema» (2007), «Picnic o Il buon soldato» (1998), «Studenti» (1992), opera strettamente connessa all’attività didattica dell’artista, «Piccola atomica» (1998). E poi con i disegni mai presentati durante la vita dell’artista, «Apocalisse» e «Scorticati», mentre gli zerbini di grandi dimensioni con frasi intagliate, realizzati da Fabio Mauri nel 2009 a poche settimane dalla morte, invitano gli ospiti di Palazzo Ardinghelli a camminarci sopra, a consumarli, farli sparire. Oggetto liminale, lo zerbino diventa il varco di una soglia e, come lo schermo, membrana tra due mondi, portatore di contenuti che si plasmano nell’interazione con lo spettatore.

In mostra c’è anche uno spazio di performance, «esercizi spirituali» come li definiva Mauri, immersioni nel male in cui il pubblico non assiste ma partecipa. «Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst von Hussel di passaggio per Roma» (1971) è stata riproposta in occasione dell’inaugurazione della mostra, dopo quasi trent’anni. «Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo» (1989), presentata l’ultima volta nel 2012, sarà invece riproposta al MaXXi L’Aquila a dicembre prossimo all’interno di una sala con un grande tavolo quadrangolare che farà da palco dell'azione esortando il pubblico a prendere parte a un banchetto a base di würstel, crauti e birra, mentre una performer con il megafono in mano tradurrà in italiano i dialoghi recitati in tedesco. «Per quanto riguarda “Che cosa è il fascismo”, spiega Papini, erano anni che volevo riportarla in scena e questa è stata l’occasione perfetta. È inquietante come durante il tempo della performance si normalizzino simboli e azioni che dovremmo condannare dal primo minuto e che invece, piano piano, nell’ora di performance si insinuano senza che noi siamo più in grado di giudicarli. Si tratta di un’altra indagine fatta da Mauri su come sia stato possibile che il nazifascismo sia andato al potere con la complicità di tutti».

Perché Mauri è un artista attuale? «Perché già vedeva la tv e lo schermo come medium per la propaganda. Però è anche riuscito a vedere oltre quello che avveniva in lui, nella sua storia e biografia. Ha visto l’arrivo degli schermi nella tasca di ognuno e quindi una propaganda che ognuno può fare per se stesso. Ha preconizzato la pervasività di messaggi che ci inquinano continuamente». Come sottolinea Maria Emanuela Bruni, presidente della Fondazione MaXXi, «celebrare il centenario di Mauri non significa costruire un momento immobile , ma rimettere in circolo un pensiero capace di parlare alle generazioni, riattivando la coscienza. Le due storiche performance riattivano il nucleo più urgente della ricerca di Mauri: riconoscere l’ideologia nelle sue forme più persuasive e interrogare la cultura quando non riesce a opporsi alla violenza della storia».

 

 

Samantha De Martin, 27 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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