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Una veduta aerea della sede della Bienal Internacional de Arte Contemporânea de Curitiba

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Una veduta aerea della sede della Bienal Internacional de Arte Contemporânea de Curitiba

La Bienal Internacional de Arte Contemporânea de Curitiba, sei anni dopo il «nuovo mondo»

Pindorama • La 16ma edizione, curata da Adriana Almada e Tereza de Arruda, ruota attorno al concetto di soglia, «dal quale pensare e articolare tanto la struttura dell’evento quanto i contenuti e la selezione degli artisti»

Matteo Bergamini

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Dal 1993 al 2019 (l’ultima edizione, nel 2021, si svolse online) la Bienal Internacional de Arte Contemporânea de Curitiba (Capitale dello Stato brasiliano del Paraná) ha portato fuori dai confini dei grandi centri dell’arte dell’America del Sud artisti come Marina Abramović, Louise Bourgeois, Bruce Nauman, Bill Viola, Cildo Meireles, Adriana Varejão e León Ferrari, tra gli altri. Poi la pandemia, la pausa forzata, e la ricostruzione. Adriana Almada e Tereza de Arruda, curatrici che insieme avevano già lavorato a edizioni precedenti, si ritrovano oggi sotto il segno di «Limiares», ovvero soglie: «Un concetto dal quale pensare e articolare tanto la struttura dell’evento quanto i contenuti e la selezione degli artisti, per riattivare un ingranaggio rimasto in sospeso che deve riprendere il suo slancio in un mondo che ha subìto trasformazioni profonde che hanno ridefinito le nostre forme di percezione, produzione e relazione con il reale», commenta Almada. Una Biennale dove le prospettive latine «dell’instabilità, dall’ibridazione e dalla capacità di reinvenzione, per dirla sempre con Almada, oggi interagiscono in uno scenario globale attraversato da transizioni tecnologiche, ecologiche e politiche, aprendo nuove forme di pensare e sperimentare le soglie che definiscono la nostra epoca». Parallelamente alla Biennale, infatti, non può mancare un pensiero al crescente ottimismo per la produzione latinoamericana nel contesto internazionale, venuto alla luce specialmente dopo il Covid-19: non una semplice congiuntura ma parte di un processo più ampio di revisione delle narrazioni storiche e di ampliamento del canone, dovuto anche al processo di riparazione storica del periodo coloniale, ancora in corso.

Sostiene de Arruda: «L’America Latina ha sempre prodotto pratiche artistiche estremamente sofisticate, spesso ancorate a prospettive critiche, collettive e sperimentali, che oggi trovano maggiore risonanza globale. La pandemia ha anche contribuito a spostare l’asse di attenzione, aprendo spazio ad altre geografie e modi di pensare il mondo. Certo, il mercato accompagna questi movimenti, ma non crediamo che sia il motore principale di questo interesse. Si tratta, piuttosto, dell’urgenza di diversificare le voci, riconoscere complessità e costruire dialoghi più orizzontali tra diversi contesti».

E tra diversi contesti «Limiares» prevede di estendersi, da Curitiba e dal Paraná a diverse città dell’America del Sud, arrivando in Spagna, portando in scena una serie di «episodi» che le curatrici rimarcano non come semplici «itineranze», ma proposte concepite specificamente per ogni contesto: «Diventa sempre meno pertinente pensare alle Biennali come piattaforme ancorate esclusivamente a una città; al contrario, si sono convertite in dispositivi dinamici, capaci di articolarsi in molteplici contesti e di attivare dialoghi situati. Questa logica permette non solo una espansione geografica, ma di pensiero, sensibilità e di relazione con il pubblico», afferma Almada.

Così, nella prospettiva di avere un numero significativo di opere commissionate, «fondamentali perché permettono agli artisti di sviluppare lavori direttamente legati al concetto della mostra e alle peculiarità del territorio in cui essa si inserisce», chiude de Arruda, la 16ma Biennale di Curitiba avrà un’occasione di riscatto che la dice lunga sul modo di agire che, malgrado gli attraversamenti di una storia non sempre felice, appartiene al sud dei Tropici. Dal 14 giugno al 15 novembre.

Matteo Bergamini, 02 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

La Bienal Internacional de Arte Contemporânea de Curitiba, sei anni dopo il «nuovo mondo» | Matteo Bergamini

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