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Selma Selman

Credits Vanesa Miteva.

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Selma Selman

Credits Vanesa Miteva.

La guerra non finisce con la pace. Le mille Lacrime di Selma Selman a Bergamo

La GAMeC ospita «1000 Tears», prima personale italiana di Selma Selman, in cui memoria individuale e storia collettiva si intrecciano attraverso fotografia, video e opere su materiali di recupero. La mostra sviluppa un percorso tra guerra, ricordo e trasformazione dell’immagine

 

Redazione GdA

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Selma Selman lavora in un territorio in cui la memoria non è mai stabile e la biografia non coincide con il racconto lineare di una vita. Le sue opere nascono per stratificazione. Prendono forma a partire da immagini familiari, materiali di recupero, frammenti di linguaggio e scene provenienti da una storia collettiva segnata dalla guerra e dalle sue conseguenze. In questo intreccio, ciò che è personale non resta confinato all’autobiografia. Si sposta invece verso una dimensione condivisa, dove la rappresentazione si costruisce attraverso ritorni, variazioni e scarti.

A questa poetica è dedicata «1000 Tears», la prima mostra personale dell’artista in un’istituzione italiana. L’esposizione è presentata dalla GAMeC di Bergamo dal 1° ottobre 2026 al 24 gennaio 2027 nello Spazio Zero, all’interno del programma Pedagogia della Speranza.

Il punto di partenza del progetto è una fotografia realizzata durante la guerra in Bosnia-Erzegovina. L’immagine ritrae Selman da bambina insieme ad alcuni membri della sua famiglia. La fotografia non viene assunta come un documento chiuso, ma come l’origine di un movimento. L’artista torna su quelle presenze, le reincontra, raccoglie testimonianze e lascia che il tempo riapra ciò che l’immagine aveva fissato. Il lavoro si sviluppa così come un attraversamento continuo tra ciò che è stato e ciò che continua a prodursi nella memoria.

Da questo processo prende forma un insieme di opere grafiche costruite attorno a elementi minimi e ricorrenti. Le mani occupano una posizione centrale. Entrano in relazione tra loro, si stringono, proteggono e trattengono. In altri casi si caricano di una tensione opposta, quando impugnano un’arma. Il gesto diventa così una struttura narrativa autonoma, capace di condensare relazioni, conflitti e legami senza ricorrere a una rappresentazione esplicita della scena.

All’interno del percorso espositivo trova spazio anche un nuovo estratto di «* Crossing the Blue Bridge *» (2024). Il film riprende un episodio dell’infanzia dell’artista durante la guerra in Bosnia. Il racconto si concentra sull’attraversamento del ponte di Bihać durante un cessate il fuoco. È un momento in cui la percezione del luogo risulta alterata dalla presenza della morte e dalla difficoltà stessa del vedere. Nel film realizzato successivamente, quel passaggio viene rielaborato attraverso il gesto del ritorno. Selman percorre nuovamente lo stesso spazio trent’anni dopo, sovrapponendo tempi diversi all’interno della stessa immagine. La sequenza presentata in mostra mantiene sempre il volto dell’artista fuori campo. La figura si muove di spalle, mentre lo sguardo dello spettatore resta sospeso tra ciò che viene evocato e ciò che rimane sottratto alla visione.

La questione della materia attraversa in modo altrettanto decisivo le opere pittoriche su metallo. Le superfici utilizzate provengono spesso da materiali di recupero. Conservano tracce del loro uso precedente: graffi, ammaccature e segni di lavorazione industriale. Questi supporti non vengono ripuliti o neutralizzati. Restano nella loro condizione originaria e diventano parte attiva della costruzione dell’immagine. Su di essi si depositano figure e volti che si confrontano con una superficie già segnata. La memoria del materiale entra così in relazione con la memoria delle immagini.

Il percorso si completa con «Letters to Omer», progetto avviato nel 2021 e costruito attraverso una serie di lettere indirizzate a un interlocutore immaginario. I testi attraversano registri differenti, dalla riflessione personale alla dimensione narrativa. Vengono poi tradotti in forme espositive eterogenee, tra cui scrittura, installazione, pittura su metallo, performance e suono. Per la GAMeC, le lettere sono presentate come elementi mobili nello spazio dello Spazio Zero. Sono disponibili alla circolazione e alla presa diretta da parte del pubblico, che ne diventa parte attiva nel momento stesso in cui le raccoglie.

Nel loro insieme, le opere in mostra costruiscono un campo di tensione tra memoria individuale e storia collettiva, tra visibilità e sottrazione, tra permanenza e trasformazione. In questo spazio, la genealogia femminile, la storia rom e le pratiche di narrazione alternativa diventano strumenti di lavoro che attraversano l’intera pratica dell’artista. Mantengono aperta la possibilità di riscrivere ciò che viene ricordato e il modo in cui viene guardato. In parallelo alla produzione artistica, il progetto «Get the Heck to School», avviato da Selman nel 2017, prosegue come iniziativa di supporto all’accesso all’istruzione per le ragazze rom nella sua città natale. Il progetto estende il lavoro dell’artista oltre lo spazio espositivo e mantiene una continuità tra ricerca e azione.

Redazione GdA, 27 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

La guerra non finisce con la pace. Le mille Lacrime di Selma Selman a Bergamo | Redazione GdA

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