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Matteo Fochessati
Leggi i suoi articoliNon è certo scontato che un dipinto di soggetto religioso diventi, pur nell’ambito della dimensione devozionale, un’icona pop replicata in molteplici forme espressive e stilistiche: eppure ciò è accaduto con il dipinto «Quasi oliva speciosa in campis», che Nicolò Barabino realizzò nel 1887 per la Chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena, allora ancora comune autonomo del ponente genovese. La storia di quest’opera è ora raccontata, sino al 15 marzo, in una piccola ma preziosa mostra, curata da Lilli Ghio, Paola Martini, Caterina Olcese Spingardi e Sergio Rebora presso il Museo Diocesano di Genova (catalogo Sagep Editori). Ed è una vicenda molto interessante che, oltre ad attestare il forte legame di Barabino, pittore di rilievo nel panorama artistico italiano del secondo Ottocento, alla sua città di origine (Sampierdarena), mai dimenticata nonostante il trasferimento a Firenze, documenta anche l’enorme successo che tale dipinto riscosse.
Nell’elaborare tale opera Barabino attinse, oltre che da modelli dei maestri del passato e da più recenti esperienze pittoriche, dalle peculiari impostazioni iconografiche di due suoi precedenti dipinti: «Consolatrix Afflictorum» (1859), eseguito per la cappella dell’Ospedale San Paolo di Savona (ora presso la Pinacoteca della stessa città), e la «Madonna del Rosario con i santi Domenico e Caterina da Siena» (1874-75) per la basilica di Santa Maria Immacolata. La tela, che il pittore aveva originariamente dipinta per la chiesa sampierdarenese, a cui era affettivamente legato come conferma il dipinto in mostra «La domenica delle palme» (1886-88), fu tuttavia acquistato, in occasione della sua presentazione all’Esposizione Nazionale di Venezia del 1887, dal re Umberto I per la sua consorte, la regina Margherita, che la conservò nella propria camera da letto nella Villa Reale di Monza, ma di cui purtroppo si sono perse completamente le tracce dopo la Seconda guerra mondiale.
Barabino fu dunque costretto a realizzare una replica che, oltre a una ricca cornice con decori floreali, attribuita ad Achille De Lorenzi e su cui campeggiava in alto l’iscrizione «Quasi oliva speciosa in campis», presentava alcune varianti iconografiche: in sostituzione delle arance poggiate sul pavimento compaiono nella nuova opera i fiori di campo e quelle fronde di ulivo (di cui Gesù regge in mano un rametto) che contribuirono a rendere comune e popolare per essa anche la denominazione di «Madonna dell’olivo».
Le due varianti del dipinto ottennero ben presto un successo globale che determinò un’infinita serie di repliche, grazie anche alle tecniche di riproduzione seriale delle emergenti forme di comunicazione e di espressione artistica: fotografie, cartoline, immaginette, stampe cromolitografiche, copie di dilettanti, disegni, arazzi, stendardi, sbalzi metallici, ma anche opere in ceramica di note manifatture come la Minghetti di Bologna o la Ginori di Doccia. E ancora, una versione in bronzo, datata 1895 e realizzata dal milanese Enrico Pandiani decora la cappella dedicata alla Madonna di Loreto dell’aeroporto di Linate e, addirittura, l’immagine della Madonna barabiniana si trova nell’Italian Chapel costruita e decorata da alcuni prigionieri italiani della Seconda guerra mondiale in un’isola delle Orcadi, Lamb Holm, nel mare del Nord.
Manifattura Ginori, Madonna con il bambino, da Nicolò Barabino, ultimo decennio del XIX secolo
Guido Bertini, Madonna con il Bambino, da Nicolò Barabino, ultimo decennio del XX secolo