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Ali Jadallah, «Lif persists amid the ruins»

© Siena Awards Photo Festival 2026

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Ali Jadallah, «Lif persists amid the ruins»

© Siena Awards Photo Festival 2026

La XII edizione del Siena Awards Photo Festival interroga il ruolo delle immagini nel raccontare il nostro tempo

Il direttore artistico Luca Venturi e alcuni fotografi protagonisti delle mostre aperte dal 10 ottobre al 29 novembre spiegano qual è l’obiettivo dell’edizione 2026, tra testimonianza, responsabilità e costruzione della memoria

Rischa Paterlini

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Il 10 ottobre prende il via la XII edizione del Siena Awards Photo Festival (fino al 29 novembre), una manifestazione diffusa che attraversa i vicoli, le piazze e i luoghi storici del centro di Siena, estendendosi anche ai borghi di Castelnuovo Berardenga e Sovicille. Attraverso lo sguardo della fotografia, il festival porta al centro del dibattito guerre, memoria, crisi ambientali e disuguaglianze, interrogandosi sul ruolo delle immagini nel raccontare il nostro tempo. Per approfondire i temi e le prospettive di quest’edizione, abbiamo raccolto le voci del direttore artistico Luca Venturi e di alcuni dei fotografi protagonisti delle mostre. «Il Festival nasce e cresce cercando di mantenere intatti i valori e l’identità che l’hanno caratterizzato fin dall'inizio: fare di Siena un crocevia internazionale della fotografia, un luogo capace di accogliere fotografi provenienti da tutto il mondo e farli sentire parte di un progetto condiviso e partecipato, nel quale possano essere protagonisti insieme agli organizzatori e al pubblico, spiega Venturi. In questi dodici anni sono passati da Siena alcuni dei più grandi nomi della fotografia internazionale, da William Albert Allard ad Ami Vitale, da Steve McCurry a James Nachtwey, da Bria Skerry a Pascal Maitre e Muhammed Muheisen, solo per citarne alcuni».

A confermare la dimensione internazionale raggiunta dal progetto sono anche i numeri: per il 2026 sono arrivate oltre 40mila candidature da 163 Paesi ai tre concorsi promossi dalla manifestazione che attraversano il reportage e lo storytelling, la fotografia aerea e la ricerca più sperimentale e concettuale. «Il filo conduttore che guida le nostre scelte è quindi proprio la libertà del linguaggio fotografico. Non vogliamo imporre un’unica idea di fotografia contemporanea, ma mostrare quanto sia ampio il suo universo espressivo e come ciascun linguaggio possa offrire una prospettiva diversa sulla realtà», continua Venturi. Una libertà che si traduce in progetti molto diversi tra loro. All’Accademia dei Rozzi, «Women’s Bodies as Battlefields» di Cinzia Canneri documenta le violenze subite dalle donne eritree e tigrine durante la guerra nel Tigray. «Violazioni indicibili perpetrate sui loro corpi, negate e disconosciute dal governo federale etiope e, più in generale, dalla comunità internazionale, afferma l’artista. Di fronte al silenzio e alla negazione, sono state le donne stesse a costruire una propria forma di testimonianza. Con carta e penna hanno registrato le violenze subite, indicando i luoghi in cui sono avvenute e, in alcuni casi, la loro ripetizione. Hanno creato una sorta di censimento del proprio dolore. Questo gesto ha un valore profondamente politico. Significa sottrarsi alla condizione di vittime passive per diventare testimoni attive della propria storia. Il mio lavoro fotografico si è unito alle azioni delle donne di queste storie per divenire uno spazio in cui la loro testimonianza potesse trovare forma, visibilità e possibilità di essere trasmessa».

Jasper Doest, «Floating with Bob». © Siena Awards Photo Festival 2026

La testimonianza assume una dimensione ancora diversa nel lavoro di Ali Jadallah, fotografo palestinese coinvolto nel progetto diffuso «Fractures-Between Two Silences»: «Per me, continuare a fotografare è un modo di testimoniare una realtà che non sto soltanto documentando, ma che vivo io stesso. Anche quando è doloroso ed estenuante, sento che continuare a fotografare significa rifiutare che queste vite e queste storie diventino soltanto numeri o statistiche». Dalla testimonianza del presente alla costruzione della memoria. Il progetto di Pierpaolo Mittica, «Chernobyl: Memory of a Disaster», ospitata negli spazi di Area Verde Camollia 85, arriva a quarant’anni dall’esplosione del reattore numero quattro della centrale nucleare. In oltre vent’anni Mittica ha seguito le trasformazioni di un territorio passato dall’isolamento al turismo, fino a diventare nuovamente zona militare con l’invasione russa dell’Ucraina. Nel frattempo, sono scomparse persone, comunità e storie da lui documentate e i suoi reportage sono diventati anche memoria di un mondo che non esiste più. «In tutti questi anni ho capito che la zona morta di Chernobyl è piena di vita, una vita da raccontare continuamente».

Testimonianza e responsabilità attraversano anche il lavoro di Carol Guzy, presentato all’ex distilleria Lo Stellino a Siena e che documenta i fermi dell’Ice: «Oggi più che mai i media rappresentano un tramite fondamentale per documentare gli effetti delle politiche sulle persone reali, in questo momento cruciale per l’America. Essere testimoni può essere emotivamente devastante, ma è assolutamente necessario. Alcune storie sono più grandi di noi. Questa è una di quelle». Ma che cosa accade quando l’enorme quantità di immagini a cui siamo esposti rischia di renderci indifferenti anche di fronte a quelle più drammatiche? È da questa assuefazione che prende le mosse «Parallel Universes» di Uğur Gallenkuş, presentato al Museo del Paesaggio di Castelnuovo Berardenga. Nei suoi collage digitali l’artista accosta fotografie provenienti da realtà opposte. «Le immagini che raccontano situazioni drammatiche — guerre, conflitti, migrazioni o crisi ecologiche — spesso non riescono più a toccarci perché né noi né le persone a noi vicine ne siamo direttamente coinvolti. Inconsciamente pensiamo che queste realtà non ci riguarderanno mai. Accostando due fotografie differenti, cerco di creare quella connessione che manca, stimolare una riflessione critica e accrescere la consapevolezza. L’empatia è il nostro imperativo più importante».

Dalla dimensione globale si passa infine alla storia di un singolo animale. Al Museo di Storia Naturale di Siena Jasper Doest presenta «Meet Bob», dedicato a un fenicottero caraibico salvato dopo un grave incidente a Curaçao e al rapporto con la veterinaria Odette Doest: «Per me, la storia di Bob è potente proprio perché è iniziata con un singolo animale. Quando impariamo a conoscere un animale come individuo, diventa molto più difficile ridurlo a una specie, a una popolazione o a una questione ambientale». Il racconto di Doest riporta la responsabilità a una dimensione individuale: attenzione, cura e riconoscimento dell’altro diventano il punto di partenza per interrogare il nostro rapporto con l’ambiente. A tenere insieme queste voci non è dunque un unico linguaggio, ma la possibilità di interrogare la realtà attraverso strumenti differenti. Una molteplicità che il festival porta anche fuori dalle sale espositive attraverso i Sipa Talks. «Un momento nel quale i protagonisti più importanti della fotografia hanno l’opportunità di raccontare i propri progetti, ma soprattutto di condividere con il pubblico ciò che normalmente non si vede: le difficoltà, le scelte, le sfide, gli errori e tutto il lavoro che esiste dietro una storia fotografica. È una sorta di backstage della fotografia, che permette al pubblico di comprendere quanto lavoro e quanta ricerca ci siano dietro un’immagine che spesso vediamo soltanto come risultato finale», conclude Venturi.

Uğur Gallenkuş, «Billowing Smoke, Bursting Bubbles». © Siena Awards Photo Festival 2026

Rischa Paterlini, 08 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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La XII edizione del Siena Awards Photo Festival interroga il ruolo delle immagini nel raccontare il nostro tempo | Rischa Paterlini

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